Ingmar Bergman e la psicoanalisi

Ingmar Bergman e la psicoanalisi stanno al cinema come Skinner e il comportamentismo alla psicologia. E benché la psicoanalisi venga denigrata da gran parte della psicologia attuale, in quanto i suoi principi vengono respinti in ambito scientifico, la società generale non dovrebbe privarsene.
Ingmar Bergman e la psicoanalisi

Ultimo aggiornamento: 22 settembre, 2021

Il cinema, con la sua capacità di analizzare l’anima per mezzo dei suoi interpreti, di riprodurre il silenzio e la parola, il visibile e l’invisibile, è da sempre il mezzo ideale indagare i meandri dell’inconscio. Quella parte di noi che ostinatamente ci sfugge e che Ingmar Bergman riscatta sapientemente nella sua arte cinematografica.

Diffido di coloro che vorrebbero “scientificizzare” le relazioni umane, tanto quanto mi deprimono gli adoratori degli dei. Gran parte della psicoanalisi dovrebbe essere lasciata fuori dalla pratica, ma accessibile a tutti gli esseri umani in quanto sistema di pensiero e metodo di ricerca.

Attingendo a questo bagaglio, Ingmar Bergman è riuscito a rappresentare l’universo delle relazioni umane nella sua totalità. Relazioni genuine, viscerali, silenziose, ma con un forte aspetto inconscio che allo spettatore spetta decifrare.

Strumenti del cinema.

L’assenza di Ingmar Bergman e della psicoanalisi nella società attuale

C’è poco di Ingmar Bergman nella cinematografia contemporanea. È come se prendessimo le distanze dal suo cinema così come lo facciamo con la psicanalisi.

Tendiamo a minimizzarlo, ma probabilmente prima o poi ritornerà a interessarci quando ritroveremo il gusto per il dubbio e non solo per le certezze.

E si tornerà a rivalutare il lato soggettivo della psicoanalisi, senza dovergli attribuire un valore scientifico. La psicoanalisi, di fatto, ha un valore sociale. È un tentativo di spiegare l’essere umano che può arricchire l’arte. E siamo ancora in tanti ad amare l’arte.

Ingmar Bergman e la psicoanalisi: Persona

Le tematiche predilette di di Bergman ruotano intorno alla morte, alla religione, alle relazioni e alle donne come soggetto a sé stante. Il fascino che esercita la donna su Bergman ci può far riflettere in termini junghiani sull’anima del regista stesso.

In Persona, Bergman rappresenta ciò che realmente gli interessa. Due donne che parlano crudamente di desiderio, sesso e aborto in un introspettivo faccia a faccia. Un film con protagoniste donne che parlano senza tabù, quante altre volte è stato fatto nel cinema contemporaneo?

La persona è solo una maschera della psiche collettiva, una maschera che trasmette l’ingannevole sensazione di essere degli individui e che, non essendo altro che un ruolo interpretato dalla psiche collettiva, fa credere agli altri e a noi stessi di esserlo.

Elizabeth, in uno stato di ritiro e d’isolamento, non mostra altro che la sua paura o terrore della vita. Per i seguaci della gestalt si configura come il momento di smarrimento in cui ci rendiamo conto che non ci servono più le “risorse nevrotiche” (lo strato che Perls definisce Cliché e ruoli).

Ma contemporaneamente, sperimentiamo un’intensa paura di andare in profondità perché non sappiamo o non controlliamo più dove stiamo andando (che sia in direzione di se stessi o verso il mondo).

Persona: la psicoterapia al cinema

Persona è la storia di un autentico percorso psicoterapeutico, in quanto opposto a quello abituale della cura analitica, è il paziente che ascolta e il “curante” che parla.

Da tale punto di vista, Persona può essere visto come la storia di un’analisi selvaggia. Per Ingmar Bergman, il cinema deve offrire un’esperienza intensa, drammatica, persino traumatica.

La scena più strana del film è quella in cui i volti delle due donne, l’attrice Elizabeth Vogler (Liv Ullmann) e Alma l’infermiera (Bibi Anderson) scivolano l”uno sull’altro sovrapponendosi. Le parti coscienti si oppongono, ma le parti inconsce si incontrano. Tale sovrapposizione si riflette nell’immagine con l’introduzione del volto di una nell’ombra del volto dell’altra.

A livello psicologico, il film solleva il problema dei limiti della riflessività: fino a che punto l’altro è il mio specchio? Ovvero, in che misura mi definisce il modo in cui guardo l’altra persona, dallo sguardo che voglio lei abbia di me? Questa scena del film mette in discussione il concetto d’identità.

Per comprendere l’ulteriore sviluppo del film, è necessario riflettere sul concetto introdotto da Heinz Kohut per la comprensione del fenomeno del transfert, e che ha chiamato transfert speculare.

Liv Ullmann.

Vale a dire, la proiezione che il paziente effettua sull’analista o psicoterapeuta e che si basa sul concetto indicato da Kohut di “risonanza empatica”, ovvero: il bisogno di ogni essere umano di essere rispecchiato – dall’altro – per potersi riconoscere.

Conclusioni

Persona è indubbiamente un progetto psicoterapeutico e cinematografico mai visto prima, in cui i temi tipici dalla psicoanalisi si riflettono sullo schermo senza alcun tentativo di fornire una spiegazione formale o di maggiore profondità rispetto a quella artistica.

Una proposta introspettiva, femminea e travolgente che senza complessi affronta temi scottanti, in maniera potente, senza alcun bisogno di un riconoscimento scientifico, bensì cinematografico.

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