L’ossessione del piacere genera insoddisfazione

10 agosto 2017 in Psicologia 427 Condivisi

Secondo lo scrittore Hermann Hesse, il bisogno di sentirsi occupati e di vivere in un compulsivo stato di piacere, di fare invece di essere, sfocia nel dramma dell’insoddisfazione. Lo scrittore, però, ha una risposta che potrebbe sembrare ovvia e semplice, ma che in realtà richiede una comprensione approfondita in grado di modificare il nostro rapporto con il mondo. La ricerca compulsiva del piacere può trasformarsi in un’insoddisfazione ripetuta.

Il sociologo Zygmunt Bauman afferma che viviamo in una società liquida e di consumo, che punta a soddisfare i bisogni materiali nell’immediato. Questo significa che i prodotti che consumiamo si esauriscono in fretta, dunque i nostri bisogni non sono mai completamente soddisfatti. Ecco perché vogliamo consumare di più, per sentirci completi.

La grande insoddisfazione generale che proviamo si produce soprattutto a livello sociale. Passiamo le giornate a desiderare cose nuove e appena le otteniamo, il desiderio si ripresenta. Vivendo in una società di consumo, praticamente qualsiasi novità suscita in noi un desiderio.

Imporci di essere felici ci rende più propensi alla depressione

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Depression and Anxiety, la disperata ricerca del cammino della felicità potrebbe essere una scorciatoia, ma con una pendenza diabolica verso l’ansia e la depressione. La felicità è stata resa una meta, invece di essere una conseguenza diretta di una vita ben vissuta o almeno ben definita.

Il legame diretto tra l’obbligo di essere felici e la depressione è legato al modo in cui ci siamo abituati a reprimere i sentimenti e a tentare in tutti i modi di nascondere la nostra vulnerabilità.

Meritiamo tutti di sfruttare al massimo le nostre capacità e ogni opportunità di essere felici. Tuttavia, le difficoltà e i brutti momenti fanno parte del cammino e negarci questa esperienza può essere più pericoloso che accettarla.

Le emozioni negative possono essere necessarie per stabilire un periodo di transizione tra uno stimolo negativo e una sana guarigione emotiva. Queste emozioni provocano dei cali di energia che ci stimolano alla riflessione. Non bisogna dimenticare che anche le emozioni negative hanno la loro funzione. Ad esempio, quando viene a mancare una persona cara, è sano provare dolore o tristezza per superare la situazione.

La felicità potrebbe trovarsi nelle piccole cose

La qualità della nostra vita non dipende solo dalla felicità, ma anche da quello che facciamo per essere felici. Se non si fissano traguardi che diano un senso alla propria esistenza, se non si usa la mente a pieno rendimento, allora i sentimenti positivi ispirano solo una minuscola frazione del potenziale che si possiede.

Dopo decenni di studi e ricerche sugli stadi tramite cui le persone raggiungono il loro massimo potenziale, Mihály Csíkszentmihályi rivela che le persone sono più felici quando raggiungono uno stadio di alta concentrazione, che lui stesso chiama “flusso”.

L’autore, docente di neuroscienze presso l’Università di Stanford, ha riscontrato l’esistenza di un paradosso: il lavoro è più indicato rispetto all’ozio per raggiungere quello che Csíkszentmihályi chiama “stadio di flusso”, un concetto che potrebbe essere interpretato come felicità. Il segreto sta nel fatto che per molte persone l’ozio è tempo perso, mentre il lavoro è tutto l’opposto. Avere obiettivi chiari, saperli gestire e ricevere un feedback è fondamentale per raggiungere il flusso.

La felicità umana di solito non si raggiunge con colpi di fortuna, che possono accadere di rado, ma con le piccole cose che accadono ogni giorno.
Benjamin Franklin
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