La teoria della neuromatrice del dolore

La teoria della neuromatrice del dolore spiega perché compaiono condizioni limitanti come il dolore cronico o la fibromialgia. Rivela anche l'origine della sindrome dell'arto fantasma.
La teoria della neuromatrice del dolore

Ultimo aggiornamento: 31 marzo, 2022

La teoria della neuromatrice del dolore indica che l’esperienza della sofferenza fisica non è mediata solo dagli impulsi nervosi. Anche fattori come stress cronico o traumi possono favorire questo effetto. Questo approccio delineato negli Anni ’90ricorda che il cervello filtra e modula gli impulsi del dolore e non agisce allo stesso modo in tutti noi, al punto da parlare di neuromatrice del sé.

Ogni individuo sperimenta i vari dolori con una propria intensità. Variabili come la genetica, gli aspetti sensoriali, le emozioni e persino le cognizioni, ci farebbero elaborare gli stimoli dolorosi in un modo particolare.

Per esempio, sappiamo che le persone altamente sensibili (PAS) hanno una tolleranza al dolore molto più bassa. A volte alcuni tessuti risultano per loro dolorosi, così come suoni o luci molto intense.

Donna che rappresenta la teoria della neuromatrice del dolore.

In cosa consiste la teoria della neuromatrice del dolore?

Questa teoria è stata definita ed è diventata piuttosto rilevante negli anni ’90 grazie al Dr. Donald Melzack. In realtà, è stata sviluppata negli Anni ’60 dal Dr. Patrick Wall, che suggeriva che il dolore è prodotto da schemi di impulsi nervosi. Ma cosa significa?

In un lavoro di ricerca dello stesso Dr. Melzack leggiamo che il dolore è un’esperienza multidimensionale generata nel cervello attraverso il modo particolare in cui sono organizzate le scariche nervose. In questo modo uno stimolo specifico (un uro, per esempio) ci farà soffrire, ma a volte non c’è bisogno di uno stimolo fisico, di una ferita o di una malattia specifica per vivere quell’esperienza.

Il dolore cronico e la fibromialgia sono un chiaro esempio del fatto che a volte il dolore acuto viene sofferto senza che vi sia un trigger organico chiaro o definito. Il motivo risiederebbe nella teoria della neuromatrice del dolore o nei nostri modelli di “neuro-firma”.

La neuromatrice e il nostro modo particolare di vivere il dolore

Sappiamo che i pazienti con fibromialgia presentano precise particolarità nel modo in cui il cervello e il midollo spinale elaborano i segnali di dolore provenienti dai nervi. La teoria della neuromatrice del dolore afferma che ogni persona presenta uno schema e informazioni sensoriali uniche nel modulare questa risposta.

Indica anche un dato non meno eclatante: questa particolarità avrebbe un’origine genetica sommata a fattori esperienziali. È come se venissimo al mondo con una probabilità più o meno alta di sviluppare condizioni come il dolore cronico o la fibromialgia.

La sindrome dell’arto fantasma

La sindrome dell’arto fantasma è un’alterazione per cui una persona con un arto amputato continua a percepire la presenza della parte mancante. Questa sindrome è sofferta da oltre il 60% dei pazienti che vivono senza un arto e, quel che è peggio, si accusano dolore, bruciore, crampi… In altre parole, anche se il braccio o la gamba non ci sono, si soffre.

Come è possibile? L’origine di ciò risiederebbe nella teoria della neuromatrice del dolore: si pensa che il cervello crei un modello dall’evento traumatico, una memoria sensoriale prima dell’amputazione o dell’infezione dell’arto mancante.

Questa impronta nervosa sopravvive stimolando la risposta al dolore. Questa esperienza può durare alcuni mesi, fino a quando il cervello non finisce di riorganizzarsi e accetta che l’arto non c’è più. Gli scienziati lo definiscono come “neurosignature”, o neurofirme, anomale che causano dolore all’arto fantasma.

L'uomo che rappresenta la teoria della neuromatrice del dolore.

Le tre aree che modulano la neuromatrice del dolore

Nel 2012 l’Università di Washington ha condotto un interessante studio relativo alla teoria della neuromatrice del dolore. In questo lavoro è stato dimostrato che l’elaborazione del dolore cambia nel corso degli anni. In altre parole, con l’avanzare dell’età la nostra sensibilità aumenta, tanto che un’anca rotta, per esempio, è più dolorosa a 80 anni che a 40.

I meccanismi inibitori che modulano e regolano la sofferenza mutano nel tempo. Queste neurofirme variano con l’invecchiamento biologico. Nonostante ciò, alcuni fattori possono attutire la sofferenza. Questo perché la neuromatrice del dolore dipende da tre fattori affinché la sofferenza sia più o meno intensa:

  • I fattori genetici, unici in ogni persona. Alterano il modo in cui il cervello e il midollo spinale elaborano i segnali di dolore inviati dai nervi, come nel caso delle persone con fibromialgia. Orchestrano anche il legame tra invecchiamento e maggiore percezione del dolore.
  • Variabile valutativo-cognitiva. Il modo in cui interpretiamo il dolore può ridurlo o aumentarlo, motivo per cui i soggetti più resilienti gestiscono meglio le malattie.

Conclusioni

La teoria della neuromatrice del dolore ha acquisito grande rilevanza negli ultimi tempi. Alla luce di ciò, anche condizioni come la lombalgia cronica stanno ricevendo molta attenzione da questa prospettiva.

Ora sappiamo che esistono malattie e alterazioni per le quali un approccio medico e farmacologico da solo non basta. L’aspetto psicologico è altrettanto determinante per poter gestire l’aspetto emotivo e cognitivo.

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  • Melzack R. Pain and the neuromatrix in the brain. J Dent Educ. 2001 Dec;65(12):1378-82. PMID: 11780656.
  • Trout KK. The neuromatrix theory of pain: implications for selected nonpharmacologic methods of pain relief for labor. J Midwifery Womens Health. 2004 Nov-Dec;49(6):482-8. doi: 10.1016/j.jmwh.2004.07.009. Erratum in: J Midwifery Womens Health. 2005 Jan-Feb;50(1):following table of contents. PMID: 15544977.

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