6 passaggi per rendere il dolore un’occasione di crescita

17, febbraio 2017 in Emozioni 765 Condivisi

Il dolore è inerente alla vita. Fa parte di essa, così come è costituita dal divertimento e dall’allegria. Abbiamo la tendenza a pensare che sia una fatale casualità, un capriccio del destino, ma non è altro che un’estensione della nostra esistenza. Per questo motivo, non possiamo evitarlo e tutto lo sforzo investito a tale scopo sarà snervante ed inutile.

Il dolore, alla pari dell’allegria, ci avvicina alla nostra essenza più primordiale. Entrambi ci danno lezioni molto importanti e ci servono per dirigere i nostri passi nella vita. 

Tuttavia, molte volte trasformiamo il dolore in sofferenza. In un sorso amaro ed eterno che beviamo persino in modo aggressivo e morboso. Ne usciamo davvero mal ridotti, poiché è come se in qualche modo cercassimo disperatamente più sofferenza di quella già esistente.

La sofferenza è un’aggiunta al dolore, non è il dolore stesso

Non è negativo provare nostalgia né voler restare soli nel nostro dolore. C’è di più, a volte è persino necessario. Bere un caffè da soli, godere di quel momento di ricongiungimento con la nostra intimità più solitaria, quel ricongiungimento con la nostra umanità.

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L’aspetto più inquietante, e che causa ancora più sofferenza di quella che proviamo già, è tutto il peso che aggiungiamo mentre scaliamo questa montagna fortemente inclinata che, a volte, scegliamo. Aggiungiamo questo peso quando, per esempio, ci diciamo che questa tristezza durerà per sempre, che è infinita, che siamo venduti alla sua volontà.

Rendere il dolore un’esperienza di crescita

Tuttavia, ci sono buone notizie: possiamo sfruttare questa sofferenza extra e, meglio ancora, possiamo renderla un’esperienza di crescita che aumenti esponenzialmente la nostra saggezza esistenziale.

In che modo? Quando si partecipa al processo personale tramite il quale sono passate tante menti irrequiete, si raggiunge una saggezza che permette di verificare più volte che il dolore è umano ed inseparabile all’atto di vivere, ma che la sofferenza è un artificio che aggiungiamo e del quale ci possiamo privare.

1. Bisogna riconoscere il dolore

Bisogna identificare la nostra sofferenza. Sapere se è un dolore che mi influenza a livello psichico, fisico, sociale, esistenziale… Ce ne sono diversi tipi e dobbiamo essere in grado di riconoscerlo, di guardarlo e di restare un momento da soli con esso in questo incontro speciale di cui parlavamo prima.

2. Bisogna mantenere un dialogo onesto con il dolore

Per iniziare a dialogare con il dolore, dobbiamo avere ben chiaro che ci sta avvisando di un problema. Qualcosa sta interrompendo la nostra pace mentale. Per questo motivo, dobbiamo capire da dove viene questo dolore e perché sta comparendo.

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Rispondendo a queste domande, otteniamo già un grande successo. Tuttavia, bisogna essere onesti ed ascoltare quello che ci vuole dire il dolore. Non vale fuggire inorriditi, né ascoltare queste domande a metà. Bisogna ascoltarle con tutti i nostri sensi e con la maggior sincerità possibile, poiché il dolore ci spoglia e ci scopre.

3. Non trasformarlo in sofferenza

“Il dolore può bruciare una parte del nostro corpo. La sofferenza ha il potere di deteriore l’intera persona”. Una frase azzeccata, poiché la sofferenza ha il potere di bloccare del tutto la nostra mente e, pertanto, di invalidarci.

Trasformiamo il nostro dolore in sofferenza nel momento in cui lo proiettiamo nel tempo, lo dotiamo di una permanenza infinita o lo ingigantiamo con messaggi catastrofisti e privi di speranza che mandiamo a noi stessi.

4. Dobbiamo essere responsabili di esso

Questo non vuol dire darci la colpa, quella colpa che, invece di dare pace, la sradica del tutto. Essere responsabili del nostro dolore implica riconoscere cosa stiamo facendo per accrescerlo, per ingigantirlo al punto che una pioggia leggera finisca per divenire un’inondazione.

Capire como possiamo aiutarci o come possiamo chiedere aiuto per gestirlo nel miglior modo possibile. Scaricare agli altri la nostra responsabilità è ancora una volta un esercizio inutile che finirà per causarci altro dolore. È uno degli inganni che sopravvive meno.

5. Liberarci dal dolore senza accantonarlo

Con i passaggi precedenti, avremo già ottenuto molto. Essi permettono di raggiungere quella pace che non possiamo trovare posticipando di continuo l’appuntamento con il dolore. Un incontro faccia a faccia e da soli.

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Forse possiamo calmarlo con qualcosa che ci aiuti e che ci ancori alla vita. Ogni persona è unica e sa cosa può aiutarla e cosa no. Non ci sono soluzioni ugualmente efficaci per tutti, tanto meno bacchette magiche. È proprio questo il processo di vivere.  

6. Maturare con esso (o nonostante esso)

Bisogna capire che siamo più grandi del nostro stesso dolore. Questo vuol dire accettare che non siamo solo ed esclusivamente il nostro dolore.

Siamo più che esso. Vuol dire riconoscere che disponiamo di risorse molto potenti che dobbiamo scoprire ed utilizzare per aiutarci ed accompagnarci in questa transizione difficile, ma umana, che è il passaggio dal dolore alla crescita.

Dunque, invitiamo tutte le persone che stanno passando un brutto momento ad ascoltarsi con l’onestà necessaria, ad accettare quanto di loro responsabilità, e non altrui, e ad abbracciarsi. All’inizio e alla fine, in questa crescita della nostra vita.

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