Kitty Genovese: la ragazza che urlò all’alba e che nessuno aiutò

· 24 maggio 2017

Kitty Genovese aveva 28 anni. Al ritorno dal lavoro, un uomo le si avvicinò e la pugnalò ripetutamente alle spalle. Dopodiché, la aggredì sessualmente e le rubò 49 dollari. Era l’alba del 13 marzo del 1964 e, stando al New York Times, circa 38 vicini sentirono le sue urla per più di mezz’ora… ma nessuno fece nulla.

Nonostante ciò, l’aspetto trucido della faccenda si spinge ben oltre, perché la scena si riempie di ulteriori dettagli e tortuosità lungo le quali addentrarsi nel lato più oscuro dell’essere umano. Si dice che un uomo aprì persino la finestra cercando di spaventare l’aggressore urlando: “Lascia in pace quella ragazza!” In quel momento, l’aggressore, Winston Moseley, si allontanò da lei per qualche minuto e allora Kitty riuscì ad alzarsi, ferita, e a rifugiarsi nell’atrio di un palazzo.

“Il mondo non è minacciato dalle persone che fanno il male, ma da quelle che lo tollerano”

-Albert Einstein-

Nessuno la aiutò. Chi l’aveva vista pensò che non fosse successo nulla, che non fosse così grave. Tuttavia, Moseley non ci mise molto a ritrovarla, ad aggredirla e a mettere fine alla sua vita. Qualche giorno dopo, tutta la società newyorchese trattenne il respiro quando il New York Times pubblicò una serie di lunghi articoli che descrivevano con franchezza e precisione quell’apatia, quel silenzio e quell’inumanità che, come un essere senz’anima, tormentavano quella città addormentata.

Il simbolismo narrativo di quelle pubblicazioni fu quasi come un’autopsia psicologica della società che evita le proprie responsabilità, che decide di non agire, di guardare dall’altra parte e di rifugiarsi nell’intimità del proprio habitat personale e che fa finta di non sentire le urla e le richieste di aiuto.

Il caso di Kitty Genovese cambiò molte ideologie e portò alla nascita di nuove teorie nel mondo della psicologia. Oggi ve ne parliamo nel nostro articolo.

Kitty Genovese e il riflesso di una società

Winston Moseley era un cittadino afroamericano, macchinista di professione, sposato e con 3 figli. Quando venne arrestato a causa di una rapina, non ci mise molto a confessare l’assassinio di Kitty Genovese e di altre due giovani. Gli psichiatri dichiararono in seguito che Moseley era un necrofilo. È deceduto in prigione l’anno scorso all’età di 81 anni, dopo essere stato il protagonista anche di una serie di violenti attacchi all’interno degli stessi istituti penitenziari e psichiatrici.

L’aggressore di Kitty ha scontato la propria pena, mentre lei è rimasta per sempre nella mente di tutti come la ragazza che nessuno aiutò, come la donna che morì davanti a 38 testimoni che non furono in grado di reagire. Fu così che i media spiegarono l’accaduto e così fu pubblicato nel famoso libro Thirty-Eight Witnesses: The Kitty Genovese Case di AM Rosenthal, all’epoca editore del New York Times.

Nonostante ciò, bisogna specificare che in uno studio pubblicato sulla rivista American Psychologist nel 2007 si dice che, in realtà, la storia dell’assassinio di Kitty Genovese è stata esagerata dai media. Nel documentario The Witness del 2015 si può vedere la battaglia che dovette affrontare il fratello di Kitty per cercare di scoprire cosa accadde davvero e che giunse ad una conclusione tanto semplice quanto devastante: nessuno riuscì a vedere davvero cosa accadde e chi chiamò la polizia venne ignorato perché nessuno riuscì a spiegare chiaramente cosa stesse succedendo.

L’effetto Genovese o la “teoria della diffusione di responsabilità”

Indipendentemente da come andò la faccenda, questa storia servì agli psicologi e ai sociologi per formulare la nota “teoria della diffusione di responsabilità”. In realtà, se ci pensiamo bene, non importa se i testimoni videro esattamente o meno l’aggressione di Kitty Genovese o se chiamarono o meno la polizia. Non importa nemmeno se i testimoni furono 12, 20 o 38, come disse il New York Times. Il problema è che nessuno reagì alle urla della ragazza, per 30 minuti, nessuno scese o si avvicinò a quell’atrio nel quale venne aggredita.

Gli psicologi John Darley e Bibb Latané spiegarono questo comportamento secondo la teoria della “diffusione di responsabilità”. Questa teoria suggerisce che, più testimoni ci sono, minori sono le probabilità che qualcuno di loro faccia qualcosa. Quando qualcuno ha bisogno di aiuto, i testimoni danno per scontato che qualcun altro interverrà, che qualcuno “farà qualcosa”. Nonostante ciò, il risultato di questo pensiero individuale è che, alla fine, tutti i testimoni si astengono dall’intervenire e tale responsabilità svanisce all’interno del gruppo.

Il fatto che la responsabilità svanisca all’interno del gruppo significa che nessuno se l’assume. È facile osservare questo aspetto anche quando chiediamo qualcosa. Infatti, è molto più efficace domandare “Pietro, puoi accendere la luce, per favore?”, piuttosto che dire “Qualcuno può accendere la luce, per favore?”. Nel primo caso, quando specifichiamo il nome di qualcuno, evitiamo proprio che accada quella diffusione di responsabilità.

Infine, bisogna specificare che, quando viene offerto aiuto o assistenza, nel fenomeno della diffusione di responsabilità intervengono anche altri fattori modulatori:

-Se la persona si identifica o meno con la vittima. Un’identificazione maggiore con la vittima riduce la diffusione di responsabilità.

-Se intervenire implica la possibilità di un costo personale o meno. Nel caso di Kitty, per esempio, la possibilità di essere aggrediti a loro volta. In questo caso, la diffusione di responsabilità aumenta.

-Se la persona pensa di essere in una posizione migliore o peggiore rispetto al resto del gruppo per aiutare la vittima. Un esperto di difesa personale, per esempio, si sentirà più spinto ad agire in una situazione di pericolo rispetto a qualcuno che non sa come difendersi. Sono più propense ad agire anche le persone che si trovano più intime alla vittima.

-Se la persona pensa che la situazione sia grave o meno. Dinanzi ad una situazione considerata grave, la diffusione di responsabilità è inferiore, ed è minore anche quando la richiesta di aiuto si prolunga nel tempo o aumenta d’intensità.

L’importanza di non normalizzare la violenza

Il triste caso di Kitty Genovese ebbe un impatto importante sulla nostra società. Contribuì, per esempio, alla creazione della famosa linea 911 per le emergenze negli Stati Uniti. A lei sono state dedicate canzoni, ha ispirato la trama di molti film e serie TV e persino alcuni personaggi dei fumetti come quello di Watchman di Alan Moore.

“Se vuoi la pace, non la otterrai certo con la violenza”

-John Lennon-

Kitty fu quella voce che urlava una mattina di marzo del 1964. Un lamento perduto nella notte che, come un eco, si ripete giorno dopo giorno nel nostro mondo in moltissimi modi diversi. Perché forse, come esseri umani, abbiamo ormai normalizzato la violenza. Solo il mese scorso, per esempio, un gruppo di fan della squadra di calcio Belgrano di Cordoba, in Argentina, ha gettato giù dalle tribune dello stadio un giovane di 22 anni.

Dopo una caduta di 5 metri, il ragazzo è atterrato su una delle gradinate con un grave trauma che ha poi causato la sua morte qualche ora dopo, mentre il resto dei tifosi continuava a salire e a scendere le gradinate con impassibile normalità. Come se niente fosse accaduto, come se quella vita fosse parte della struttura inanimata dello stadio. Fino a quando, finalmente, non è arrivata la polizia.

Forse l’esposizione continua agli atti aggressivi (che sia in eventi sportivi, in TV, su internet, ecc.) ci ha ormai resi più tolleranti, più passivi e meno reattivi alla violenza, ma ciò che è chiaro è che non ha senso, non è giustificabile né umano.

Dobbiamo smettere di essere semplici testimoni, di essere come un cucchiaino di zucchero che si scioglie tra la massa per fare ciò che fanno gli altri, ovvero NULLA. Dobbiamo essere intraprendenti, dobbiamo essere agenti attivi nel senso più integro della convivenza, del rispetto e, soprattutto, della preoccupazione genuina per il prossimo.