Psicologia criminale: il caso Genovese

Siamo una specie sociale e incline all'empatia e alla cooperazione. Tuttavia, il caso Genovese ci ha aperto gli occhi sull'esistenza di fattori ambientali che possono renderci più o meno restii a porgere aiuto.
Psicologia criminale: il caso Genovese

Ultimo aggiornamento: 14 giugno, 2021

Era il 1964 quando il caso Genovese scosse l’opinione pubblica dando il via a tutta una serie di studi e ricerche in psicologia criminale e sociale. Ancora oggi ci si interroga su alcuni aspetti che erano stati dati per certi. Proviamo ad analizzare il caso alla luce di nuove conoscenze sorte ai giorni nostri.

Il caso Genovese non divenne famoso tanto per il fatto in sé, sicuramente scabroso, bensì grazie a un articolo firmato da Martin Gansberg che apparve in prima pagina sul prestigioso giornale The New York Times. Il giornalista non si concentra sulla vittima Kitty Genovese, bensì sulla reazione dei testimoni.

Oggi il caso Genovese viene analizzato da due punti di vista: la reazione di chi assiste ad atti violenti contro una vittima e il modo in cui la stampa ricostruisce i fatti in modo poco veritiero.

“Gli uomini sono ricchi solo nel dare. Colui che dà grande servizio ottiene grandi ricompense.”

-Elbert Hubbard-

Pila di giornali.

Il caso Genovese

Il caso Genovese fa riferimento al crimine che vide come vittima Catherine Susan Genovese, perpetrato a New York il 13 marzo 1964. Parliamo di una giovane di 29 anni che viveva in un appartamento del quartiere Queens insieme al suo compagno, che lavorava come responsabile in un bar della zona.

Kitty, come era chiamata dai colleghi, quella mattina era uscita da lavoro come tutti i giorni. Era tornata in macchina e l’aveva parcheggiata a circa 30 metri da casa. Mentre si recava a piedi verso la sua abitazione, venne aggredita da un uomo che la pugnalò tre volte. Lei cercò di scappare e iniziò a gridare per farsi sentire.

Diversi vicini sentirono la sua chiamata di aiuto. Alcuni si affacciarono alle finestre. Qualcuno pare abbia urlato “lasciate in pace la ragazza”. Spaventato dai richiami, l’aggressore scappò in macchina. Non è chiaro se alcuni vicini chiamarono la polizia che non fece in tempo ad arrivare o se nessuno fece la fatidica chiamata.

Il caso di Kitty Genovese.
Kitty Genovese.

Psicologia criminale, la seconda aggressione

Dopo circa 10 minuti Kitty riuscì a trascinarsi verso l’ingresso del suo edificio, ferita e incapace di alzarsi. L’aggressore la vide e tornò all’attacco, pugnalandola mentre era ancora a terra.

La ragazza probabilmente provò a difendersi senza riuscirci. Quando era ormai agonizzante, il criminale tornò e le rubò i 49 dollari che portava con sé.

Un testimone che aveva assistito in parte ai fatti chiamò la polizia, che arrivò in pochi minutti. La povera Catherine Genovese morì in ambulanza mentre veniva trasportata in ospedale. Tre giorni dopo, il giornalista Martin Gansgberg pubblicò un articolo dal titolo “37 videro l’omicidio e nessuno chiamò la polizia” (thirty-eight who saw murder didn’t call the police), riferendosi ai testimoni del crimine.

Nel suo articolo fece una cruda ricostruzione dei fatti concentrandosi sulla reazione, o meglio la mancata reazione, dei testimoni. 37 uomini ignorarono la richiesta d’aiuto di una donna ferita. Si dice persino che uno di loro alzò il volume della televisione per non sentire le grida.

Strada buia di notte e psicologia criminale.

Psicologia criminale: indolenza e manipolazione

Ispirati dal caso Genovese, i ricercatori Darley e Latané pubblicarono la loro teoria sulla diffusione di responsabilità nel 1968 in merito ad alcuni principi sulla solidarietà sociale. I due studiosi sostengono che quando i testimoni di un’ingiustizia o un atto violento sono numerosi, è più difficile che qualcuno si senta responsabile, dunque sia portato a intervenire.

Ciò avviene, secondo i due investigatori, in ottica di ottimizzazione delle proprie risorse. Inoltre, si è portati a credere che tra gli altri testimoni ci sia qualcuno che possa aiutare meglio la vittima. Ma si è spinti anche a non voler essere associati alla vittima onde “evitare problemi”.

A ogni modo, dopo il 2014 si scoprì che l’articolo di Gansberg conteneva varie inesattezze. I testimoni non erano 37, ma 12 al massimo. Nessuno di essi aveva assistito ai fatti per intero e la maggior parte non si era neanche accorta che la ragazza era stata pugnalata. Secondo quasi tutti loro, l’uomo la stava soltanto colpendo (non era in pericolo di vita). Considerando la posizione delle loro abitazioni, la versione risulta credibile.

Questo ci porta a pensare che, se da una parte le grandi città ci disumanizzano, dall’altra c’è un settore della stampa che cerca di trarre profitto dalla cronaca nera. Si riportano i fatti in maniera ingannevole e più cruenta per suscitare maggiore impressione e raggiungere un’audience più alta.

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  • Molero, C., Candela, C., & Cortés, M. T. (1999). La conducta prosocial: una visión de conjunto. Revista latinoamericana de psicología, 31(2), 325-353.