Quando si finisce per imitare il proprio aggressore

13 ottobre 2016 in Psicologia 0 Condivisi

Nelle relazioni con gli altri, rischiamo costantemente di venire feriti. Un malinteso, una situazione insolita o l’intolleranza possono ferirci e portarci ad affrontare un conflitto. Ma ci sono anche esperienze in cui l’aggressività e la violenza vanno oltre il dovuto ed è in questo caso che finiamo per imitare chi ci fa male.

L’espressione “identificarsi con l’aggressore” venne coniata da Sandor Ferenczi, per poi essere ripresa da Anna Freud; si tratta di due psicoanalisti con due punti di vista diversi. L’identificazione con l’aggressore è un comportamento paradossale che può essere spiegato solo con il meccanismo di difesa, ovvero la vittima di una violenza finisce per identificarsi con il suo aggressore.

In uno scenario di terrore ed isolamento, l’atteggiamento della vittima verso il suo aggressore può persino diventare patologico quando si presenta un legame di ammirazione, ringraziamento ed identificazione.

Un esempio tipico di identificazione con l’aggressore è il comportamento di alcuni ebrei nei campi di concentramento nazisti. Alcuni prigionieri si comportavano come le loro guardie e sfruttavano i loro compagni. Questo tipo di condotta non può essere giustificato solamente con il tentativo di ingraziarsi la sorveglianza.

L’ammirazione o l’amore verso chi ci fa del male

Un classico esempio dell’identificazione con l’aggressore è la cosiddetta “Sindrome di Stoccolma”. In questo caso, le vittime instaurano un legame affettivo con i loro carcerieri durante un sequestro.

Questa sindrome porta anche il nome di “legame traumatico” e descrive i sentimenti e i comportamenti positivi da parte delle vittime verso i loro aggressori, così come gli atteggiamenti di rifiuto verso tutto ciò che va contro la mentalità e le intenzioni dei malfattori, nonostante i danni subiti.

ragazza in mezzo ad un bosco di fronte ad un orso

Quando si rimane alla mercé di un aggressore, appaiono elevate dosi di terrore ed angoscia, che portano come conseguenza una regressione infantile. Tale involuzione viene vissuta come una sorta di sentimento di gratitudine nei confronti dell’aggressore, poiché lo si inizia a vedere come qualcuno che soddisfa le nostre necessità basilari; è per questo motivo che la vittima riprende, in qualche modo, ad essere un bambino.

L’assalitore dà da mangiare, consente di andare in bagno, ecc. In cambio di questa “generosità”, la vittima non può  che sentire gratitudine verso l’assalitore che la lascia in vita. Si dimentica che egli è proprio l’origine della sua sofferenza.

Il metodo usuale di un aggressore sta nell’intimidire la vittima quando è indifesa. In altre parole, l’assalitore abusa della sua vittima quando questa è vulnerabile. A questo punto, la vittima è terrorizzata e difficilmente proverà a difendersi; questo succede perché la vittima crede che, se si sottomette, avrà maggiori possibilità di sopravvivere.

Il legame emotivo

Il legame emotivo tra la vittima dell’intimidazione e dell’abuso e il maltrattatore è, in realtà, una strategia di sopravvivenza. Una volta compresa questa relazione, è più semplice capire perché la vittima appoggia, difende e persino ama il suo aggressore.

Quel che è certo è che le situazioni di questo tipo non si presentano solo in occasione di un sequestro, sono anzi molto più frequenti di quello che pensiamo e sono tipiche dei casi di violenza sulle donne.

Molte donne maltrattate non vogliono sporgere denuncia, vogliono anzi coprire le spalle dei fidanzati o dei mariti, nonostante abusino fisicamente di loro. Arrivano persino al punto di ribellarsi alle forze dell’ordine quando queste provano a salvarle da un’aggressione violenta.

imitare-3

Ci sono condizioni che sono terreno fertile per il processo di identificazione con l’aggressore, come per esempio la violenza in famiglia o lo sfruttamento sul lavoro. Tale meccanismo si attiva anche durante sporadiche situazioni di violenza, come nel caso di un assalto singolo o di uno stupro. Ad ogni modo, la vita può diventare insostenibile se non si trova il modo di superare l’accaduto.

Ogni trauma originato da un atto violento lascia una traccia profonda nel cuore umano. Per questo motivo, ci sono volte in cui l’identificazione con l’aggressore si attiva senza che esista un legame stretto con lui.

Il potere posseduto dall’aggressore incute così tanta paura che la persona finisce per imitarlo, allo scopo di scongiurare il timore di un possibile confronto. Un esempio è quando si è vittima di un attacco a mano armata e si finisce per acquistare un’arma per difendersi: questo comportamento legittima l’uso della violenza di cui si è stati vittima.

Da vittime ad aggressori

Una persona vittima di un abuso corre il rischio di diventare a sua volta un aggressore, poiché si sforza di comprendere l’accaduto, senza riuscirci. È come se la personalità si diluisse nella confusione e si creasse un vuoto che viene poco a poco riempito con le caratteristiche dell’assalitore; è così che nasce l’identificazione con il proprio carceriere.

A questo punto, è bene chiarire che tutto questo processo si sviluppa in modo inconsapevole. È come se un attore si calasse così tanto nella sua parte, da diventare il personaggio stesso. La vittima è convinta che, se riuscirà ad appropriarsi delle caratteristiche dell’aggressore, potrà neutralizzarlo. Si ossessiona con questo obiettivo, ci prova costantemente ed è con questa dinamica che finisce per assomigliare al maltrattatore.

ragazza triste sul ramo di un albero

In questo modo, si crea una catena che diviene un circolo vizioso di violenza. Il capo usa la violenza con il suo impiegato, quest’ultimo con sua moglie, lei con i suoi figli, loro con il cane, il quale finisce per mordere il capo.

Un popolo usa la violenza contro un altro popolo, il quale si sente in diritto di perpetrare la stessa violenza nei confronti degli aggressori. Crede che si tratti di una semplice e giusta reazione, in realtà sta imitando ciò che in teoria rifiuta.

Purtroppo, capita spessissimo che le persone che hanno vissuto situazioni traumatiche senza riuscire a superarle o senza cercare aiuto ripetano quella violenza su altri. Per qualcuno questa conseguenza è ovvia, per altri suona come una contraddizione, ma è la realtà delle cose.

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