La coscienza da un approccio neuroscientifico

11 aprile 2018 in Psicologia 55 Condivisi
Immagine cervello umano

La coscienza è sempre stata oggetto di polemiche e difficile da studiare. Durante la maggior parte del XX secolo, gli studi sulla coscienza sono stati rifiutati sistematicamente in ambito psicologico e scientifico. La ragione di ciò va ricercata nel positivismo estremo delle prospettive comportamentiste dell’epoca, le quali rifiutavano completamente la terminologia del mentalismo. Ciò nonostante, dopo i progressi della psicologia cognitiva, crescette la necessità di studiare i processi coscienti e incoscienti.

La coscienza è un costrutto molto difficile da definire. Questo perché quasi tutti sappiamo cos’è, ma poche definizioni ne riflettono la complessità. Forse potremmo definirla, semplificandola in eccesso, come la capacità mentale di conoscere quello che accade attorno a noi o dentro di noi in maniera “attiva”. La coscienza ci fa sapere chi siamo e che siamo presenti negli avvenimenti che si verificano.

Quando studiamo a fondo la mente umana, ci rendiamo conto che esiste un’enorme quantità di processi incoscienti. Ad esempio, non abbiamo la possibilità di regolare in maniera diretta il battito cardiaco o il movimento della lingua quando parliamo; più semplicemente, pensiamo e questi fenomeni si verificano. Ebbene, in quale maniera ciò che processiamo è cosciente o incosciente? Quali basi neurofisiologiche constatano l’esistenza e funzione della coscienza?     La coscienza umana rappresentata come collegamenti luminosi nel cervello

Caratteristiche dei processi coscienti e incoscienti

La prima domanda che si pone uno scienziato quando decide di studiare la coscienza è come misurarla. Il problema radica nel fatto che si tratta di un evento impercettibile all’osservazione diretta. Pertanto, bisogna realizzare misure indirette in relazione a essa; la più semplice sarebbe il rapporto stesso fatto dall’individuo. In molte occasioni funziona una norma: se si è capaci di comunicarlo, si è coscienti.

In questa prospettiva, ci rendiamo conto che possiamo presentare diversi stimoli ai soggetti, in modo che possano includerne alcuni nella loro comunicazione e altri no. Inoltre, osserviamo che nonostante il soggetto non sia cosciente dello stimolo, questo può influire sulla sua condotta. Un chiaro esempio di ciò sono le tecniche di priming: la presentazione di una parola in maniera incosciente che facilita o rende difficile la lettura di una parola presentata successivamente.

Ebbene, possiamo ritrovare diversi livelli di coscienza all’interno dell’elabroazione cognitiva:

  • Elaborazione subliminale: si verifica quando la forza dello stimolo è debole o la presentazione è breve, per cui non raggiunge la soglia della coscienza. Tuttavia, questo stimolo può influire nella condotta o scatenare diversi tipi di elaborazione. Non tutti gli esperti, però, riconoscono l’esistenza di questo tipo di elaborazione
  • Elaborazione pre-cosciente: si verifica quando gli stimoli hanno la forza necessaria per superare la soglia della coscienza ma, a causa di una mancanza di attenzione, questa non si produce, poiché non si verifica una amplificazione. Un esempio di ciò è la cecità da disattenzione: cecità a certi stimoli importanti per mancata attenzione.
  • Elaborazione cosciente: si verifica quando lo stimolo ha la forza necessaria per superare la soglia della coscienza e i processi attentivi gli permettono di accedere alla coscienza. In questo caso, gli individui ricevono l’informazione e possono risponderevi in maniera attiva.

È importante ricordare che queste categorie sono livelli di una dimensione e non categorie chiuse. Questo significa che qualsiasi elaborazione può trovarsi in qualsiasi punto tra non rilevato e pienamente cosciente. 

Cervello di uomo a forma di labirinto

La coscienza: basi neurofisiologiche

Una delle questioni fondamentali nello studio della coscienza fu relazionarla ai processi biologici e neurofisiologici. Molti studiosi hanno presentato numerosissimi modelli sul funzionamento e sulla funzione di questo processo, ma gli interrogativi senza risposta sono ancora molti. Le ricerche, inoltre, hanno individuato alcune delle strutture che possono essere coinvolte e il perché dell’esistenza della coscienza.

Per studiare le strutture cerebrali della coscienza, la cosa più semplice è utilizzare strumenti di neuroimaging per paragonare i processi coscienti e incoscienti. I risultati di questi hanno dimostrato che esiste un’attivazione nervosa in più nei processi di carattere cosciente.  

Bisogna tener conto del fatto che, modificando l’attività, le aree attivate cambiano; sembrerebbe che la coscienza non si concentri in una struttura determinata, ma che sia un lavoro svolto dall’intero encefalo. Forse il fattore più comune tra i diversi studi è l’attivazione delle zone parietali e frontali dell’encefalo, ma questi dati vanno comunque presi con precauzione.

E rispetto alla grande domanda del “perché abbiamo una coscienza?”, nonostante si tratti di una risposta difficile, sarebbe perché compie la funzione di un sistema di cortocircuito. Vale a dire, un processo supervisore che ha il compito di valutare la condotta di un individuo e staccare la spina se nei processi si verificano degli errori. Questo sistema agirebbe solo nei processi davvero rilevanti, per risparmiare le risorse ed essere più efficiente, cosa che spiegherebbe i diversi livelli di coscienza.

La coscienza è un processo interessante e misterioso che nel corso della storia ha lasciato perplessi molti psicologi, filosofi e neuroscientifici. I progressi della ricerca ci aiutano ogni giorno a saperne di più, ma il cammino che ci attende per comprenderne in profondità la sua autentica essenza è ancora lungo.     

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