Psicologia cognitiva: cos’è, le caratteristiche e chi l’ha formulata

· 7 ottobre 2017

Attualmente la psicologia cognitiva rappresenta una delle correnti terapeutiche più influenti ed efficaci per il trattamento dei disturbi mentali.

Sebbene il termine “cognitivo” non sia usuale nel linguaggio comune, nell’universo delle scienze del comportamento viene utilizzato molto spesso. Per i lettori che non hanno particolare familiarità con la psicologia, possiamo dire che cognitivo è sinonimo di conoscenza o di pensiero.

Tutti gli esseri umani sono in grado di generare cognizioni, ovvero pensieri o rappresentazioni mentali di ciò che conosciamo, di ciò che accade intorno a noi. Cosa che non succede se non sappiamo o non siamo coscienti che qualcosa esista.

La psicologia cognitiva, pertanto, è volta allo studio del comportamento umano rivolto agli aspetti non osservabili, mentali, che si trovano tra lo stimolo e la risposta. Detto in parole più semplici, la psicologia cognitiva ha il ruolo di conoscere quali idee giungono alla mente del paziente e come influiscono sulla sua risposta emotiva e comportamentale – su come ciò lo fa sentire e agire.

Al giorno d’oggi usiamo spesso la terapia cognitiva per risolvere molteplici problemi psicologici. Questo perché abbiamo potuto osservare che le cognizioni o i pensieri influiscono e a volte persino determinino il comportamento del paziente.

Il trattamento da questo punto di vista si concentra sull’identificare i pensieri, le convinzioni e gli schemi che non corrispondono con la realtà circostante oppure che sono esagerati per tentare di metterli in discussione tramite un dibattito che consiste nel fare domande che mettano in dubbio queste stesse cognizioni. Una volta che la persona è in grado di identificare e mettere in discussione le sue stesse convinzioni, sarà pronta per riformularle e creare nuove cognizioni, più aderenti alla realtà obiettiva.

La rivoluzione cognitiva

Negli anni ’50 il paradigma imperante era rappresentato dalla psicologia comportamentale o dell’apprendimento, che per quanto fosse riuscita a spiegare molti fenomeni psicologici, era ancora piuttosto riduttiva, in quanto riusciva a spiegare solo ciò che era osservabile.

Quando la psicologia comportamentale giunse ad un vicolo cieco, si iniziò a dare importanza ai fenomeni che avvenivano all’interno della mente nel tempo che si interponeva tra la ricezione di uno stimolo e la relativa risposta. Ed è a questo punto che i ricercatori iniziarono a studiare i processi di ragionamento, linguaggio, memoria, immaginazione…

la psicologia cognitiva e lo studio dei pensieri

Lo stesso avvenne per la psicoanalisi di Sigmund Freud, altra corrente fondamentale all’epoca che non era in grado di dare risposte a vari disturbi mentali, nonostante avesse rappresentato una vera rivoluzione.

Nasce in modo inarrestabile quella che viene chiamata “rivoluzione cognitiva”, per la quale la psicologia inizia a dirigersi verso i processi mentali dell’individuo.

A grandi linee, si possono individuare alcune correnti di ricerca che diedero origine alla psicologia cognitiva, quali ad esempio:

  • I progressi psicologici dell’informatica e dell’elaborazione dei dati (Turing, Von Neumann…), i quali permisero di creare macchine programmabili e in grado di prendere decisioni, in un modo simile a quello che usa la mente umana per processare informazioni.
  • I progressi della cibernetica, per opera di Wiener.
  • Le teorie dell’informazione di Shannon, il quale concepiva l’informazione come una scelta e una riduzione delle alternative.

Quali autori formularono la psicologia cognitiva?

Come spiegato in precedenza, la psicologia cognitiva nasce a seguito dei limiti del comportamentismo, incapace di spiegare, ad esempio, perché ci siano persone che rispondono in maniera diversa rispetto ad altre pur avendo subito il medesimo condizionamento. I più noti personaggi che contribuirono all’insediamento della psicologia cognitiva nel mondo delle scienze del comportamento, furono i seguenti:

F.C. Barlett

Fu il primo professore di psicologia sperimentale dell’Università di Cambridge. Il suo principale postulato fu la Teoria degli schemi della mente, il quale sosteneva che il pensiero e il ricordo fossero processi ricostruibili.

Tramite favole che leggeva alle persone che prendevano parte alle sue ricerche, riuscì a provare che non erano in grado di ricordarle letteralmente, anche se venivano lette più volte. Scoprì, invece, che erano più propense a ricordare ciò che più si allineava con i loro precedenti schemi mentali.

Jerome Bruner

Per questo autore, esistevano tre tipologie di apprendimento: operativo, iconico e simbolico. Stabilì che una teoria di insegnamento dovesse toccare quattro importanti ambiti: la predisposizione all’apprendimento, i modi in cui può essere strutturato un insieme di conoscenze, le sequenze tramite cui presentare il materiale, e infine la natura e il ritmo di ricompense e punizioni.

L’aspetto più importante della sua teoria riguarda il ruolo che ha l’immersione nella conoscenza per chiunque voglia apprendere. Sottolineò così l’idea che uno studente impara più rapidamente se si trova a doversi immergere nella conoscenza che sta cercando di acquisire e ad applicarla.

Gardner

Formulò la famosa teoria delle Intelligente Multiple, secondo la quale l’intelligenza è la capacità di organizzare i pensieri e coordinarli con le azioni. Ogni persona avrebbe almeno otto tipi di intelligenza o abilità conoscitive.

Queste intelligenze sono semi-autonome, ma allo stesso tempo lavorano insieme (integrate) nella mente delle persone. Ogni persona, inoltre, svilupperà ciascun tipo di intelligenza in misura maggiore o minore rispetto agli altri, a causa di enfasi culturale.

il contributo di Gardner nella psicologia cognitiva

Jeffrey Sternberg

Sternberg è ampiamente conosciuto per la sua teoria triangolare dell’amore, secondo la quale l’amore è composto da tre elementi: intimità, passione e compromesso.

Postulò anche la teoria triarchica dell’intelligenza, la quale dice che l’intelligenza è un’attività mentale necessaria per l’adattamento, per selezionare e modificare ambienti rilevanti per il soggetto in questione. Secondo lo studioso, l’intelligenza si dimostrerebbe in base a come ciascuno di noi affronta o supporta i cambiamenti.

David Rumerlhart

È un autore molto influente nella teoria degli schemi. Secondo lui, gli schemi sono rappresentazioni di concetti generali che sono immagazzinati nella nostra memoria e che ci aiutano ad organizzare il mondo. La sua teoria spiega come rappresentiamo il mondo all’interno della nostra mente e come usiamo queste informazioni per interagire con il mondo.

Jean Piaget

È uno degli autori più importanti per la psicologia cognitiva. Formulò la teoria dello sviluppo cognitivo per tappe. Queste tappe sono caratterizzate dal possesso di strutture logiche qualitativamente diverse, che mostrano alcune capacità dei bambini e gli impongono delle restrizioni.

Piaget e la psicologia cognitiva

Esistono molti altri rappresentanti della psicologia cognitiva, come Vigotsky, Erickson o Ausubel, i quali meriterebbero di essere inseriti nella lista. In ogni caso, i loro contributi rappresentarono una rivoluzione per la psicologia dell’epoca e per comprendere quali sono i principali punti di forza e di debolezza della corrente attualmente più popolare, quella cognitivo-comportamentale.

Grazie ai contributi di tutti questi personaggi, la psicologia ha fatto passi da gigante. In questo modo, sebbene il comportamentismo continui ad esistere, anche in combinazione al cognitivismo, quest’ultimo ha rappresentato un notevole progresso rispetto a quello che conoscevamo nei decenni passati, migliorando il trattamento di vari disturbi mentali. Anche alcuni molto diffusi, come la depressione.

Tuttavia, neppure la psicologia cognitiva è priva di limiti. Critiche ragionate e in molti casi ragionevoli, le quali fanno leva sul presupposto che i processi mentali e il comportamento siano separati, e che i primi precedano i secondi.

Riferimenti bibliografici:

De la Vega, M. Introduzione alla psicologia cognitiva (1984). Franco Angeli.

Bruner, J.S. (1959). Learning and Thinking. Harvard Education, 29: 184-192.