La modularità della mente di Fodor

· 11 Febbraio 2019
Seppur non ritenuta valida da molti esperti, la modularità della mente suscita tutt'oggi grande interesse nell'ambito dello studio dei processi mentali.

La modularità della mente proposta da Fodor offre una spiegazione curiosa e controversa sul funzionamento della nostra mente. Secondo questa concezione modulare, il nostro cervello sarebbe organizzato in aree specializzate per risolvere in maniera efficace problemi concreti.

Secondo la modularità della mente, quest’ultima è organizzata in dispositivi di elaborazione specializzati, come un coltellino svizzero con le sue molteplici e specifiche funzioni.

Occorre segnalare innanzitutto che tale prospettiva, così come il concetto di modularità applicato ai processi percettivi e cognitivi, è tutt’ora molto criticata dalla neuroscienza. Una nicchia di psicologi evoluzionisti continua tuttavia a sostenere questo approccio, espresso per la prima volta dall’antropologo John Tooby e dalla psicologa Leda Cosmides nel 1992.

Ebbene, quest’idea era già emersa tra la comunità filosofica negli anni ’80. Fu Jerry A. Fodor, uno dei filosofi della mente più rinomati, a sondare a lungo i misteri della struttura della cognizione umana. Parliamo di un grande esperto di linguistica, logica, semiotica, psicologia, informatica e intelligenza artificiale.

È a lui che si devono, per esempio, le basi della stessa scienza cognitiva e del ramo della filosofia della psicologia. Una delle sue opere più rinomate e di maggior impatto fu senza dubbio La modularità della mente, pubblicata nel 1983. Tale corrente, seppur non ritenuta valida da molti esperti, suscita tutt’oggi grande interesse nell’ambito dello studio dei processi mentali.

“C’è ancora molto da fare. Finora la scienza cognitiva ha emanato un leggero raggio di luce sul grande buio che avvolge il mistero della comprensione della mente.”

-Jerry A. Fodor-

Bambino e ingranaggi

La modularità della mente

Esiste un primo aspetto in questa teoria con il quale saremo senz’altro tutti d’accordo. Lo stesso Fodor segnalava che il cervello, in quanto entità fisica osservabile, può essere studiato sempre meglio grazie ai progressi tecnologici. Ciò nonostante, esiste un punto in cui lo studio della mente passa attraverso un livello più astratto e impreciso nel quale la tecnologia perde valore.

Gli stessi Platone e Aristotele provarono a trovare una spiegazione a questo aspetto, così come Descartes e John Locke. Fu così che arrivati agli anni ’80, questa corrente a metà tra la filosofia e la psicologia sfruttò il lascito di Noam Chomsky e del criptomatematico Alan Turing come modo singolare di definire e spiegare i nostri processi cognitivi.

Qui di seguito vediamo i principi che definiscono la teoria della modularità della mente.

I moduli della mente

Verso la fine del 1950, il linguista e filosofo Noam Chomsky cominciò a difendere una delle sue teoria più conosciute: il linguaggio non è un comportamento appreso, bensì un’innata facoltà mentale funzionale. Questa premessa fu uno dei pilastri che più avanti ispirò il dottor Fodor.

Questi si basò in maniera diretta sui lavori di Turing relativi ai modelli matematici informatici, andando a formare pian piano la sua teoria secondo cui la mente è suddivisa in facoltà mentali separate e specializzate.

Questa teoria fu denominata modularità della mente e sostiene che ogni processo mentale è organizzato in diversi moduli specializzati, proprio come le funzioni uniche di un computer. Esiste quindi un modulo per la sensazione e la percezione, un altro per la volizione, un altro per la memoria, uno per il linguaggio, etc.

I sostenitori della teoria modulare

Jerry A. Fodor pubblicò le sue teorie nel libro La modularità della mente (1983). In seguito, i dottori Tooby e Cosmides enunciarono la teoria del coltellino svizzero basandosi sui suoi lavori. A che punto siamo oggi? Può ritenersi valido un approccio che ritiene che la mente sia composta da “applicazioni” specializzate?

Sebbene questa teoria sia controversa, non sono poche le figure in campo scientifico che la difendono. Una delle posizioni più nette è quella di Nancy Kanwisher, professoressa e ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Cognitive dell’Istituto di tecnologia del Massachusetts (MIT).

Una delle sue conferenze TED più conosciute è quella del 2014 in cui spiegò la validità dei tale teoria. Al riguardo ha scritto anche vari articoli e studi scientifici che vengono pubblicati periodicamente sul Journal of Neuroscience.

Il caso della prosopagnosia

La dottoressa Kanwisher ha riscontrato attraverso risonanze magnetiche l’esistenza di molte aree del cervello che non comunicano tra di loro, bensì lavorano in maniera isolata. Ciò permette, per esempio, alle persone con prosopagnosia di  vedere perfettamente, ma essere incapaci di riconoscere gli altri. Il soggetto riesce a vedere i figli quando li va a prendere a scuola, ma non riesce a riconoscerli.

Esisterebbero dunque molte aree specializzate nel cervello che lavorano per “moduli”, e riguardano sezioni concrete come quella che elabora il colore, le forme, il movimento, la parola.

La modularità della mente e critiche

Sono molti  a ritenere che la teoria modulare sia troppo semplicistica, in puro stile darwiniano, dove non si esclude per esempio l’idea della selezione naturale.

Questa prospettiva sostiene infatti che i nostri comportamenti siano come programmi che acquisiamo con l’avanzare del tempo come specie. Ciascun processo e ciascuna funzione si sviluppa e si specializza in maniera autonoma dal resto.

Studi come quello pubblicato sulla rivista PLOS Biology segnalano il rischio di assumere l’approccio modulare sulla cognizione umana. Non possiamo parlare del cervello come di un’entità frammentaria. Lo stesso vale per la metafora del telefono, secondo cui aggiungiamo applicazioni a seconda delle nostre necessità quotidiane. In realtà si verificano fenomeni ben più complessi.

Sebbene sia vero che esistono aree che non comunicano con altre, non lo è il fatto che la mente lavori attraverso diversi settori specializzati e separati tra di loro. Il cervello è designato per condividere informazioni e lavorare in modo unitario, connettendo le distinte aree e scambiando di continuo dati.

Il nostro ragionamento, tutt’altro che modulare e olistico, sfrutta molteplici concetti, inferenze, processi, induzioni… Pertanto, il cervello e i processi cognitivi non possono intendersi sotto la classica metafora del computer. Sono molto più complessi, affascinanti e imprevedibili.