Rigidità cognitiva: di cosa si tratta?

La rigidità cognitiva può condannarci a una vita infelice. Non abbracciare altre prospettive, rifiutarsi di cambiare, ascoltare, valorizzare altri punti di vista e di mantenere una mente più aperta è la combinazione perfetta per provocare sofferenza e frustrazione.

Ultimo aggiornamento: 12 febbraio, 2021

La rigidità cognitiva è propria dei quelle persone prigioniere di un ferreo modello cognitivo e comportamentale. Profili che non si aprono a nuove prospettive, che non ammettono altri punti di vista e non tollerano i cambiamenti. Non capiscono che la flessibilità mentale è essenziale per una vita sana, per affrontare le difficoltà, per godere di relazioni sociali più felici.

Sebbene verrà a tutti in mente almeno un conoscente, dobbiamo ammettere che ognuno di noi in qualche modo e in determinate circostanze sfoggia una certa rigidità cognitiva. È comune pensare, ad esempio, che certe cose possano essere risolte in un solo modo. Inoltre, quei valori e credenze che ci definiscono così tanto sono poco più che verità universali.

Ognuno di noi si aggrappa a una serie di concetti che considera inamovibili. In altri ambiti sappiamo cedere, ci apriamo mentalmente ad altre opinioni e prospettive con facilità e senza alcuna resistenza. Ciò non è affatto negativo. Dobbiamo trovare un equilibrio che ci renda sempre più inclini a praticare la flessibilità mentale.

D’altra parte, chi non si arrende, chi cade sempre prigioniero degli stessi schemi mentali, è destinato a una palese sofferenza e disagio. È bene considerare che questa caratteristica a volte è ben più di un semplice tratto della personalità, piuttosto il sintomo di alcuni disturbi, come alcune demenze, il disturbo dello spettro autistico o il disturbo ossessivo compulsivo.

“Per vedere chiaramente, cambia semplicemente la direzione del tuo sguardo.”
~ Antoine de Saint-Exupery ~

Rigidità cognitiva: 3 elementi caratteristici

Nel contesto della terapia dell’accettazione e dell’impegno, il concetto di rigidità cognitiva è fondamentale. Secondo questo approccio terapeutico che si basa sulle cosiddette terapie di terza generazione (concentrate sull’educazione e sull’orientamento della vita del paziente da un punto di vista più olistico), è essenziale che la persona rilevi queste inflessioni mentali.

Così facendo, il paziente riesce a capire che gran parte della sua sofferenza deriva dalle sue convinzioni inamovibili. Le stesse convinzioni che, in qualche modo, si nutrono di ciò che culturalmente ci hanno insegnato. Anche di quei valori e schemi a cui ricorriamo senza esitazione e che strutturano la nostra intera vita facendoci cadere in una realtà priva di slancio, variazione, apertura al cambiamento e opportunità.

Secondo questa terapia, la rigidità cognitiva è una miniera da scoprire e un ponte da superare. È da sottolineare che questo concetto apparve per la prima volta già con Sigmund Freud in psicoanalisi. Secondo lo psichiatra viennese, la resistenza al cambiamento da parte del paziente rappresentava quel punto in cui emergono atteggiamenti e comportamenti che ostacolano la guarigione. Allo stesso tempo, rappresentano la punta dell’iceberg di un problema soggiacente.

D’altra parte, gli psicologi Robinson, Gould e Strosahl (2011), hanno spiegato nel libro Real Behavior Change in Primary Care che la rigidità cognitiva è definita da tre elementi.

Il soggetto non si connette con il presente, lo teme e prova disagio

Le persone mentalmente rigide non apprezzano il presente. Vivono nel loro particolare ambiente mentale, dove tutte le finestre sono chiuse. Non ammettono le novità che il flusso del qui e ora porta, dove accadono tante cose.

Questi profili non apprezzano le opportunità, non tollerano le variazioni, rifuggono l’ignoto e ogni imprevisto. In altre parole, tutte le dinamiche capaci di alterare la loro “stabilità ferrea” generano paura e contraddizione.

Non sa riconoscere le priorità, ciò che conta davvero

Quando le proprie priorità sono chiare, tutti i percorsi saranno chiari. Quando una persona sa cosa è importante per sé stessa, non avrà paura di correre rischi e affrontare i cambiamenti, aprirsi ad altre prospettive per poter crescere e accogliere al meglio ciò che apprezza e valorizza.

Viceversa, una persona con rigidità cognitiva si limita a seguire regole fisse, le sue. Non è in grado di guardare oltre la sua zona di comfort e ciò che la preoccupa di più è avere il controllo completo della sua realtà.

Ciò la rende incapace di cedere agli altri, di soddisfare i bisogni altrui, di essere tollerante, di connettersi con le persone che non condividono i suoi punti di vista.

Ecco che con il tempo le relazioni interpersonali si incrinano e la frustrazione aumenta finché il soggetto non si decide a lasciar andare molti aspetti ritenuti importanti, ma che in realtà non apprezza.

Rigidità cognitiva: non tollerare l’incertezza

La rigidità cognitiva non tollera l’inaspettato e ancor meno l’incertezza. Eppure, il nostro mondo è governato proprio da questa caratteristica: l’imprevedibilità. Sapersi adattare ai cambiamenti, saper reagire in modo creativo, originale e flessibile ci permette di destreggiarci tra le variazioni così tipiche della quotidianità.

Tuttavia, alcune persone presentano la cosiddetta chiusura cognitiva, ovvero il bisogno di “eliminare” al più presto ogni incertezza o ambiguità che insorga in qualsiasi situazione. Di fronte a qualsiasi problema, danno una sola risposta, spesso la più estrema.

Allo stesso modo, di fronte a una discussione o disaccordo, adottano atteggiamenti poco utili o costruttivi, come mettere fine a un rapporto o negare la parola all’altra persona.

In che modo possiamo combattere la rigidità cognitiva? La terapia cognitivo-comportamentale o la terapia dell’accettazione e dell’impegno possono essere molto utili.

Allo stesso modo, come rivela uno studio di Jonathan Greenberg dell’Università di Beer-Sheva, Israele, pratiche come la mindfulness sono ideali nel quotidiano per allenarsi a un approccio mentale più flessibile.

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