Isolamento affettivo: separare le emozioni dai pensieri

I sentimenti complessi non sono facili da affrontare per nessuno. Ed è per questo che spesso viene messo in atto l'isolamento emotivo, un meccanismo di difesa attraverso il quale mettere a tacere le emozioni, razionalizzando quanto accaduto e facendo trasparire che tutto va per il meglio.
Isolamento affettivo: separare le emozioni dai pensieri

Ultimo aggiornamento: 08 luglio, 2021

Il concetto di isolamento affettivo definisce un meccanismo di difesa teorizzato da Sigmund Freud all’inizio del XX secolo. Consiste in una dinamica a noi tutti ben noto: isolare un pensiero doloroso per ridurne la portata emotiva. Portare la razionalizzazione all’estremo così da privare l’esperienza dell’aspetto più triste e doloroso.

Immaginate qualcuno che è stato appena rapinato per strada. Passano i giorni dall’episodio e ogni volta che gli chiedono come stia, risponde sempre la stessa cosa: “non è niente, queste cose succedono, non ci penso nemmeno più”. Dirigere il focus mentale sul lato cognitivo (pensieri), eliminando del tutto l’impatto emotivo è una modalità di affrontamento poco utile.

L’isolamento affettivo è una strategia spesso messa in atto nell’affrontare la morte di una persona cara. Ripetersi che va tutto bene, che l’importante è tornare alla normalità e che non bisogna lasciarsi travolgere dal dolore, finisce per dar forma al ben noto lutto congelato.

Ci sono persone che affrontano le situazioni difficili minimizzandole, evitando di pensarci, o mostrando agli altri e a se stessi che l’evento non le riguarda.

Ragazzo triste.

In cosa consiste l’isolamento emotivo?

Tutti noi abbiamo adottato l’isolamento emotivo in un determinato momento della nostra vita. È una strategia di affrontamento piuttosto comune. E benché a volte possa essere utile, nella maggior parte dei casi viene applicata in maniera poco sana.

Per esempio, le ricerche psicologiche mettono in rilievo che spesso gestiamo le situazioni di pericolo isolando la componente emotiva. Ciò consentirebbe di contenere la paura ed essere più risolutivi.

Ne parla anche la Yale University in uno studio sulla personalità repressiva. Ovvero, alcune persone sono piuttosto abili nel reprimere le informazioni negative, esaltando il valore positivo di ogni stimolo, situazione o esperienza.

In alcuni casi, può anche essere una strategia efficace e pratica, ma impiegare questo meccanismo in ogni situazione, non porta a effetti positivi.

Esperienze carenti di affetto: l’anestesia emotiva non sempre si rivela utile

L’isolamento affettivo può rivelarsi utile in situazioni di lieve stress quotidiano. Elaborare la realtà a partire da un livello più razionale e meno emotivo, può essere utile per gestire meglio le difficoltà ordinarie.

Tuttavia, nelle situazioni più traumatiche, tale meccanismo di difesa tende a cronicizzare la sofferenza, proprio perché non viene gestita in modo adeguato.

Roy F. Baumeister, psicologo sociale, ha condotto uno studio con lo scopo di verificare quanti dei meccanismi di difesa enunciati all’epoca di Freud, fossero ancora presenti nella società attuale. Di fatto, l’isolamento affettivo è una delle strategie psicologiche più diffuse in molti gruppi.

Lo fanno le persone affette da dipendenze, minimizzando l’impatto del loro comportamento e, allo stesso tempo, rafforzando la dipendenza. È altrettanto comune che molti criminali adottino questo tipo di anestesia emotiva per non sentire l’effetto delle loro azioni.

D’altro canto, come già evidenziato al principio, l’isolamento affettivo viene spesso attuato nelle situazioni di lutto, come strategia di adattamento. Evitare di sentire per continuare a vivere, sbarazzarsi del dolore per continuare a lavorare, assolvere ai propri doveri… Ovviamente, questo meccanismo di affrontamento (in situazioni estreme come queste) non è mai salutare.

Isolamento affettivo nei bambini, dalla solitudine emotiva alla solitudine fisica

L’isolamento affettivo è diffuso anche tra i bambini, ed è correlato all’abbandono emotivo o all’abuso. Quando essi si aspettano l’affetto dai genitori, ma al contrario, ottengono solo atteggiamenti di freddezza emotiva o situazioni di dolore, le figure genitoriali si trasformano in pericoli. E uno dei modi per far fronte al pericolo è quello di spegnere i bisogni emotivi.

“Se mamma e papà mi urlano contro e mi umiliano, smetto di fidarmi e smetto di aspettarmi affetto da loro”. A poco a poco, passano dall’isolamento emotivo all’isolamento sociale. Quando smettono di fidarsi (e di aver bisogno) dei genitori, smettono di fidarsi anche degli altri. Ciò li rende, nel tempo, incapaci di costruire relazioni sociali solide.

Bambino triste.

Isolamento affettivo: le emozioni fanno parte della vita, non vanno represse

Le emozioni fanno parte della vita e sono l’essenza della natura umana. Non si può reprimere un’emozione negativa o addirittura separala dall’esperienza che l’ha originata. Farlo va contro la nostra natura.

In tal senso, non serve a niente ripeterci che non è successo nulla se qualcuno ci ha molestati sul lavoro, se il partner ci ha abbandonati o se abbiamo subito degli abusi nell’infanzia.

Le emozioni non si possono isolare, vanno riconosciute, accettate e razionalizzate, affinché non costituiscano un ostacolo per la nostra esistenza. Attuare una dissociazione tra ciò che è accaduto e ciò che proviamo in relazione a esso, può portare all’insorgenza di diversi disturbi psicologici.

Un esempio sono l’evitamento, la fobia sociale, l’ansia e il disturbo post-traumatico da stress. Bisogna, pertanto, imparare ad accettare e comprendere tutte le emozioni che proviamo, ogni pensiero e ogni sensazione sperimentata.

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  • Baumeister, R.F., Dale, K. and Sommer, K.L. (1998), Freudian Defense Mechanisms and Empirical Findings in Modern Social Psychology: Reaction Formation, Projection, Displacement, Undoing, Isolation, Sublimation, and Denial. Journal of Personality, 66: 1081-1124. https://doi.org/10.1111/1467-6494.00043
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