La teoria bifattoriale di Mowrer

23 settembre, 2020
Fobie, ansia, angoscia: i meccanismi della paura non sono misteriosi come pensiamo. Questa sensazione segue precisi schemi che possiamo disattivare e ridurre per avere una vita più serena.

La teoria bifattoriale di Mowrer è stata enunciata nel lontano 1939, ma rimane uno dei modelli psicologici più interessanti. Innanzitutto, ci permette di capire i meccanismi della paura e come si manifestano i disturbi d’ansia e le fobie; in secondo luogo, ci offre un prezioso punto di partenza per affrontare le manifestazioni della paura che limitano la nostra vita.

Parlare di ansia significa riferirsi, inevitabilmente, a paure e angosce. Nessuna dimensione è tanto complessa e poliedrica come la paura stessa. Il poeta Orazio diceva che chi vive nella paura non sarà mai libero. Nulla di più vero, sebbene sia tipico dell’essere umano nutrire preoccupazioni e paure.

Dopotutto, fanno parte della nostra natura e agiscono anche come meccanismi di sopravvivenza. A volte, però, ci fanno sentire indifesi e ci conducono verso stati patologici. Disturbi di panico, ossessioni e fobie che limitano hanno la meglio sulla vita quotidiana di migliaia e migliaia di persone.

Queste emozioni negative ci mettono all’angolo, nel silenzio delle nostre case e non tutti le capiscono. Conoscere i meccanismi più elementari della paura può aiutarci a smascherare il nostro peggior nemico. Vediamo insieme in che modo.

Uomo pensieroso per uso di sostanze stupefacenti.


Teoria bifattoriale di Mowrer: in cosa consiste?

La teoria bifattoriale di Mowrer fu postulata da Orval Hobart Mowrer nel 1939. Questo psicologo americano e professore di psicologia all’Università dell’Illinois è meglio conosciuto per le sue ricerche sulla terapia comportamentale. I suoi studi si concentrarono sull’origine delle fobie e sul perché è così difficile estinguerle una volta che compaiono.

È inutile, per esempio, spiegare a una persona che ha paura degli aerei che ci sono più probabilità di essere investiti mentre si attraversa la strada che avere un incidente aereo. La mente si aggrappa a certe idee che vengono mantenute nel tempo finché non limitano notevolmente.

Il Dottor Mowrer è stato un pioniere in questa materia e grazie a lui sappiamo quali meccanismi si nascondono dietro i disturbi d’ansia. Secondo la sua teoria bifattoriale, le paure, le fobie e i disturbi d’ansia derivano da due fasi:

  • Immaginiamo qualcuno che ha bisogno di avere il controllo su ogni aspetto della propria vita, una persona ossessiva e molto esigente. Sale su un aereo per la prima volta e sente che questa situazione è fuori dal suo controllo. Si sente intrappolata, legata, a mille metri da terra… Ha un attacco di panico e da allora non è più riuscita a prendere un aereo.
  • Non solo: adesso le sue paure sono aumentate. Pensare alle vacanze la terrorizza. Essere costretta a prendere di nuovo un aereo intensifica ulteriormente la sua ansia.

In questo esempio vediamo due fasi, due dimensioni che definiscono la teoria bifattoriale di Mowrer. Le descriviamo nel dettaglio qui di seguito.

Fase 1. Condizionamento classico

Il Dottor Orval Hobart Mowrer ha basato la sua ricerca sulla teoria del comportamentismo. A suo avviso, dunque, il primo elemento che porta alla comparsa di fobie e di molti disturbi d’ansia è il condizionamento classico:

Uno stimolo apparentemente neutro e innocuo (un aereo, un ragno, un episodio al lavoro, un supermercato affollato, ecc.) si trasforma improvvisamente in uno stimolo doloroso o traumatico.

Per esempio, a seguito di una brutta esperienza con i colleghi, ogni giorno la persona fa più fatica ad alzarsi e recarsi a in ufficio. Il lavoro è diventato causa di disagio.

Come possiamo vedere, in questa fase qualcosa di apparentemente normale viene vissuto in modo sgradevole.

Fase 2. Condizionamento strumentale

Dopo aver subito l’impatto del condizionamento classico (uno stimolo specifico che acquista una connotazione dolorosa), basta evitare la situazione in questione per essere tranquilli.

Ma nel caso di fobie e ansia, il cervello non funziona così. È allora che entra in gioco la seconda fase, cioè il condizionamento strumentale.

Continuiamo con l’esempio del posto di lavoro traumatico, quello in cui abbiamo subito molestie o mobbing. In superficie, basterebbe lasciare l’occupazione affinché tutte le sofferenze svaniscano.

Eppure, non è sempre così. Può verificarsi una dinamica ben più complessa, nonché comune: qualsiasi scenario lavorativo ricorda l’esperienza passata.

In questi casi, la persona soffre e le è impossibile tornare a lavorare. La sua mente collega qualsiasi lavoro all’esperienza passata.

Questo comportamento rafforza la paura: c’è uno stimolo che spaventa -> lo evito -> evito anche tutto quello che mi ricorda quello stimolo originario -> con questo accresco la paura.

Quello che evito, dunque, non è lo stimolo avversivo originale, fuggo da tutto ciò che gli somiglia, ci si avvicina o lo ricorda.

Donna rannicchiata che ha paura.

In che modo la teoria bifattoriale di Mowrer può aiutarci?

Come sottolinea Giorgio Nardone, “la paura quando la guardi in faccia si trasforma in coraggio; quando la eviti diventa panico”.

La teoria bifattoriale di Mowrer ci mostra la base irrazionale di molte paure e il modo in cui limitano le nostre vite. Va bene, ad esempio, fuggire da ciò che ci fa male, da ciò che agisce come una vera minaccia. Ciononostante, molte fobie sono illogiche e non mettono a rischio la nostra sopravvivenza, piuttosto limitano la nostra vita.

Le tecniche di esposizione sono indubbiamente adatte per affrontare queste realtà psicologiche. Mettersi davanti al terrificante stimolo fobico e razionalizzare la paura è sempre un passo avanti.

Allo stesso modo, anche la terapia strategica breve è una buona risorsa per sbloccare tutto quello che ci limita, che ci lascia intrappolati nella gabbia delle paure. Uscirne è una nostra responsabilità. Per fortuna, abbiamo a disposizione molteplici strategie per riuscirci.

  • Mowrer, O.H. (1939). A Stimulus-Response Analysis of Anxiety and its Role as a reinforcing agent. Psychological Review, 46 (6): 553-565.
  • Mowrer, O.H. (1954). The psychologist looks at language. American Psychologist, 9 (11): 660-694.