“Mamma, non ho bisogno di te”: l’attaccamento evitante nei bambini

· 1 settembre 2017

L’attaccamento è un intenso vincolo emozionale fortemente presente nei nostri rapporti. Sebbene alcune forme siano controproducenti, l’attaccamento in sé è sano e necessario. Si sviluppa durante l’infanzia, una delle fasi più importanti e che più ci segna. Se questo periodo è caratterizzato da negligenza o da condotte nocive, può presentarsi il cosiddetto attaccamento evitante.

Se l’ambiente in cui siamo cresciuti ha favorito lo sviluppo di questo tipo di attaccamento, avremo grandi difficoltà a stabilire rapporti e vincoli sani con le altre persone. Tuttavia, non ne saremo consapevoli fino all’età adulta e talvolta è persino possibile ignorare che la causa primaria dei nostri problemi si trova proprio in questa dimensione.

Tornando all’infanzia, dobbiamo ricordare che i bambini si adattano all’ambiente in cui nascono. Per questo motivo, se i genitori sono troppo intrusivi o distanti, i piccoli svilupperanno strategie difensive con cui poter gestire la situazione. Una di queste strategie è l’attaccamento evitante.

L’esperimento della Ainsworth sull’attaccamento evitante

Mary Ainsworth realizzò diversi studi in seguito ai quali identificò 3 forme di attaccamento: evitante, sicuro e ambivalente. Tra questi, solo l’attaccamento sicuro è quello “ideale”; gli altri due sono attaccamenti disfunzionali.

Al fine di analizzare la prima forma di attaccamento, quella che ci compete, la Ainsworth condusse un esperimento che venne chiamato “la strana situazione”. Con esso, venne studiato il comportamento dei neonati che erano stati separati dalle proprie madri.

Grazie al suo esperimento, la Ainsworth fece una scoperta davvero importante. Questi bambini si arrabbiavano molto facilmente, ovvero erano molto suscettibili; inoltre, a differenza degli altri, non cercavano le loro madri quando ne avevano bisogno.  

Un bambino con un attaccamento sicuro o sano molto probabilmente inizia a piangere quando la madre lo lascia da solo in una stanza o si allontana. Quanto torna, però, smette di piangere e inizia a sentirsi sicuro, tranquillo e allegro. Questo non succedeva con i bambini che presentavano l’attaccamento evitante. Si mostravano diversi. Gli era indifferente che la madre tornasse o se ne andasse, dunque la figura materna non apportava loro quella sicurezza reclamata da ogni bambino.

Quando un bambino vuole avvicinarsi ai suoi genitori e questi ultimi non rispondono ai suoi bisogni emozionali, molto probabilmente svilupperà un attaccamento evitante a causa di tale rifiuto.

L’aspetto più curioso dell’esperimento della Ainsworth è che i bambini con questo tipo di attaccamento ignoravano, letteralmente, le loro madri. Tuttavia, con gli estranei si mostravano affabili, più socievoli. La Ainsworth giunse alla conclusione che, poiché i piccoli non avevano imparato a comunicare i loro bisogni emozionali alle loro madri o se lo facevano non ottenevano alcun risultato, avevano imparato a non averne bisogno.

L’attaccamento evitante e le sue conseguenze nella vita adulta

L’attaccamento evitante ha gravi conseguenze per qualsiasi adulto. Al giorno d’oggi, in seguito alle numerose ricerche, questa forma di attaccamento viene classificata in due tipi: il dispregiativo-evitante e il timoroso-evitante. Vediamo come influiscono queste due prospettive sull’attaccamento evitante in età adulta.

Le persone che hanno sviluppato l’attaccamento dispregiativo-evitante sono molto indipendenti e si considerano autosufficienti, questo le porta a rifiutare chi abbia la minima intenzione di dipendere da loro. Allo stesso modo, si rifiutano di approfondire e rendere troppo intime le relazioni, perché non vogliono “legarsi” a nessuno.

Le persone che hanno sviluppato l’attaccamento timoroso-evitante, invece, desiderano stringere profondi legami con altri, ma la loro paura è più forte. Per questo motivo, gli è difficile fidarsi delle altre persone, poiché provano il forte timore di essere ferite. Non si sentono a loro agio una volta raggiunta una certa intimità con gli altri.

Per le persone che soffrono di attaccamento evitante, è molto difficile esprimere i propri sentimenti. Il loro non volersi legare a nessuno non è altro che una strategia per proteggersi da un possibile rifiuto. Hanno imparato a difendersi da sole, ad andare avanti senza la protezione dei loro genitori, dunque sono divenute autosufficienti. Tuttavia, anche se non sembra, soffrono moltissimo.

Uno dei segnali dall’erta dell’attaccamento evitante nei bambini è l’isolamento dai compagni. A volte, i bambini diventano ostili e aggressivi. Tale isolamento continua anche durante l’adolescenza, condizione che rende queste persone poco popolari tra i loro coetanei e che può indurre alcuni docenti a rifiutarle.

L’infanzia è una fase molto importante. Garantire un attaccamento sicuro permetterà ai bambini di divenire adulti capaci di stabilire vincoli sani con le altre persone. Se ciò non accade, continueranno ad agire basandosi sulle strategie imparate da piccoli per difendersi. Una situazione che, con il passare del tempo, sarà sempre meno sopportabile.