Pensiero positivo: perché non sempre funziona?

09 ottobre, 2020
Essere positivi aiuta, ma in alcune circostanze è meglio dare spazio a un diverso approccio mentale. Sarà più utile un atteggiamento che ci permette di accettare l'incertezza e il fatto che la realtà non sempre è gratificante quanto speriamo.

Forse vi sarete accorti che il pensiero positivo non sempre funziona e che mantenere un atteggiamento pieno di speranza non garantisce la realizzazione delle proprie aspettative. A volte, dicono gli esperti, è meglio abbracciare un “pessimismo gentile” che ci aiuti a capire che non sempre la vita è a nostro favore.

Questo non è necessariamente un male. La mente si abitua nel tempo a una polarità estrema che ci porta a etichettare gli eventi come buoni o cattivi. Bisogna capire, però, che oltre al nero e al bianco c’è anche il grigio e che in questo colore è presente ancora un filo di luce, quello che ci separa dal buio pesto.

Viviamo in un presente e in un contesto in cui l’incertezza è costante e la paura è diventata il coinquilino che vive nella nostra mente. Forse, è giunto il momento di adottare un’altra prospettiva, quella per cui, senza rinunciare alla positività e alla speranza, ci permette di navigare in modo più efficace tra le sfide attuali.

Pensiero positivo e post it con smile.

Perché il pensiero positivo non sempre basta?

Il pensiero positivo ha appassionati difensori e avversari accaniti. Non esiste una via di mezzo. Alla corrente psicologica resa popolare da figure come Martin Seligman o Mihály Csíkszentmihályi negli anni ’90, si oppongono voci critiche come quella della psicologa Julie K. Norem, docente di psicologia all’Università di Wellesley.

Nel suo saggio The Positive Power of Negative Thinking, pubblicato nel 2001, Julie Norem sostiene che nella nostra cultura si è affermata una visione molto infantile del concetto di positività. Le lezioni di Seligman sono state semplificate al punto da trasformarle in una moda, quella di dare per scontato che tutto andrà se si guarda il lato positivo della vita.

Secondo la psicologa Julie Norem, siamo giunti al punto estremo di pensare che se abbiamo un problema o non riusciamo a intravedere “la luce in fondo al tunnel” vuol dire che ciò dipende da noi.

Sia chiaro: ci sono momenti in cui proprio non è possibile vedere il lato positivo della vita. E che questo accada non è solo comprensibile, ma anche prevedibile. Come sottolineava Viktor Frankl, di fronte a situazioni insolite è normale reagire in modo insolito. Dobbiamo capire, pertanto, che non sempre pensare positivo funziona, e per diversi motivi. Analizziamoli.

Pensare positivo può renderci meno capaci di affrontare un risultato negativo

Ripetere come un mantra “andrà tutto bene” potrebbe essere controproducente. Un atteggiamento orientato verso il successo e che non tiene conto di altre possibilità è pericoloso. Se poi le cose non vanno come speriamo, ci sentiremo prendere alla sprovvista, emotivamente e psicologicamente.

La cosa migliore da fare in queste situazioni è mantenere un atteggiamento realistico: “Spero che le cose vadano bene, ma se dovessero andare male, affronterò qualunque esito. Lo accetterò e applicherò adeguate strategie di affrontamento”.

Il pensiero positivo può indurci a essere passivi

Julie K. Norem ci spiega nel suo libro che è consigliabile adottare una prospettiva un po’ pessimistica della realtà. Si tratta di mettere in conto tutte le possibilità e dire a noi stessi “quello che desidero e spero può accadere, ma c’è anche la possibilità che non vada così. Cosa farò, allora, in quel caso?”.

Dobbiamo lavorare con impegno e con il massimo dell’efficacia per scongiurare un risultato negativo. Se siamo troppo fiduciosi e diamo per scontato che tutto si risolverà, rischiamo di adottare un atteggiamento passivo, e questo può essere rischioso.

Quando siamo ansiosi e stressati, pensare positivo non sempre funziona

La mente ansiosa è incapace di vedere il lato positivo della vita. Pensare positivo non sempre è efficace se ci sentiamo preoccupati, stressati ed emotivamente instabili. Sono quelle situazioni in cui per quanto ci ripetono “stai su di morale, andrà tutto bene” non serve, non aiuta e non ci crediamo neanche.

In questo contesto, sono interessanti approcci come quello offerto dalla terapia dell’accettazione e dell’impegno. Nel caso specifico, può aiutare a capire che la vita non è facile, che è permesso sbagliare, fallire o perdere la speranza a volte.

Non possiamo tuttavia perdere di vista l’impegno preso nei nostri confronti; quello di non lasciarci sprofondare e di prenderci cura di noi stessi.

Ragazzo pensieroso al parco.

Gli estremismi non vanno bene: né un ingenuo pensiero positivo né il pessimismo cronico

Pensare positivo non sempre è sufficiente, perché la vita è imprevedibile. E anche perché ci induce a gestire male le avversità, la frustrazione, la paura e la sofferenza.

La vita è un caleidoscopio di esperienze: a volte belle, a volte brutte, in altri casi semplicemente normali. Dobbiamo imparare a navigare a vista, nei giorni di quiete e nelle notti di tempesta.

Quindi, è meglio essere pessimisti? Niente affatto, tanto meno è consigliabile adottare un atteggiamento ingenuamente fiducioso, di quelli per cui basta desiderare molto una cosa perché accada. Viviamo in un presente complicato e ci siamo ormai resi conto che questa formula non funziona. Gli estremi non sono mai positivi.

Dobbiamo essere realisti; dobbiamo allenarci a gestire le sfide quotidiane, imparare a sopportare gli imprevisti e persino gli eventi dolorosi. Questo non significa, però, smettere di nutrire speranze. Farlo è un bisogno essenziale. Confidare che verranno tempi migliori e che impareremo a gestire le difficoltà è sempre la strategia migliore.

K. Norem Julie K. (2001) El poder positivo del pensamiento negativo. Paidós.