Linguaggio inclusivo: cosa c'è da sapere

16 luglio, 2020
Cos'è il linguaggio inclusivo? Perché si usa? Scoprite tutto quello che c'è da sapere in quest'articolo.

Che le donne siano costantemente vittima di discriminazione è un fatto, non un’opinione. L’uso del linguaggio inclusivo dà adito a un dibattito a più voci. L’italiano ha una struttura che distingue tra generi, così come altre lingue, per esempio l’arabo e l’ebraico. Alcune lingue, invece, sono più inclusive, come il basco e il tedesco.

L’attuale dibattito si concentra sull’esclusione del genere femminile nell’uso di termini quotidiani. Da un lato, c’è chi afferma che l’uso del maschile generico rafforzi le strutture patriarcali, e che adottare un linguaggio inclusivo sarebbe il primo passo per porre fine alla discriminazione.

D’altra parte, c’è chi preferisce mantenere inalterato il linguaggio. Sebbene le due posizioni potrebbero apparire pro o contro il femminismo, entrambe hanno le proprie ragioni. Spieghiamole e approfondiamo il significato del linguaggio inclusivo.

Il linguaggio e il sessismo

Ai fini di capire il ruolo giocato dal linguaggio, dobbiamo fare un passo indietro e spiegare la differenza tra significato e significante. Quest’ultimo è la parola, scritta o pronunciata, mentre il significato è l’idea che abbiamo di tale parola. Se “casa” è un significante, l’immagine che appare nella nostra mente quando pronunciamo quel nome è il significato. La differenza è che il significato può includere porte, finestre, camino e via dicendo.

“La prolungata schiavitù delle donne è la pagina più nera della storia dell’umanità.”

-Elizabeth Cady Stanton-

Applicato al linguaggio inclusivo, il significante “Camera dei Deputati” è maschile, ma il suo significato include “deputati e deputate”. In questo senso, il significante “assenza del genere femminile” non va associato al significato “invisibilità delle donne”.

Tuttavia, è bene sottolineare che il significato viene sempre dato dal contesto. Il senso è ciò che deriva dall’unione di significato e contesto.

Pupazzi uomini e donna dietro

Il dibattito del linguaggio inclusivo

Tra i sostenitori del linguaggio inclusivo c’è chi crede che la predominanza del potere maschile nella nostra società sia sfociata nel predominio del genere maschile nel linguaggio corrente. Ma questa affermazione, a priori, appare falsa.

La stessa lingua può essere usata sia in società maschiliste sia in culture più vicine all’uguaglianza. Non si può quindi affermare che un linguaggio sessista sia diretta conseguenza di una società maschilista.

“Oggi come ieri, le donne devono rifiutarsi di fare le sottomesse e le credulone, perché fingere non serve alla verità.”

-Germaine Greer-

Lo stesso vale per i linguaggi inclusivi che usano il genere femminile come generico nelle società patriarcali. Non esiste, pertanto, una comprovata relazione di causa-effetto tra la società e la lingua per quanto riguarda il dominio maschile. Dare per scontato che sia così equivale a vedere il problema su un piano (la disuguaglianza di genere) e trovare la soluzione in un altro (la grammatica).

Come dicevamo, il problema risiede nel contesto. Possiamo capire il linguaggio soltanto con l’uso, con la sua applicazione concreta all’interno di ogni specifico contesto. Se si nomina la nazionale di calcio, chi legge o ascolta penserebbe subito alla squadra maschile.

Sebbene per porre fine al problema della discriminazione della donna sia necessario un cambiamento concreto e reale, di certo un diverso uso delle parole può avere una certa influenza. Naturalmente, deve essere il contesto a spingerci ad alterare il significato delle parole, senza alterarne il significante.

Disegno donna e uomo che parlano

Procedure linguistiche

Secondo quanto visto, la soluzione è che le donne si approprino dei generi, anziché esserne escluse. Esistono vari modi per farlo, tra cui l’uso del linguaggio inclusivo.

Un’opzione in questo senso è l’uso di e un doppio aggettivo come “cittadini e cittadine”, “italiani e italiane”, “tutti e tutte”. Nella lingua scritta, si può abbreviare la forma scrivendo: italiani/e. Esistono anche altre soluzioni, come usare la chiocciola o l’asterisco al posto della vocale finale: tutt@ o tutt*).

Cambiare la lingua può favorire l’integrazione delle donne nel senso delle parole. Ma pur così, per costruire una società più giusta, bisogna sradicare la violenza maschilista, gli squilibri salariali e la pubblicità sessista. Per riuscirci, risulta necessario partire da un insegnamento ugualitario, in cui includere senz’altro il linguaggio inclusivo.

Quando tutti questi problemi saranno risolti ed esisterà una vera uguaglianza, il genere grammaticale perderà tutta la sua importanza. Fino ad allora, però, un primo passo può essere l’adozione di un linguaggio non sessista. Non va tuttavia dimenticato che il vero cambiamento deve riguardare il contesto, soltanto così si potrà cambiare il senso.

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