Intenzione paradossa, tecnica contraddittoria

3 Aprile 2020
L'intenzione paradossa è una strategia che può rivelarsi molto utile per combattere alcuni disturbi come l'ansia. Nell'articolo di oggi vi spieghiamo il suo funzionamento prendendo spunto da diversi modelli; inoltre, parliamo dell'importanza dei dettagli per ottenere gli effetti desiderati.

L’intenzione paradossa è una tecnica terapeutica che mira alla contraddizione e all’assurdo. L’obiettivo di questo strumento è innescare nel paziente atteggiamenti che in altre occasioni tenderebbe a evitare, e che si rivelano essere il nucleo del suo malessere e del suo disagio. In questi casi, la contraddittorietà di questo strumento può rivelarsi estremamente utile.

A partire dal capitolo sull’intenzione paradossale di Salgado, Gómez e Yela incluso nel manuale Técnicas de Modificación de Conducta (“Tecniche di modifica del comportamento”) dell’autore Francisco Labrador (2007), cercheremo di capire quali meccanismi vanno messi in atto per rendere l’intenzione paradossa una validissima tecnica per favorire il cambiamento in terapia.

Questa tecnica fa sì che la persona affetta da un disturbo d’ansia provi ansia nel momento presente; che la persona con atteggiamenti compulsivi e manie le metta in atto; che la persona con disturbi del sonno riveda tutte le sue paure così da non dormire quando va a letto.

Paziente contenta dallo psicologo

Gli obiettivi dell’intenzione paradossa

In molti casi di disturbi psicologici, soprattutto quelli relativi all’ansia o nei disturbi ossessivo-compulsivi (DOC), la tecnica di scansare a tutti i costi i pensieri ossessivi, i rituali e i sentimenti di angoscia non solo si rivela inutile, ma non fa che ingigantire il problema.

Una persona con rituali compulsivi, per esempio, può mettere in atto una tecnica di controllo del comportamento e degli impulsi che, considerando la spontaneità degli stessi, può rivelarsi dubbia e inefficace. Alla luce di ciò, secondo Salgado, Gómez e Yela, l’intenzione paradossa è volta a:

  • Far sì che l’individuo rinunci a cercare il controllo sulle risposte automatiche e spontanee (al tentativo di non provare ansia, di non realizzare le sue compulsioni…).
  • Far sì che il soggetto si sforzi per far apparire il sintomo anche in situazioni diverse da quelle in cui appare di solito, facendo scaturire tutte le peggiori conseguenze. Per esempio, durante la seduta si può chiedere a una persona affetta da disturbo d’ansia generalizzata di avere un intenso attacco d’ansia, con un pianto potente e la totale perdita di controllo.

Come si spiega l’effetto dell’intenzione paradossa?

Esistono vari modelli teorici che cercano di spiegare come si ottiene l’effetto dell’intenzione paradossa. Alcuni di questi sono:

  • La teoria del doppio legame: quando si presentano due messaggi simultanei e che si escludono, si risponde a uno o all’altro. Quando a una persona ansiosa viene chiesto di produrre un’emozione che in genere prova in maniera spontanea, appaiono due opzioni: l’ansia può presentarsi, e in questo caso il paziente sarà invitato a potenziarla anziché, come di norma farebbe, a controllarla o ridurla (automatismo), oppure l’ansia non appare.
  • La teoria della decontestualizzazione del sintomo: quando a una persona viene chiesto di scatenare l’attacco d’ansia in seduta, il contesto in cui si trova è totalmente diverso da quello in cui si presenterebbe normalmente.

Il sintomo perde così di significato. Per esempio, se una persona con atteggiamenti compulsivi di ripetizione li mette in atto senza rispondere a reali stati ansiogeni o senza la volontà di allontanare dei pensieri ossessivi, il rituale perde di conseguenza significato in quanto fuori dal contesto normale.

  • La teoria dell’ansia ricorrente: secondo gli autori, provocare una condotta e allo stesso tempo temerla non sono atteggiamenti compatibili. L’intenzione paradossa è utile quando una persona anticipa il proprio sintomo. Per esempio, spesso le persone con disturbi del sonno non riescono a dormire proprio a causa dell’ansia anticipatoria e della paura di non dormire. La volontà di restare svegli (intenzione paradossa) elimina la paura anticipata di non poter dormire e ciò favorisce il sonno.

L’esposizione nascosta nel paradosso

L’intenzione paradossa permette anche l’esposizione ai comportamenti temuti dal paziente, che continuano a manifestarsi perché prova a evitarli. Tale fenomeno è presente nella maggior parte dei disturbi d’ansia, in cui si attiva un circolo vizioso per cui l’ansia è alimentata dal tentativo di evitarla.

Questa tecnica è particolarmente utile per le persone che hanno paura di provare ansia. Per esempio, anticipano che perderanno il controllo una volta saliti su un aereo, entrati al cinema o andando in centro città durante i periodi di affollamento, contesti in cui magari non si era mai presentata l’ansia prima. Ma la stessa anticipazione dell’ansia può favorirne la comparsa.

In ambienti controllati, è più difficile che la persona abbia un attacco di ansia su richiesta del terapeuta. Con l’avanzare della terapia, tuttavia, si può provare a richiedere al paziente di avere un attacco d’ansia al supermercato; di accelerare il suo ritmo cardiaco o la respirazione.

In questo modo, è possibile che appaia l’ansia, ma in una situazione controllata. L’individuo ha scelto quando farla apparire e in che circostanza. In quest’ottica, l’intenzione paradossa è utile affinché la persona si esponga alla sua ansia e ai timori che la scatenano e che le impedivano di fare ciò che temeva.

Donna che piange in ufficcio

Conclusioni: non tutti i paradossi valgono

L’intenzione paradossa non consiste semplicemente nel dire a una persona “scatena la tua ansia”. Un’istruzione generica di questo tipo non porterà a buoni risultati.

Il terapeuta dovrà essere molto specifico nello spiegare il compito al paziente. La condotta dovrà essere resa chiara, specificando cioè cosa deve fare di preciso, in che luogo e per quanto tempo. Per questo, come spiegano Salgado, Gómez e Yela, è molto meglio dare indicazioni concrete piuttosto che suggerimenti vaghi. Ad esempio:

  • Anziché dire “chiedi a tua figlia di fare un capriccio”, è meglio “chiedi a tua figlia di gridare più forte che può e sbattere i piedi prima di spegnerle la televisione”.
  • Invece di dire “scatena la tua ansia”, è meglio “prova a far battere forte il cuore, ad aumentare le palpitazioni e anche la temperatura corporea”. Possono essere suggerite diverse tecniche a tale scopo.
  • Anziché dire “fai qualcosa che in genere non faresti prima di un avere attacco”, è preferibile “mettiti il rossetto prima di avere un attacco d’ansia”.

Essere specifici e far capire bene i comportamenti al paziente può fare la differenza tra l’efficacia e il fallimento del trattamento nel contesto terapeutico.

Ricordiamo che si tratta di una tecnica molto potente, ma anche pericolosa, per questo va applicata in maniera strutturata e orientata onde evitare che i risultati prodotti siano contrari a quelli desiderati.

  • Labrador, F. (2007). Técnicas de Modificación de Conducta. Ed: Pirámide, Madrid