6 risposte emotivamente adeguate da dare ai bambini

· 10 aprile 2017

Comunque siano i vostri figli, è estremamente importante dare risposte emotivamente adeguate ai commenti negativi che formulano su se stessi. Quando parlano di se stessi in prima persona, tendono a far capire come percepiscono la loro autoefficacia.

In altre parole, non potete ignorare commenti quotidiani del tipo “non ci riesco”, “lo farò male”, “mi vergogno”, “non c’è niente di interessante da fare”, perché possono essere il riflesso di una bassa autostima.

Saper risolvere queste situazioni vi aiuterà a costruire un affetto salutare ed un’abilità affettiva fondamentale sin dalla più tenera età. Vista l’importanza che ricopre la negazione di un sentimento, potete adottare una serie di risposte che portino i bambini a pensarci due volte prima di formulare queste affermazioni così dannose. Ecco alcuni esempi:

1 – “Non ci riesco”: il fiore all’occhiello

“Non ci riesco” è un fiore all’occhiello perché la maggior parte delle persone lo include nel suo dialogo interiore (e a volte persino in quello esteriore) sin dalla tenera età.

Si tratta di una frase d’utilità che denota stanchezza, mancanza di energia, apatia e poca fiducia in se stessi. Tendiamo a rispondere con un “sì che ce la fai”, frase spesso accompagnata da orrende cornicette come “non dire sciocchezze” o “non essere pigro”.

Come possiamo aiutare i nostri bambini a cambiare questi pensieri e questo atteggiamento? Per prima cosa, dobbiamo capire che il primo modo per riuscirci è rispondere con domande del tipo:

“Cosa significa «non ci riesco»? Che prove hai del fatto che davvero non ci riuscirai? Come fai a sapere che non ci riuscirai se prima non ci provi? Credi che dire «non ci riesco» ti danneggi o ti aiuti? Non dire «non ci riesco», di’ «è dura, ma posso farcela»”.

2 – “Non ho voglia, non lo faccio”

Talvolta la svogliatezza e il disinteresse nei confronti di certi compiti si fanno norma. Può risultare disperante, ma i bambini devono capire che ci sono attività che devono svolgere per il loro bene.

Per invitarli a rifletterci su, dovete far arrivare loro questo messaggio “non dire «non ho voglia, non lo faccio», di’ «lo faccio anche se in questo momento non ne ho voglia»”.

In fin dei conti bisogna solo far loro domande del tipo “cosa succederebbe se facessimo tutti quello che vogliamo in ogni momento? Non dobbiamo mai fare niente di ciò che non ci va? Te lo immagini un mondo in cui nessuno si sforza a fare nulla? Ti immagini se un automobilista si stufasse di rispettare le regole della strada o se un medico non avesse più voglia di curare gli altri?”.

Domande di questo genere aiutano i più piccoli a riflettere sulla loro svogliatezza e li possono portare a cambiare atteggiamento.

3 – “Non voglio farlo, mi vergogno”

Se ci pensate, ridere della vergogna di qualcuno è un gesto piuttosto crudele. Invece di sdrammatizzare, se ne aumenta l’imbarazzo. Se ridiamo di un sentimento che implica sofferenza, ci prendiamo gioco della nudità emotiva di quella persona. Dobbiamo trasmettere un messaggio di sicurezza che lasci capire che l’aiuto e l’empatia devono essere norme generali.

4 – “Sono stanco/triste/arrabbiato”

Negare i propri sentimenti e le proprie reazioni emotive è un grave errore che si tende a commettere spesso. Non c’è da meravigliarsi: sin da piccoli ci vengono dette cose del tipo “non piangere, che non è niente”. Ci sono espressioni emotive che risultano scomode al resto della società, ma negarle significa spegnere una parte importantissima sia nei bambini sia negli adulti.

5 – Non etichettateli come “impacciati”, “negati” o “stupidi”

Questo non aiuta affatto a crescere con un’autostima sana. Quando il bambino fa male qualcosa, ci sono molti modi per dirglielo: “non va bene che picchi tuo fratello”, “non devi rompere i giocattoli” o “devi sforzarti un po’ di più quando studi”.

6 – Non etichettateli nemmeno come “furbi”, “bravi” o “intelligenti”

I bambini non capiranno qual è il fondamento di queste formule. In questo caso, potete dire “come hai fatto i compiti!”, “hai messo in ordine molto bene”, “mi piace vederti dipingere”. In altre parole, potete giudicare i loro comportamenti, ma non la loro persona.

Ricordatevi che, se volete entrare in connessione con i vostri bambini, le vostre parole devono avere il tono giusto e non avere l’aspetto di un attacco. Parlare loro con affetto e in tono comprensivo è la base di una buona educazione e delle grandi lezioni di vita. Voi siete i loro punti di riferimento psicologici, dunque prendete le redini della loro educazione nel modo più responsabile possibile.