Incolpare la vittima, perché succede?

· 1 Gennaio 2019
Perché a volte si tende a incolpare la vittima e ad attribuirle parte di responsabilità?

Di fronte alle sentenze dei giudici che condannano il branco di aggressori, molte persone si domandano perché a volte si tende a incolpare la vittima e ad attribuirle parte della responsabilità. Questa tendenza è più frequente quando condividiamo qualche caratteristica con l’aggressore.

È comune incolpare la vittima anche quando non si vuole mettere in pericolo la propria sensazione di controllo (se la colpa è dell’aggressore e non di chi ha subito, potrebbe capitare lo stesso anche a me). In questo caso l’attribuzione viene fatta da persone che condividono qualcosa con la vittima: se è stata lei a commettere un “errore/imprudenza”, ottengo una “falsa sensazione di sicurezza”. Basterà non commettere lo stesso errore per non subire lo stesso destino.

Pensando che la responsabilità sia della persona che ha subito l’aggressione, ci sentiamo più sicuri perché crediamo di avere un certo controllo. In altre parole, ci convinciamo di essere al sicuro se ci comportiamo nel modo “corretto”. Questa credenza si innesta inconsapevolmente portandoci a incolpare la vittima.

In qualsiasi caso di violenza di genere, l’attenzione si concentra in parte sulle possibili responsabilità della donna. Basti pensare alle campagne di prevenzione ed educazione, spesso focalizzate sulle “misure di sicurezza” che le potenziali vittime devono adottare.

Le persone buone non si concentrano sul condannato, ma sulla vittima.

 

Donna coperta da capelli

Sembra che solo alla donna spetti fare qualcosa per evitare le aggressioni. Le campagne di informazione e prevenzione dovrebbero puntare con più frequenza su altri obiettivi, come ai potenziali aggressori o alla società nel suo insieme, con lo scopo di non contribuire in maniera indiretta alla colpevolizzazione della vittima.

Perché alcune persone non oppongono resistenza?

Il nostro sistema nervoso è composto da una complessa trama nervosa che ci paralizza quando percepiamo un pericolo, per cui non sono possibili né la lotta né la fuga (oppure sono possibili, ma non si prospettano come le opzioni migliori). Si tratta di una forma estrema di sopravvivenza.

Quando il sesso è consensuale e c’è immobilizzazione, il cervello rilascia ossitocina, l’ormone dell’amore, che evita traumi. Quando il sesso è forzato, la persona si paralizza e congela, e questo viene visto dal violentatore (o da osservatori esterni) come un consenso. Paradossalmente, la persona abusata, ossia la vittima, rimane traumatizzata per la vergogna, mentre colui che abusa non prova alcun rimorso.

Tutte le vittime sono uguali e nessuno è più uguale dell’altro

Incolpare la vittima, ci mettiamo nei suoi panni o restiamo nei nostri?

La tendenza comune a incolpare la vittima di un’aggressione probabilmente è dettata dalla volontà di difendersi da qualcosa. Il nostro giudizio sui fatti minimizza il peso che vogliamo che la giustizia attribuisca agli aggressori, accettando di fatto sentenze meno dure.

I diritti delle donne sono per molti versi ancora sul filo del rasoio, ma la presa di posizione contro la vittima affonda radici psicologiche più profonde. Spesso gli uomini che difendono un aggressore osservano i fatti dal suo unico punto di vista sentendosi indirettamente attaccati.

Quando incolpiamo la vittima, probabilmente vogliamo difenderci da qualcosa.

Donna di spalle

Quando sono le donne a pensare che la vittima sia stata in parte responsabile, probabilmente lo fanno a causa di un fenomeno noto come illusione del controllo, identificando i fattori che possono impedire che a loro capiti lo stesso. Abbiamo sentito tutti commenti fra donne del tipo “A me non potrebbe succedere”, “Io mi comporterei in un altro modo”. In realtà, l’unica certezza è che non possiamo sapere come avremmo reagito.

È lecito mettersi nei panni degli accusati, ma quando sono i video a parlare mostrando chiaramente il branco che abusa di una vittima incosciente, non possiamo sbagliare. Le attribuzioni sono chiare ed è la scienza a darci la risposta sul perché restiamo paralizzati anziché scappare. In questi casi, non possiamo che schierarci dalla parte della vittima.

“Non sei sola, sorella. Io ti credo.”