Morbo di Parkinson: prevenzione e trattamento

Chi è affetto dal Parkinson presenta anche sintomi non motori, che si aggiungono al peso complessivo della malattia. In questo articolo diamo uno sguardo più da vicino a questa condizione.
Morbo di Parkinson: prevenzione e trattamento

Ultimo aggiornamento: 17 maggio, 2021

Il morbo di Parkinson è il secondo disturbo neurodegenerativo più comune tra le persone oltre i 65 anni. Una percentuale compresa tra il due e il tre per cento della popolazione di questa età o superiore soffre di questa malattia.

Ecco perché rappresenta una sfida per i ricercatori. La sua diagnosi clinica si basa sulla presenza di bradicinesia (lentezza del movimento) e altre caratteristiche motorie. Ma il disturbo non si limita solo a queste caratteristiche fisiche.

È associato anche a una serie di sintomi non motori che aumentano la disabilità complessiva. Per questo motivo la ricerca si è concentrata sulla diagnosi precoce del morbo di Parkinson.

Nello specifico, una recente ricerca sui biomarcatori diagnostici ha sfruttato le tecniche di neuroimaging per la diagnosi precoce del Parkinson. Il trattamento in genere si basa sulla sostituzione farmacologica della dopamina nello striato.

Neuroni del cervello.

Diagnosi e prevenzione del morbo di Parkinson

Il morbo di Parkinson è clinicamente definito dalla presenza di bradicinesia (lentezza del movimento) e almeno una caratteristica motoria aggiuntiva. Questa può essere rigidità o tremore a riposo.

Oltre alle caratteristiche motorie cardinali, la maggior parte delle persone con Parkinson presenta anche sintomi non motori, che si aggiungono al peso complessivo della malattia.

La scala più comunemente usata per monitorare la disabilità motoria legata al morbo di Parkinson è la Unified Parkinson’s Disease Rating Scale (UPDRS).

Sintomi non motori nel morbo di Parkinson

I sintomi del morbo di Parkinson sono vari e diversificati. Essi includono:

  • Disturbi della regolazione del ciclo sonno-veglia.
  • Declino cognitivo.
  • Disfunzione esecutiva frontale.
  • Demenza e allucinosi.
  • Disturbi dell’umore e dell’affetto.
  • Disfunzione autonoma.
  • Ipotensione ortostatica.
  • Disfunzione urogenitale.
  • Costipazione.
  • Iperidrosi.
  • Sintomi sensoriali, soprattutto iposmia (riduzione parziale della capacità di percepire gli odori) e dolore.

I sintomi non motori diventano sempre più frequenti ed evidenti con il decorso della malattia. Per questo sono un fattore importante nella qualità di vita e nella progressione della malattia in generale.

Capita anche di ricevere una diagnosi errata. Alcune patologie che possono scambiate per il morbo di Parkinson sono:

  • Atrofia del sistema multiplo.
  • Paralisi sopranucleare progressiva.
  • Degenerazione corticobasale.

Trattamento del morbo di Parkinson

Obiettivi farmacologici dopaminergici

Il meccanismo principale che causa il Parkinson è la perdita di neuroni dopaminergici nella substantia nigra. Questa perdita causa a sua volta l’esaurimento della dopamina striatale, che provoca le caratteristiche motorie del  morbo di Parkinson.

Il trattamento farmacologico prevede, pertanto, la somministrazione sistemica dell’aminoacido precursore della dopamina, la L-Dopa. Questa scoperta, avvenuta oltre 50 anni fa, è stata molto importante per il trattamento del morbo di Parkinson.

Da allora, importanti progressi nella comprensione degli agenti farmacologici che regolano la trasmissione dopaminergica nigrostriatale hanno rivelato molteplici obiettivi aggiuntivi. Ecco alcuni trattamenti farmacologici:

  • L-Dopa (Levodopa). È il farmaco standard più utilizzato per la sua efficacia sintomatica, maggiore di qualsiasi altro farmaco antiparkinsoniano. A lungo andare, tutti i malati di Parkinson richiedono un trattamento con questo agente.
  • Inibitori della catecol-O-metiltransferasi (COMT). L’inibizione di questo enzima in periferia migliorerà ulteriormente la biodisponibilità e l’emivita della levodopa. Di conseguenza, esso risulta vantaggioso nei pazienti che hanno sviluppato fluttuazioni di spettro motorio.
  • Inibitori della monoammina ossidasi di tipo B (MAO-B). L’inibizione di questo enzima prolunga e quindi aumenta le concentrazioni sinaptiche di dopamina.
  • Agonisti dopaminergici. Questi hanno un’emivita più lunga rispetto alla L-Dopa, il che li rende popolari come terapie aggiuntive nei pazienti con fluttuazioni motorie.
Donna con problemi alla mano.

Obiettivi farmacologici non dopaminergici

Per le fluttuazioni motorie e il parkinsonismo:

  • Antagonisti del recettore dell’adenosina A2A.
  • Antagonista non selettivo dell’adenosina.
  • Miscela di inibizione del canale sodio/calcio e attività della monoammino ossidasi-B (MAO-B).

Per il tremore:

  • Anticolinergici.
  • Antagonisti misti: 5-HT2A, 5-HT2B, 5-HT2C, 5-HT1A, M1, M4, H1, α1, α2, D2, D4.

Discinesia indotta da levodopa:

  • Antagonisti NMDA.
  • Antagonisti misti: 5-HT2A, 5-HT2B, 5-HT2C, 5-HT1A, M1, M4, H1, α1, α2, D2, D4.
  • Recettori mGluR5 (glutammato metabotropico 5).
  • Recettore α1-adrenergico e agonista 5-HT1A.
  • Leviteracetam.
  • Agonisti combinati 5-HT1A e 5-HT1B.
  • Agonista parziale selettivo α7- nAChR.

Disturbi dell’andatura, cadute e congelamento dell’andatura:

  • Terapia procolinergica (inibitori della colinesterasi).
  • Inibitore della ricaptazione della noradrenalina.

Conclusioni

Insieme all’Alzheimer, il Parkinson è una delle malattie più comuni tra gli anziani, particolarmente potenziata dalla crescente longevità. La ricerca si è dunque concentrata sulla diagnosi precoce e sul trattamento.

Tuttavia, sembra esserci ancora molta strada da percorrere prima di poter dire di aver trovato gli strumenti sufficienti per combattere questo disturbo.

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