L'esperienza del Coronavirus può cambiarci?

21 maggio, 2020
L'esperienza del Coronavirus ci renderà più uniti come gruppo sociale? La paura di nuove pandemie cambierà del tutto il modo in cui viviamo? Siamo certi che usciremo da questa crisi che, però, lascerà in noi segni evidenti.
 

Come ci può cambiare l’esperienza del Coronavirus? Che impronta lascerà su di noi fra uno, cinque o dieci anni? Ogni volta che fronteggiamo una crisi, nel campo della psicologia sorgono spontanee alcune domande. Sappiamo che questi eventi possono avere un effetto globale sul lungo periodo, e che l’intera umanità ne trarrà un insegnamento vitale.

Un’ipotesi che emerge da questo contesto è quella che l’emergenza da COVID-19 ci possa rendere più uniti come gruppo sociale; di contro, c’è anche il rischio che nasca in noi la necessità di mantenere le distanze a livello sociale come meccanismo di difesa contro nuove infezioni. Quest’ultima teoria è molto scoraggiante: sarebbe quasi un atto contro natura, se si considera l’indole naturalmente sociale dell’uomo.

Poiché l’esperienza del Coronavirus è totalmente nuova, non possiamo fare riferimento a studi o ricerche precedenti in merito alle conseguenze o ai cambiamenti che possono coinvolgere la popolazione a seguito di una pandemia.

L’abbiamo vissuta in altri periodi storici, come la febbre spagnola del 1918, eppure il contesto attuale è totalmente differente, il sistema sanitario più forte, il virus diverso e la durata della pandemia, si spera, minore.

“La ricerca del significato è determinante per il benessere mentale e la prosperità dell’essere umano.”

-Viktor Frankl-

Pur trovandoci ad affrontare l’esperienza del Coronavirus con mezzi superiori a quelli del passato, sappiamo per certo che qualcosa in noi cambierà. Analizziamo le possibili conseguenze di questo fenomeno.

 
Terra a forma di Coronavirus

Che effetto può avere su di noi l’esperienza del Coronavirus?

In lingua cinese, la parola crisi si traduce con weiji, termine che indica dolore o pericolo. È però interessante sapere che è formata da due caratteri, da una parte 危 wēi che significa rischio, dall’altra 机 jī, carattere che rappresenta concetti come invenzione, risorse o cambiamento.

Se c’è una cosa che il Coronavirus ci ha insegnato, è che la popolazione cinese è una comunità altamente preparata per affrontare grandi sfide. A oggi il numero degli infettati è quasi nullo e i loro sforzi sono rivolti ad aiutare la comunità internazionale. Negli ultimi giorni, sia l’Italia che la Spagna stanno ricevendo un grande aiuto medico e sanitario dal fronte orientale.

Uno dei primi valori che può trasmetterci quest’esperienza è proprio quello dell’altruismo e del sostegno globale.

L’esperienza del Coronavirus ci rende uniti per un nemico comune: saremo una società più unita domani?

Una delle ultime crisi che ha coinvolto il mondo intero è stata quella dell’11 settembre 2001. Nonostante fosse un dramma avvenuto in territorio statunitense, il suo impatto fu globale.

 

Se da una parte favorì il rafforzamento del patriottismo di alcuni paesi, dall’altra fomentò la radicalizzazione di altri. Aumentarono gli antagonismi tra nazioni con conseguenze ancora tangibili sul piano geopolitico attuale.

Ebbene, la crisi legata al Coronavirus è diversa. In questo caso esiste un nemico in comune, microscopico. Adesso non contano nulla le etnie, le razze, le religioni, la posizione sociale o il genere. Siamo tutti vulnerabili. Questa crisi potrebbe aiutarci a eliminare una volta per tutte queste differenze portandoci a essere una società più unita e impegnata.

Impareremo a dar valore a ciò che davvero conta: cadrà il neoliberismo postmoderno?

Soffermiamoci un momento sulla crisi finanziaria del 2008, che portò i governi di tutto il mondo ad andare in soccorso delle banche. Quali furono le conseguenze di tale decisione? L’arricchimento dei ricchi e l’impoverimento di chi non aveva risorse a disposizione.

I diritti sociali delle persone furono tagliati e il settore più colpito dalla crisi fu quello sanitario: posti letto a disposizione ridotti, meno investimenti, meno personale e privatizzazione di molti servizi.

L’esperienza del Coronavirus può farci rivalutare tutto questo. Impareremo che nessuna società può definirsi avanzata o civilizzata se non conta su un’assistenza sanitaria forte.

La visione del neoliberismo postmoderno, che liberalizza l’economia e secondo cui vige la legge del più forte, può cambiare. Forse inizieremo a dare valore a ciò che conta davvero: le persone, gli anziani, gli operatori sanitari, i lavoratori che ci garantiscono l’alimentazione…

 
Donna scienziato che osserva il mondo

Un esercizio di umiltà: non siamo così forti come credevamo

L’esperienza del Coronavirus non passerà senza lasciare tracce. Potremmo essere sottoposti a un forte stress post-traumatico in quanto società. La paura dell’infezione potrebbe non scomparire dalle nostre menti, favorendo lo sviluppo di atteggiamenti ossessivi-compulsivi. Passeremo mesi e anni sentendo il vuoto lasciato da chi se ne è andato.

I giorni che seguiranno il Coronavirus saranno duri. Come società, impareremo una cosa: non siamo così forti come credevamo, non siamo immuni agli imprevisti che arrivano per metterci alla prova. Questo periodo di isolamento domiciliare può aiutarci a riflettere.

Se usciremo da questa crisi, sarà nostro dovere sfruttarla per imparare e prendere coscienza di alcune verità. La vita è un bene fugace e di grandissimo valore. Impariamo a viverla con tranquillità, ma intensamente, amando i nostri cari, i nostri genitori, i nostri nonni, figli, compagni/e, amici…

Prendiamoci un po’ più cura del nostro pianeta, in cui siamo semplici inquilini, cerchiamo di lasciare il minor impatto possibile per le prossime generazioni. Rivalorizziamo il sistema sanitario. Il COVID-19 passerà, ma dovremo trarre da questa esperienza insegnamenti necessari affinché non si ripeta.