Il rito del pareggio e il pacifismo

20 agosto, 2020
Il rito del pareggio è un fenomeno osservato da Claude Levi-Strauss nella comunità Gahuku-Gama della Nuova Guinea. Questo rito ci insegna che il gioco non è solo un'occasione di divertimento, ma anche un modo per tenere vivi i valori di una società.
 

Il rito del pareggio è stato osservato principalmente all’interno di una comunità della Nuova Guinea chiamata Gahuku-Gama o Gahuku-Kama. Qui vigono usi e valori molto diversi dai nostri, soprattutto in termini di competitività e conflitto. I membri di questa comunità fanno tutto il possibile per vivere in armonia.

Questo fenomeno è stato descritto da Claude Lévi-Strauss, padre dell’antropologia moderna, nel libro Il pensiero selvaggio. La cultura Gahuku-Gama rimase isolata dal mondo occidentale fino al 1930, anno in cui entrò in contatto con i missionari che provenivano principalmente dall’Europa.

Lévi-Strauss racconta che i missionari insegnarono agli indigeni a giocare a calcio. I Gahuku-Gama adattarono questa pratica sportiva ai propri valori e costumi.

In modo sorprendente, si mostravano reticenti nell’accettare un gioco che prevedeva uno scontro tra avversari. Erano disposti a giocare persino per giorni affinché le due squadre pareggiassero.

Non prevalere su niente, o che niente prevalga su se stesso, è opportuno, riempie, ha senso, è bello e pacifico.

-Joaquìn Araújo-

Rito del pareggio e pallone da calcio.

Il rito del pareggio

 

Per i Gahuku-Gama è inaccettabile che ci sia un vincitore e, di conseguenza, un perdente. Entrambe le condizioni sono degradanti e vanno contro la stabilità del gruppo. Per questo motivo, hanno portato il gioco del calcio a un altro livello, trasformandolo in un rito, il rito del pareggio.

In questa comunità la solidarietà è un valore fondamentale. Non era quindi possibile accettare un gioco in cui lo scopo fosse prevalere su un’altra squadra. I Gahuku-Gama apprezzavano profondamente lo sforzo e trovavano molto ingiusto che ci fosse un perdente quando tutti i giocatori si erano impegnati.

Ecco perché una partita di calcio a questa latitudine può durare diversi giorni. Lo scopo è pareggiare, ma questo non significa fare concessioni all’altra squadra, poiché si tratterebbe di mancanza di onestà. L’intento è che le due squadre riescano a crescere fino a trovarsi su un piano di parità. Il rito del pareggio fa dei giocatori vincitori e perdenti al tempo stesso.

Competizione e pareggio

Si potrebbe pensare che i Gahuku-Gama siano un caso isolato. Molte teorie sostengono che la guerra, la competizione e il conflitto sono insiti nella natura umana. Forse questo è vero in linea di principio, invece alcune culture promuovono in modo deciso la solidarietà, piuttosto che la competizione e il confronto.

Abbiamo prove del fatto che diverse culture precedenti all’Antica Grecia fossero strutturate secondo questa filosofia. Alcune comunità, come gli eschimesi, non hanno mai combattuto una sola guerra in tutta la loro lunga storia.

 

A dispetto del fatto che questi popoli vivano in aree in cui le risorse scarseggiano, hanno capito che invece di battersi per quello che hanno adisposizione, la via d’uscita è essere solidali e partecipare al bene comune. Anche questa è una forma di pareggio.

Comunità con costumi e valori simili vivono all’altro capo del mondo, in Patagonia. Per esempio, gli Yàmana o Yaghan, rimasti in pochi dopo il passaggio “dell’uomo bianco”, non menzionano nei loro registri storici nessuna guerra né scontri con altre comunità.

Sagome umane che si tengono per mano.

Il pareggio nella vita quotidiana

Ci risparmieremmo una buona dose di ansia, stress e depressione se fossimo più aperti al messaggio inviatoci da comunità come queste. La maggior parte dei nostri problemi proviene dal costante pensiero del successo o del fallimento; dalla sensazione di essere superiori o inferiori agli altri; dal non riuscire ad accettare le differenze e dal fatto che ci sentiamo obbligati a prevalere.

Il rito del pareggio, invece, ci parla di un desiderio collettivo di crescita. Ci dice che non è sufficiente crescere individualmente, bensì che il compito viene portato a termine quando riusciamo a far evolvere gli altri insieme a noi.

 

Ci sentiamo tutti più tranquilli quando raggiungiamo una certa equità, un principio di giustizia universale in base al quale apprezzare gli altri, oltre che noi stessi.

L’espressione “far patta” nel gioco o “impattare” deriva dalla radice latina pactare. Nella sua accezione originale significava giungere a un patto, raggiungere la pace. Queste culture millenarie fanno proprio questo attraverso il gioco e le loro abitudini quotidiane: costruire la pace individuale e collettiva.

Araújo, J. (1996). XXI, siglo de la ecología: para una cultura de la hospitalidad. Espasa.