Rimuginio: in cosa consiste e come si tratta?

7 Gennaio 2020
L'eccessiva preoccupazione, oltre a essere un'inutile fonte di sofferenza, è una miccia che accende l'ansia. Bisogna imparare ad allenare la calma mentale per concentrarsi maggiormente sulle soluzioni evitando di anticipare fatalità ed eventi negativi.

Il rimuginio, ovvero la preoccupazione patologica, è paragonabile a una stanza dove lentamente viene a mancare l’ossigeno. È come perdersi in un labirinto senza via d’uscita, una casa senza porte e finestre. Questo stato psicologico costituisce, come si può ben immaginare, la base dei disturbi d’ansia.

Perché accade? Perché la mente umana è così incline a sfociare in situazioni angoscianti? Bisogna capire che la preoccupazione è, a tutti gli effetti, la componente cognitiva dell’ansia. È ciò che la alimenta e allo stesso tempo la rende così resistente. Analogamente, non dobbiamo trascurare un altro aspetto importante: le preoccupazioni si nutrono di paura.

Tendiamo a preoccuparci quando non siamo sicuri di quello che può accadere, quando diciamo a noi stessi che accadrà qualcosa di brutto o quando, nel tentativo di risolvere un problema, mettiamo tutto in dubbio. Potremmo giungere alla conclusione che ciò dipende da un atteggiamento negativo verso le cose. Tuttavia, non è affatto così; dietro la negatività, si nasconde l’ombra della paura.

Il rimuginio si trasforma in angoscia mentale. In tale scenario psicologico, non nascono idee né desideri… tanto meno la speranza. È necessario riconoscere questi schemi mentali per poterli disinnescare. Esaminiamo più da vicino la questione.

“La catastrofe che ti preoccupa così tanto è spesso meno orribile di quanto non lo fosse nella tua immaginazione.”

-Wayne W. Dyer-

Ragazza con disturbo depressivo

Perché ci preoccupiamo e a cosa serve?

Di per sé, la preoccupazione è un normale meccanismo psicologico. Il suo scopo è quello di risolvere un problema, un’inquietudine che, per una ragione qualsiasi, ci priva della tranquillità. Questa attivazione cognitiva, emotiva e psicofisiologica ci porta a impiegare, in circostanze normali, alcune strategie di coping per ridurre l’incertezza, le paure e trovare una soluzione.

Peraltro, è bene sapere che negli ultimi anni l’interesse della scienza verso la preoccupazione è notevolmente aumentato. Fino a qualche tempo fa, infatti, l’attenzione si concentrava quasi esclusivamente sul sapere “quanto” si preoccupa l’essere umano e in che modo ciò influenza gli stati d’ansia.

Negli ultimi anni, tuttavia, studi come quello condotto dal Dr. Mark Freeston, dell’Università della California, Stati Uniti, cercano di individuare le fonti comuni delle preoccupazioni.

Le preoccupazioni sono dovute a due cause specifiche

Secondo il lavoro del Dr. Freeston e del suo team, la maggior parte delle nostre preoccupazioni avrebbe due origini:

  • Ci preoccupiamo perché anticipiamo un evento negativo. Per esempio, temiamo di deludere gli altri, di non ottenere ciò che ci aspettiamo, di perdere qualcosa per noi importante o, ancor più, di provare un senso di colpa nel non fare certe cose in un determinato modo.
  • Il secondo motivo per cui ci preoccupiamo è piuttosto curioso. In media, tendiamo a pensare che “preoccuparci molto” delle cose ci renda persone più responsabili. Come se passare delle ore a pensare a certe cose potesse aiutarci a trovare una soluzione e a ottenere un controllo maggiore. In realtà non è quasi mai così, in quanto è proprio l’eccessiva preoccupazione ad alimentare l’ansia.
Rimuginio

Il rimuginio e il ciclo di risposta

Un’eccessiva preoccupazione causa il rimuginio, uno stato in cui la mente non smette di pensare sempre alle stesse cose, anche anticipando risultati negativi. È un meccanismo che, più che risolvere il problema, lo ingrandisce, intensificando anche il disagio emotivo.

D’altro canto, è importante considerare un aspetto. Il rimuginio è causato da un curioso ciclo di risposta tra l’amigdala e la corteccia prefrontale. L’amigdala è la regione deputata a rilevare i rischi e inviare un segnale d’allarme al cervello, un segnale che si traduce in uno stato emotivo piuttosto specifico: paura e angoscia. In queste situazioni, la corteccia prefrontale non è in grado di pensare in modo logico e riflessivo per dare risposte efficaci alle nostre preoccupazioni. Quindi, cosa possiamo fare in queste situazioni?

Seduta psicoterapia

Tre soluzioni per affrontare il rimuginio

Un modo per ridurre il rimuginio e l’energia negativa è parlare. Si sa che le strategie verbali agiscono come meccanismi catartici, riducendo il disagio. Non esitate, ad esempio, a mantenere un dialogo con qualcuno in grado di ascoltare, di capire e di esservi vicino. Parlando con altre persone, possiamo individuare più velocemente le nostre idee irrazionali e gli approcci che in realtà alimentano la sofferenza.

Il secondo modo consiste nel raggiungere uno stato di calma mentale. In una mente quieta, le emozioni trovano un equilibrio, il cervello respira, le idee fluiscono e l’ansia perde la presa. Per raggiungere tale auspicabile stato interiore, esistono strategie molto interessanti come il rilassamento, fare una passeggiata o praticare la mindfulness.

Il terzo passo è quello di smettere di concentrarsi ossessivamente sul problema e concentrarsi piuttosto sulle soluzioni. Non serve a nulla sapere come siamo arrivati ​​in una determinata situazione. Inoltre, l’ultima cosa da fare è anticipare ciò che può o non può accadere. È molto più importante definire il problema in modo obiettivo e pensare alle strategie di coping.

Per concludere, occorre sottolineare un altro aspetto: se siamo soggetti a un continuo rimuginio protratto nel tempo, è consigliabile consultare un professionista specializzato. Esistono valide ed efficaci terapie in grado di produrre cambiamenti per riconquistare il benessere; non dimentichiamolo.

  • Freeston, M. H., Rhéaume, J., Letarte, H., Dugas, M. J., & Ladouceur, R. (1994). Why do people worry? Personality and Individual Differences17(6), 791–802. https://doi.org/10.1016/0191-8869(94)90048-5