“Non piangere” non è la risposta giusta al pianto dei bambini

24 gennaio 2017 in Psicologia 0 Condivisi

Di norma quando vogliamo tirare su il morale di un bambino dopo una caduta o un capriccio, utilizziamo frasi come “Non piangere”, “Devi essere coraggioso”, “I maschi non piangono”, “Credi che piangendo si risolverà qualcosa?” e via dicendo.

Vi siete mai fermati a pensare alle conseguenze di queste frasi? Non diciamo di “no” solo ad un atteggiamento, diciamo di “no” anche al bambino e alle sue emozioni. Gli stiamo insegnando a trattenersi, a non esprimere ciò che prova, e questo avrà senz’altro gravi conseguenze sul suo sviluppo nella società.

La nostra tendenza ad adottare un simile metodo educativo non dovrebbe stupirci, poiché non è altro che un riflesso di quello che a noi stessi è stato insegnato da piccoli. Di fatto, lo stesso ragionamento vale quando adoperiamo le stesse frasi per un adulto: perché non dovremmo piangere se qualcosa ci ferisce? Il pianto è un meccanismo naturale che deve poter essere utilizzato.

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Se desideriamo che i nostri bambini comprendano le proprie emozioni e vivano in base ad esse, dovremo eliminare completamente certe frasi e certe abitudini . Si tratta, senza dubbio, di un metodo contrario a quello di bloccare pensieri, emozioni e comportamenti.

– Lasciale andare, Lucia- disse la nonna chissà da dove.

– Chi?

– Le lacrime! A volte sembrano talmente tante che ci sentiamo affogare, ma non è così.

– Pensi che un giorno smetteranno di uscire?

– Ma certo! –rispose la nonna con un sorriso dolce – Le lacrime non restano a lungo, svolgono il proprio compito e poi continuano lungo la loro strada.

– E qual è il loro compito?

– Sono acqua, Lucia! Lavano e schiariscono… Come la pioggia. Tutto appare diverso dopo la pioggia…

La lluvia sabe por qué (La pioggia sa perché) – María Fernanda Heredia

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Nutrendo i bambini di amore, le paure moriranno di fame

Aiutiamo i bambini ad identificare le cause del loro pianto e a canalizzare le proprie emozioni, favorendo la loro capacità di regolazione. È un aspetto fondamentale, poiché di solito un pianto è legato ad una fonte di disturbo o di interruzione della propria tranquillità.

Per fortuna la natura è saggia ed ha lottato contro il modello educativo imperante avendo fatto della tristezza l’emozione più empatica fra tutte. La nostra mente e il nostro cervello sono per natura predisposti ad ascoltare la tristezza, entrando in empatia con essa e consolando chi si trovi di fronte a noi in questo stato.

Anni di educazione fondata su un modello scorretto ci hanno portato a reprimere emozioni negative, ma sane, costringendoci a mostrare alla società e a noi stessi soltanto la nostra versione più serena.
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Dovremmo insegnare ai bambini che la tristezza ha molteplici cause, che essa è una risposta naturale a ciò che ci disturba e che può essere canalizzata. Dobbiamo offrire ai più piccoli modelli adeguati di regolazione delle loro emozioni favorendo in loro la capacità di riflettere sul malessere provato e sulle sue cause.

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Quando li esortiamo a trattenersi con frasi del tipo “non piangere”, suggeriamo loro di affrontare il pianto ed il messaggio che esso comporta attraverso la paura e la negazione. Tuttavia, anche se si tratta di un’emozione negativa e di disturbo non significa che non sia sana.

Oltre a portarli a comprendere questo, dunque, abbiamo l’obbligo di aiutarli ad uscire dal loro bozzolo. Occorre dunque risalire all’origine del pianto per verificare quanto problematica sia la situazione, ma a tale scopo, bisogna far propria una regola educativa severa: non consentire i capricci.

Da questo punto di vista, è bene sottolineare che nei bambini, soprattutto durante la fascia di età compresa tra i 2 e i 6 anni, i capricci sono frequenti, ma anche importanti. Quando educhiamo un bambino, non possiamo non tener conto di tutte le forze, debolezze e necessità del suo processo di crescita.

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In questi casi è facile perdere le staffe, ma diventa essenziale ed importante che le nostre parole trasmettano il seguente messaggio: “sì ai sentimenti e sì al bambino, no ai brutti atteggiamenti”. Attenzione, è possibile validare le emozioni e i sentimenti del bambino adeguandoci al suo livello di comprensione e facilitando l’introspezione.

Sappiamo che un’emozione non esclude un’altra, poiché esse coesistono in un sistema piuttosto complesso. Per esempio, dovremo insegnargli poco a poco che essere tristi non è incompatibile con l’essere arrabbiati o imbarazzati. È un concetto che integreranno man mano che matureranno e i loro pensieri diventeranno più flessibili.

Per concludere, è bene sottolineare che a prescindere dai motivi del pianto, spingere il bambino ad analizzare le origini del suo malessere e dare ad esso un nome faciliterà la regolazione e la riflessività in un momento in cui i suoi pensieri sono totalmente disorganizzati e “non rispondono” nel modo giusto secondo i suoi canoni.

Illustrazioni di Karin Taylor

Lettura consigliata: La sfida della disciplina, di Daniel J. Siegel e Tina Payne Bryson

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