La regolazione emotiva in contesti sanitari

4 Gennaio 2020
Le sfide che dottori, infermieri, fisioterapisti e tutti colori che lavorano in ambito sanitario affrontano ogni giorno generano in loro una serie di emozioni che si ripercuotono sulla salute. È difficile restare indifferenti di fronte al grande carico lavorativo, emotivo e professionale che implica lavorare con persone con problemi di salute.

La regolazione emotiva in contesti sanitari aiuta gli specialisti della salute a riconoscere l’utilità e il carattere transitorio delle emozioni. Li aiuta anche a gestirne l’influenza e a non farsi travolgere da esse.

La regolazione emotiva consiste in una serie di competenze volte a riconoscere, gestire e controllare le nostre emozioni. Da un punto di vista psicologico, è concepito come processo di base all’interno dell’intelligenza emotiva. Quest’intelligenza è determinante per lo sviluppo delle abilità legate alla comunicazione, fondamentali per lavorare con i pazienti.

Per praticare la regolazione emotiva in contesti sanitari occorre prima sapere con precisione a cosa si riferisce tale meccanismo e in cosa consiste. Imparare la regolazione emotiva significa “acquisire la capacità di aprirsi ai sentimenti piacevoli così come a quelli più sgradevoli” (Fernández, 2010).

Il modello per la regolazione emotiva basato sul processo emotivo di Hervás (2011) individua una serie di fasi da percorrere prima di raggiungere il completo controllo:

  • Apertura emotiva: ci permette di identificare, vivere ed esprimere le emozioni.
  • Attenzione emotiva: capacità di riconoscere le emozioni e di averne consapevolezza.
  • Etichette emotive: capacità di identificare le emozioni e di dare esse un nome.
  • Accettazione emotiva: capacità di non rifiutare le emozioni provate.
  • Analisi emotiva: riflettere e comprendere il significato e le implicazioni delle emozioni.
  • Regolazione emotiva.
Donna in visita da una dottoressa

La relazione pensiero-emozione

Esiste una relazione bidirezionale tra emozioni e pensieri. Entrambi si alimentano a vicenda, e il collasso di uno mette a rischio l’altro. Un pensiero negativo costante, dal quale non riusciamo a staccarci, influisce su come ci sentiamo. Allo stesso tempo, un’emozione negativa e che non si adatta alla realtà influisce sul nostro pensiero.

Un esempio comune nei lavoratori in ambito sanitario è quello di credere di non poter aiutare pienamente i pazienti per mancanza di tempo. Tale insoddisfazione genera emozioni quali frustrazione, stress o impotenza. A sua volta, queste emozioni alimentano il pensiero, causando un progressivo peggioramento della situazione.

Una soluzione a questi problemi consiste nel cambiare la situazione mediante l’azione. Tuttavia, in alcuni casi non si possono cambiare le cose o le probabilità di farlo sono basse, soprattutto in ambito sanitario (quando si lavora con malattie terminali, quando la sintomatologia persiste o quando le risorse o i tempi sono limitati).

In questo caso è fondamentale disporre dei giusti strumenti per gestire le proprie emozioni e offrire un’assistenza di qualità a tutti i pazienti.

Lo stress negli specialisti della salute e la regolazione emotiva in contesti sanitari

Diversi studi stabiliscono una relazione direttamente proporzionale tra l’intelligenza emotiva e lo stress professionale. I dati indicano che un maggiore allenamento dell’intelligenza emotiva riduce lo stress e aumenta la prevenzione del fenomeno burnout (Bajo Gallego e González Hervías, 2014).

Il Burnout, o sindrome del lavoratore “bruciato”, genera insoddisfazione sul piano lavorativo, il degrado dell’ambiente lavorativo, la riduzione della qualità del lavoro, assenteismo, abbandono della professione e adozione di posizioni passivo-aggressive verso i pazienti.

-Leal-Costa, Díaz Agea, Tirado-González, Rodríguez Martín e Van Der Hofstadt, 2015-

I benefici della mindfulness sui pazienti

La mindfulness si traduce come attenzione piena e consiste nel concentrarsi sul presente, sul qui e ora, seguendo le seguenti direttrici:

  • Senza giudicare
  • Senza aspettative
  • Aperti a tutto ciò che ci circonda
  • Dalla curiosità o con una mente principiante
  • Adttando un atteggiamento di autocompassione
Donna che si rilassa con gli occhi chiusi

È stato provato che la pratica della mindfulness aumenta la regolazione emotiva. Inoltre, nei pazienti, tale pratica può:

  • Aumentare il benessere generale e ridurre gli stati emotivi disfunzionali e la sintomatologia fisica delle malattie croniche.
  • Agire come fattore protettivo di fronte al peggioramento della funzione cognitiva globale nei pazienti con Alzheimer.
  • Essere positiva per i pazienti con sintomatologia da stress, ansia e depressione.
  • Contrastare gli effetti negativi dello stress cronico nei pazienti con il cancro.
  • Attenuare il dolore fisico, migliorare la salute generale, le relazioni sociali e la salute mentale nei pazienti con fibromialgia.

Lo scopo della mindfulness non è lasciare in bianco la mente, bensì accettare i pensieri e i sentimenti che sperimentiamo, svincolandoci da essi. Comprendendo, dunque, che entrambi i fenomeni sono transitori e non definiscono chi siamo.

La persona che pratica regolarmente la mindfulness può imparare ad autoregolare le sue emozioni con maestria.

  • Gutiérrez, G. S. (2011). Meditación, mindfulness y sus efectos biopsicosociales. Revisión de literatura. Revista electrónica de psicología Iztacala, 14(2), 26-32.
  • Hernández, D. J. Q., Barrachina, M. T. M., Fernández, I. I., del Pino, A. S., & Hernández, J. R. (2014). Efectos de un programa de intervención neuropsicológica basado en mindfulness sobre la enfermedad de Alzheimer: ensayo clínico aleatorizado a doble ciego. Revista Española de Geriatría y Gerontología, 49(4), 165-172.
  • Hervás, G., Cebolla, A., & Soler, J. (2016). Intervenciones psicológicas basadas en mindfulness y sus beneficios: estado actual de la cuestión. Clínica y salud, 27(3), 115-124.
  • Gil, V. A. (2015). Mindfulness: una propuesta de intervención psicológica en atención primaria. Revista Electrónica Psyconex, 7(11), 1-18.
  • Moscoso, M. S. (2010). El estrés crónico y la Terapia Cognitiva Centrada en Mindfulness: Una nueva dimensión en psiconeuroinmunología. Persona: Revista de la Facultad de Psicología, (13), 11-29.
  • Justo, C. F., Mañas, I. M., & Martínez, E. J. (2010). Mejora en algunas dimensiones de salud percibida en pacientes con fibromialgia mediante la aplicación de un programa de meditación mindfulness. Psychology, Society & Education, 2(2), 117-130.
  • Fernández, B. P. (2010). Inteligencia emocional para médicos del siglo XXI. El médico, 22-25.
  • Delgado, L. C., Guerra, P., Perakakis, P., Viedma, M. I., Robles, H., & Vila, J. (2010). Eficacia de un programa de entrenamiento en conciencia plena (mindfulness) y valores humanos como herramienta de regulación emocional y prevención del estrés para profesores. Psicología Conductual, 18(3), 511.
  • Mateo, A. F., Faixa, T. R., & Martín-Asuero, A. (2014). Mindfulness y regulación emocional: Un estudio piloto. Revista de psicoterapia, 25(98), 123-132.
  • Muñoz, M. D., & de la Fuente, F. V. (2010). La Pirámide de Necesidades de Abraham Maslow. Obtenido de HYPERLINK” http://coebioetica. salud-oaxaca. gob. mx/wp-content/uploads/2018/libros/ceboax-0530. pdf” http://coebioetica. salud-oaxaca. gob. mx/wp-content/uploads/2018/libros/ceboax-0530. pdf.
  • Leal-Costa, C., Díaz-Agea, J. L., Tirado-González, S., Rodríguez-Marín, J., & Van-der Hofstadt, C. J. (2015, August). Las habilidades de comunicación como factor preventivo del síndrome de Burnout en los profesionales de la salud. In Anales del Sistema Sanitario de Navarra (Vol. 38, No. 2, pp. 213-223).
  • Hervás, G. (2011). Psicopatología de la regulación emocional: el papel de los déficit emocionales en los trastornos clínicos. Psicología conductual, 19(2), 347.