Isteria maschile: esiste davvero?

20 Luglio 2019
Jean-Martin Charcot, mentore di Freud, diede a suo tempo una definizione di isteria maschile, riportando casi evidenti, al fine di defemminizzare la suddetta malattia. 

Oggigiorno il concetto di “isteria” è stato assorbito da altre diagnosi. Nel XIX secolo, acquisì una certa popolarità in quanto disturbo diagnosticato non di rado, soprattutto alle donne. Ora, lo stesso Jean-Martin Charcot, mentore di Freud, diede a suo tempo una definizione di isteria maschile, riportando casi evidenti al fine di defemminizzare la suddetta malattia.

Se c’è una cosa che risulta davvero curiosa è il modo in cui la storia tende a sessualizzare determinate categorie, disturbi o dimensioni, incasellandoli in un determinato genere. Così, qualunque dimostrazione di instabilità, di effusione emotiva, di disturbo nervoso accompagnato da emicranie, dolori addominali, sconforto, ecc, per molto tempo fu esclusiva femminile.

Nel corso del XVIII secolo andava di moda essere un uomo isterico. Sotto questo termine venivano incasellati quei comportamenti più raffinati, sensibili e civili.

Probabilmente si trascurò il fatto che Sigmund Freud avesse cercato di convincere la Società di Medicina di Vienna, nel 1886, dell’esistenza dell’isteria maschile e dell’etichetta clinica che egli stesso aveva coniato a suo tempo. Tuttavia, in quell’occasione i suoi colleghi non vollero accettare né dimostrarono interesse per quella dimensione diagnostica ereditata da Ippocrate e che in origine alludeva a come, in teoria, l’utero femminile riuscisse ad alterare il comportamento e la volontà della donna.

Ma come accettare che il genere maschile poteva presentare gli stessi sbalzi nervosi, le stesse somatizzazioni e gli stessi comportamenti dissociativi? Sembra che l’isteria maschile esistesse allora ed esista tutt’ora; eppure, tutto quell’insieme di sintomi è oggi raccolto sotto etichette cliniche più definite.

Sigmund Freud

Precedenti dell’isteria o dolore da passione

In uno studio condotto dall’Università di Toronto e pubblicato sulla rivista European Neurology ci viene spiegato che il concetto di “isteria” vive tra noi da circa quattromila anni. Ci sono papiri egizi che parlano del fenomeno dell’utero “errante” e di come questo organo potesse persino arrivare alla gola della donna nel caso in cui ella fosse molto passionale o venisse deprivata dal punto di vista sessuale.

Il primo riferimento storico giunto fino a noi riguardo all’isteria maschile compare in un’opera di William Shakespeare: lo stesso Rey Lear definisce “dolore appassionato” quel tipo di sofferenza generata dall’isteria. Dovremo, tuttavia, aspettare il XIX secolo prima che l’attenzione di Jean-Martin Charcot venga attirata da questa dimensione, tra il 1865 e il 1893.

Per elaborare i suoi studi, egli si basò su altri realizzati dai suoi colleghi, come quello di Paul Briquet e del suo libro Traité clinique et therapeutique de l’hystérie. In questo trattato si metteva da parte la relazione tra l’isteria e l’utero per parlare già di un disturbo mentale che, secondo il Dottor Briquet, avrebbe origine nel cervello. Lo definì con l’espressione “la nervrosi dell’encefalo” e sembrava colpire in egual misura uomini e donne.

Foto di donne isteriche

Quali sono le caratteristiche dell’isteria maschile?

Nonostante Charcot e Freud si siano sforzati di essere imparziali al momento di descrivere la sintomatologia dell’isteria, senza fare differenza tra femminile e maschile, il luogo comune voleva altro. Le donne isteriche, ad esempio, presentavano atteggiamenti appassionati, marcatamente emotivi e dalle condotte sessuali deviate. Di conseguenza, l’isteria maschile attribuiva agli uomini i tratti femminili più stereotipati: sensibilità, sbalzi d’umore e condotte effeminate. 

Al tempo stesso, per nostra informazione, nel XIX secolo si giunse alla conclusione che l’isteria maschile deriverebbe dall’ansia. Una profonda ansia dovuta all’impossibilità di manifestare quella condotta e quei ruoli chiaramente “maschili” che la società richiedeva. Da un punto di vista clinico e obiettivo, Charcot definì l’isteria maschile con i seguenti tratti:

  • L’isteria, maschile e femminile, non avrebbe nulla a che vedere con problemi sessuali.
  • I pazienti manifesterebbero comportamenti estremi o, al contrario, evidenzierebbero mutismo e repressione. Alcuni smetterebbero di camminare, di mangiare e resterebbero persino in stato vegetativo. Questi estremi cambiamenti dell’umore si manifesterebbero in conseguenza di un evento traumatico, come un incidente, una grave caduta e anche a seguito di alcolismo.

Bisogna segnalare che secondo Charcot non esistevano, come dicevamo, differenze tra l’isteria femminile e quella maschile. Più avanti, Sigmund Freud avrebbe riconosciuto la sua eredità e approfondito il concetto di trauma; tuttavia, preferì poi concentrarsi sull’isteria femminile.

Ritratto di isteria maschile uomo con uccelli

Dall’isteria maschile al disturbo post-traumatico da stress

A chiunque abbia letto il libro Mrs Dalloway di Virginia Woolf, il termine isteria maschile suonerà familiare. In questo romanzo del 1925, infatti, la Woolf definisce questa espressione attribuendole un significato già più preciso da un punto di vista clinico.

Se ne servì per descrivere gli uomini traumatizzati che tornavano dalla guerra. Fu proprio all’origine di quelle situazioni in cui migliaia di giovani tornavano dal fronte senza alcuna reazione che si iniziò a utilizzare un altro termine: “shock da combattimento”.

Piano piano l’etichetta di isteria cambiò per adattarsi alle realtà cliniche, laddove le nevrosi, il disturbo di conversione o i disturbi da stress post-traumatico danno un’idea più corretta di questa sintomatologia che, senza dubbio, si manifesta in entrambi i sessi. Tuttavia, permangono ancora tratti di questa categorizzazione peggiorativa e misogina.

Per concludere, vale la pena di mettere in luce la grande evoluzione di questo termine. In fin dei conti, al di là di quella isteria femminile e maschile c’è una persona incapace di elaborare un trauma. Una persona con ansia latente che non riesce a esprimere né canalizzare…