Il quoziente d'intelligenza e la sua evoluzione

Nel 1910 Herny Goddard, preside di una scuola del New Jersey per disabili cognitivi, inaugurò i test per la misurazione del QI.
Il quoziente d'intelligenza e la sua evoluzione

Ultimo aggiornamento: 09 gennaio, 2021

Il quoziente d’intelligenza (QI) è una rappresentazione quantitativa o statistica del punteggio ottenuto attraverso un test standardizzato. Tale punteggio è ampiamente utilizzato, in quanto consente di mettere a confronto le capacità intellettive di un individuo con il punteggio medio ricavato da un campione di persone “simili”(di solito della stessa fascia di età).

Permette, in altre parole, di valutare se l’intelligenza di una persona, espressa dal punteggio, sia superiore o inferiore alla media, ovvero al punteggio ottenuto tipicamente da persone che appartengono allo stesso gruppo.

Le origini del quoziente d’intelligenza

Nel 1884 lo scienziato britannico Francis Galton decise di valutare un cospicuo numero di persone nel tentativo di ideare un test di intelligenza. La sua valutazione comprendeva più parametri, dalla misurazione delle dimensioni della testa ai tempi individuali di reazione.

Galton contribuì, con diversi metodi, alla classificazione sistematica delle caratteristiche fisiche, fisiologiche e intellettive. Secondo lo scienziato britannico, si poteva descrivere e sintetizzare in modo significativo un gran numero di misurazioni dei tratti umani utilizzando due numeri:

  • Il valore centrale della distribuzione (la mediana).
  • La dispersione dei punteggi rispetto a quel valore medio (la deviazione standard) (1).

Un’altra figura da ricordare nella misurazione del QI è Charles Spearman, psicologo britannico. È sua l’idea che tutti gli aspetti dell’intelligenza siano correlati. Questo punto di vista è molto importante perché ha gettato le basi per l’espressione del QI (1).

Sagoma della testa con ingranaggi e quoziente di intelligenza.

I primi test di intelligenza e la nascita del punteggio QI

L’era moderna dei test di intelligenza cominciò alla fine dell’800. Alfred Binet e Theodore Simone si occuparono di sviluppare un metodo per individuare le differenze sostanziali nell’intelligenza dei bambini.

Il principio era distinguere chi poteva essere considerato cognitivamente in grado di trarre beneficio dall’istruzione da chi, avendo difficoltà intellettive, richiedeva un programma educativo speciale (1).

Secondo questo metodo, le prestazioni del bambino potevano essere misurate sotto forma di quoziente tra il punteggio ottenuto e l’età in cui un bambino nella media era in grado di ottenere lo stesso punteggio. La pubblicazione della scala di Binet e le ricerche di Stern, psicologo tedesco, aprirono la strada al concetto di età mentale.

Età mentale e quoziente d’intelligenza

Un’età mentale pari a 8 significa che il bambino, a prescindere dalla sua età effettiva, in un determinato compito ha un rendimento uguale a quello di un bambino “medio” di 8 anni. Questo concetto ha portato alla creazione del punteggio QI per rappresentare la proporzione dell’età media divisa per l’età cronologica.

In breve, dividendo l’età mentale per l’età cronologica e moltiplicadola per 100, si otteneva il quoziente intellettivo o punteggio QI.

Nel 1910 Henry Goddard, preside di una scuola del New Jersey per disabili cognitivi, aprì la strada ai test per la misurazione del QI negli Stati Uniti. Tuttavia, per vedere inserito il punteggio QI nei test di intelligenza statunitensi bisognerà aspettare il 1916. In quell’anno Lewis Terman tradusse il test Binet-Simon aggiornandolo con il nuovo test Stanford-Binet.

Durante la prima guerra mondiale, l’esercito americano sviluppò i test Alpha e Beta. Lo scopo di questi test era assegnare le posizioni ai soldati in base alle loro capacità intellettive. O escludere chi era ritenuto intellettualmente inadatto al servizio militare.

In quel periodo, David Wechsler, coprendo la posizione di psicologo militare, realizzò una serie di test psicologici su soggetti che avevano fallito nella scala delle prestazioni richieste dall’esercito. (3).

Mano con lampadina e tramonto.

I test di Wechsler e il punteggio QI

Nel 1932 Wechsler fu nominato psicologo responsabile del Bellevue Psychiatric Hospital di New York. A partire da quel momento si cominciò a pensare che fosse necessaria una modifica nel calcolo del quoziente d’intelligenza.

Di conseguenza, il valore QI venne modificato in punteggio standard (3) che permette di utilizzarlo lungo tutta la vita (4).

QI verbale e QI di performance

Il modulo 1 Wechsler-Bellevue venne pubblicato nel 1939. Consisteva in una misurazione dell’intelligenza basata sulla somma di punteggi di vari test secondari. Oltre a un sommario composito soprannominato Full Scale IQ, Wechsler era convinto che l’intelligenza si sarebbe potuta misura in modo più accurato dividendo i test secondari. Come?

I test secondari si potevano dividere in due gruppi: quelli che riflettono soprattutto le capacità verbali e quelli che esprimono l’intelligenza non verbale o di performance. Furono così presentati il punteggio QI verbale e il punteggio QI di performance.

I test e le indicazioni di Wechsler per descrivere l’intelligenza riscossero grande successo. In seguito lo psicologo americano sviluppò un test per adulti, il WAIS (Wechsler 1955). Si trattava di una derivazione diretta del test Wechsler-Bellevue e anche delle versione per i bambini (WISC) pubblicata nel 1949.

Attualmente questi test sono spesso utilizzati per misurare l’intelligenza in modo analogo a come verrebbe utilizzato un metro per misurare la lunghezza di un tavolo.

Tuttavia c’è da chiedersi: un punteggio QI rappresenta in modo reale e accurato l’intelligenza di un soggetto? A quanto pare sia il concetto di QI che di intelligenza si stanno evolvendo e con essi deve evolvere anche il metodo per valutarli.

Potrebbe interessarti ...
Intelligenza emotiva: 9 domande
La Mente è MeravigliosaRead it in La Mente è Meravigliosa
Intelligenza emotiva: 9 domande

Arrabbiarsi con la persona giusta, nel momento opportuno e nel modo corretto è davvero difficile. Risiede tutto nella intelligenza emotiva.



  • Saklofske, D. H., Schoenberg, M. R., Nordstokke, D., & Nelson, R. L. (2017). Intelligence Quotient. Encyclopedia of Clinical Neuropsychology, 1-5.
  • Gould, S. J. (1981). The mismeasure of man. New York: Norton.
  • Boake, C. (2002). From the Binet-Simon to the Wechsler- Bellevue: Tracing the history of intelligence testing. Journal of Clinical and Experimental Neuropsychology, 24(3), 383–405.
  • Bartholomew, D. J. (2004). Measuring intelligence: Facts and fallacies. New York: Cambridge University Press.
  • Wechsler, D. (1955). TheWechsler adult intelligence scale. New York: Psychological Corporation.