Mamma, papà: voglio imparare ad essere indipendente

· 18 gennaio 2017

Per molte persone essere indipendenti è una sfida non da poco, che richiede grandi sforzi e costanza. Essere psicologicamente indipendente vuol dire affrontare la vita con coraggio, amore e fiducia nelle proprie potenzialità.

Nonostante l’enorme insieme di benefici che un simile atteggiamento comporta, per alcune persone non è per niente facile adottarlo. Forse semplicemente perché nessuno ha insegnato loro come fare. Ad alcune persone non è stato insegnato fin da piccole come abbracciare questo stile di vita, e adesso la vita le mette di fronte a questa mancanza.

“L’ideale non è un bambino che accumula conoscenza, bensì uno che sviluppi capacità”

-John Dewey-

Imparare ad essere indipendente non vuol dire cercare la temerarietà ad ogni costo

Quando incoraggiamo un bambino a svolgere delle faccende da solo, gli stiamo trasmettendo un messaggio molto chiaro: gli stiamo dicendo che ha le capacità per cavarsela in questo mondo e che noi crediamo in lui. In questo modo, il piccolo smetterà di guardarsi in giro in cerca dell’aiuto altrui, andando, invece, alla ricerca di risorse proprie. “Se gli altri sono convinti che questa sia la chiave…allora so che devo provarci”.

È tuttavia bene mettere in chiaro un ulteriore concetto. Quando si fa riferimento all’indipendenza, non si parla di spingere i bambini verso la temerarietà, piuttosto verso sfide ragionevoli e necessarie per il corretto sviluppo personale. Un bambino può imparare ad essere psicologicamente indipendente soltanto se i suoi genitori hanno fiducia nelle sue capacità di provare a risolvere da solo determinati problemi.

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“Indipendenza è arrivare a sentirsi capaci di fare da sé, di compiere un’azione utile, importante, senza l’aiuto di altri: potendo risolvere da soli i propri problemi, raggiungendo un fine difficile col proprio sforzo””

-Maria Montessori

Se non gli permettiamo di sbagliare, non gli permettiamo di imparare

Per comprendere meglio questo concetto, proveremo ad illustrare un esempio. Un bambino sta imparando a fare le divisioni. A scuola gli hanno insegnato il procedimento e, adesso, è arrivato il momento di mettere in pratica gli insegnamenti con i compiti a casa. In questo momento potrebbe apparire un genitore e notare il proprio figlio in difficoltà.

Una simile situazione potrebbe risvegliare nell’adulto l’istinto di aiutare il proprio figlio e fare i compiti per lui. Di fatto, alcuni bambini sono particolarmente abili a convincere i propri genitori a fare i compiti per loro, con qualche semplice trucco. Cadere in questa tentazione, però, non è corretto dal punto di vista educativo. Un genitore può cercare di tranquillizzare suo figlio di fronte alla nuova sfida o persino cominciare i suoi compiti per dargli l’input iniziale, ma non deve mai finire i compiti al posto suo.

D’altra parte, è anche bene lasciare al bambino il tempo necessario ad agire. Intervenendo subito, senza lasciargli la possibilità di affrontare la divisione, gli faremo solo capire di non avere fiducia nelle sue capacità. Gli stiamo dicendo che la sfida è troppo difficile per lui, portandolo ad arrendersi molto facilmente.

Per i bambini il più grande regalo è la nostra fiducia

Sempre facendo riferimento all’esempio precedente, il genitore può agire anche in un altro modo, vale a dire restando accanto a suo figlio, ma permettendogli di risolvere le divisioni da solo. Il bambino commetterà qualche errore nel tentativo di farle al meglio. Il genitore potrà aiutare il figlio nel processo di tentativo/errore insegnandogli a capire gli sbagli, ma senza risolverli per lui.

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Dobbiamo concedere a nostro figlio la possibilità di sbagliare, perché solo così capirà come si svolgono correttamente le divisioni. Agendo in questo modo, inoltre, gli daremo il tempo necessario per familiarizzare con il procedimento, per scontrarsi con tutti i suoi dubbi e risolverli da solo. Così facendo, il bambino imparerà a camminare con le sue gambe e non ci sarà più modo di fermarlo.

Capirà quali sono i suoi errori più comuni e imparerà a rimediare ad essi. Questo apprendimento lo farà sentire competente e capace. Questa nuova idea di se stesso gli consentirà, inoltre, di affrontare “i piccoli problemi” della sua giovane vita con maggior fiducia e sicurezza nelle proprie capacità.

 “Mio padre mi ha fatto il più bel regalo che qualcuno poteva fare ad un’altra persona: ha creduto in me”

-Jim Valvano-

 

Questo modo di aiutare i bambini non significa lasciarli soli di fronte alle avversità, bensì aiutarli a sviluppare le proprie capacità intellettive. Li staremo aiutando a provarci, a generare soluzioni, a buttarsi… Tutto questo genererà nuove connessioni nel cervello del bambino. Per questo il ruolo della famiglia è fondamentale.

L’iperprotezione riduce le possibilità di crescita

L’iperprotezione comporta una sorta di “assistenza immediata” per la quale l’adulto interviene rapidamente di fronte alla minima difficoltà di suo figlio. Questo fenomeno porta il bambino a credere che ci sarà sempre qualcuno pronto a risolvere per lui qualsiasi problema si presenti sulla sua strada. In questo modo, pian piano smetterà di provare a farcela da solo – gli basterà sedersi, fare un bel sorriso e aspettare l’aiuto di un’altra persona.

“Anche l’amore più grande ha bisogno di ossigeno per crescere”

-Daniel Glattauer-

In qualche modo, si tende a far passare questa “assistenza totale” come una forma di amore e affetto verso il bambino: “Farò di tutto per te, perché ti voglio bene”. Dietro a queste parole, si nasconde in realtà un “Faccio di tutto per te, perché non credo tu possa farcela da solo” e questo trasmette inevitabilmente al bambino l’idea di non essere capace di fare nulla da solo.

Conseguenze dell’iperprotezione

Presto il bambino smetterà di provarci, di sforzarsi, perdendo moltissime occasioni per crescere. A poco a poco lascerà il controllo della propria vita in mano ai genitori, ma tutto questo porterà con sé una serie di conseguenze:

  • Chiederà sempre più spesso aiuto per risolvere i suoi compiti a casa.
  • Si scoraggerà di fronte alla minima difficoltà.
  • Non imparerà a gestire la frustrazione.
  • Diventerà un ragazzo e un adulto insicuro e dipendente dagli altri.
  • Soffrirà di scarsa autostima e fiducia in sé.

Per tutti questi motivi, è importante aiutare i bambini a scoprire il mondo da soli, a commettere errori, a sperimentare, a sentirsi frustrati…In questo modo, impareranno che loro stessi possiedono le risorse e le capacità per cercare di risolvere molti dei problemi, se non tutti, che si presentano sulla loro strada.

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Per concludere la riflessione di oggi, vogliamo offrirvi un proverbio cinese che avrete sicuramente già sentito: “Dammi un pesce e mangerò un giorno, insegnami a pescare e mangerò tutta la vita”. Questo è un incoraggiamento per tutti i genitori ad insegnare a pescare ai propri figli, a non offrir loro un pesce di fronte alla prima difficoltà, a lasciarli tentare e provarci da soli. Così facendo, contribuirete a migliorare il loro futuro.