Rosemary’s Baby: terrore allo stato puro

3 Giugno 2020
Quando il terrore sembra aver toccato tutte le corde, quando non sorprende più e finisce per annoiare, è necessario prendere in considerazione i classici. In questo senso, Rosemary's Baby ci fornisce una visione imperitura dell'orrore soprannaturale la cui struttura poggia sull'incertezza dello spettatore.

Rosemary’s Baby è probabilmente uno dei film più noti del regista Roman Polanski. E non lo è solo per l’indiscutibile qualità cinematografica e il terrore che sprigiona, ma anche per i misteri che lo circondano.

Questo film è stato girato nello stesso edificio nel quale poco più di dieci anni dopo John Lennon sarebbe stato ucciso, in cui visse e morì Boris Karloff, e solo un anno prima dell’omicidio della moglie Sharon Tate. Rosemary’s Baby suscita ancora oggi terrore e mistero. Polanski, a sua volta, è uno dei registi più controversi della storia, invischiato in questioni legali, ma con una produzione cinematografica quasi senza pari.

Una giovane coppia, dei vicini straordinariamente insoliti e una gravidanza tra le più tragiche sono alcuni elementi del film. Rosemary e suo marito sono impegnati a trovare casa e mettere su famiglia. Sebbene le ambizioni del marito superino le aspettative familiari, la giovane coppia si trova a vivere un inferno meno improbabile di quanto possa sembrare.

In sintesi, Rosemary’s Baby è un lungometraggio che ci conduce lungo un sentiero tra il fantastico e il razionale, un sentiero pieno di trappole, disavventure e claustrofobia. E, naturalmente, si tratta di una delle perle tra i film horror.

L’incertezza come chiave del terrore di Rosemary’s Baby

Il film ci accompagna lungo un percorso incerto, si prende la libertà di sollevare dubbi nello spettatore e lasciarlo sul filo del rasoio. Una corda che sfiora l’agonia, l’asfissia e persino la claustrofobia, ma sempre circondata da sprazzi di razionalità.

E parlando di incertezza, già nel XIX secolo, Alarcón, uno dei più grandi studiosi di Edgar Allan Poe, osò dire che lo splendore dello scrittore statunitense risiedeva proprio “nell’essere razionale e aspirare a essere fantastico”. Un’affermazione che oggi, qualche secolo dopo, possiamo adattare perfettamente al lungometraggio di Polanski. L’incertezza, il dubbio e il terrore psicologico sono alla base di Rosemary’s Baby.

«Non voglio che lo spettatore pensi a questo o quello, voglio semplicemente che non sia sicuro di nulla. È questo l’elemento più interessante: l’incertezza.»

-Roman Polanski-

Polanski induce lo spettatore a dubitare sia della realtà che della finzione. I sogni sono solo questo o sono frutto della realtà? Cosa succede a Rosemary e ai suoi vicini? Allo spettatore non resta che interrogarsi su quello che vede sullo schermo. Sebbene nella metà del XX secolo le religioni ricoprissero un ruolo fondamentale, il film fu una vera rivelazione, rasentando la blasfemia.

Tuttavia, in piena era razionale e scettica, qual è quella del XXI secolo, lo spettatore finisce per porsi le stesse domande che si chiedeva diversi decenni prima. Rosemary’s Baby dimostra così l’impermeabilità della sua essenza e rivela un terrore che, lungi dall’essere letto sotto la lente d’ingrandimento di un determinato periodo storico, continua a spaventare e a sconcertare.

Il dubbio e l’esitazione

Tra l’impossibile e il possibile, tra il reale e l’irreale, il dubbio e l’esitazione sono la vera chiave del terrore e della suspense del film di Polanski. Il modo di dirigere il nostro sguardo, di farci assumere un certo punto di vista attraverso le inquadrature e di presentarci i personaggi nei momenti chiave non ha niente a che vedere con i tempi o le tendenze, ma fa appello direttamente alla sfera psicologica. In sintesi, a nostro parere, al terrore dell’ignoto e all’incertezza suscitata dal dubbio.

Polanski non ha inventato dei culti satanici, si tratta piuttosto del frutto della nostra stessa realtà; non inventa uno scenario, ma inserisce un punto di partenza noto. Come se partisse dal finale di una commedia romantica, il regista prende una giovane coppia idilliaca per dissolverla, distruggerla e persino ridicolizzarla. Senza dimenticare il ruolo fondamentale del pubblico che darà un senso a una storia apparentemente fantastica, ma plausibile; e per questo finirà per dubitare di tutto quello che vede sullo schermo.

Donna spaventata

Rosemary’s Baby, un film dannato

Buona parte del culto – o ammirazione – che circonda il film risiede negli strani eventi che lo accompagnarono. Come abbiamo anticipato, il film è stato girato nel Dakota Building di New York, costruito inizialmente lontano dal centro nevralgico della città. Con il tempo e l’espansione urbana, è diventato un edificio ambito da persone altolocate e da diverse personalità del mondo del cinema, della musica o della cultura di massa.

Tutto sembra indicare che girare le scene in quel luogo corrispondesse a una sorta di suicidio. Sua moglie fu tragicamente assassinata un anno dopo. Il compositore della colonna sonora, Krzysztof Komeda, morì poco tempo dopo. Anche il protagonista del film, John Cassavetes, mancò poco dopo le riprese. Che Boris Karloff praticasse o meno lo spiritismo quando risiedeva nell’edificio è ancora oggetto di dubbio, ma pochi anni dopo le riprese, John Lennon morì all’ingresso del Dakota, dove risiedeva.

Gli infiniti misteri si uniscono al perfezionismo di Polanski, regista che non ha esitato a coinvolgere gli attori in situazioni estreme. La protagonista, Mia Farrow, dovette mangiare carne cruda nonostante fosse vegetariana e fu costretta a girare una scena in cui attraversava una strada che non era stata chiusa al traffico. I veicoli che vediamo sfrecciarle accanto e frenare per non investirla non sono una finzione cinematografica, ma decisamente reali.

Durante le riprese, inoltre, la giovane attrice ricevette da Frank Sinatra i documenti per la richiesta di divorzio, oltre ad aver affrontato diverse inimicizie sul set. Rosmary’s Baby non è maledetto solamente per le tematiche che affronta, ma anche per i misteri e gli scomodi eventi che hanno caratterizzato le riprese.

Donna che parla al telefono

Il terrore più puro

Nonostante tutto, il terrore del film non risiede negli aneddoti e negli orrori che lo circondano, ma in esso stesso. È raro trovarsi di fronte a un  film che esula dalle epoche o dalle mode, che resiste allo scorrere del tempo e che racconta qualcosa di universale. Rosemary’s Baby ci mostra effettivamente qualcosa di universale, si avvale del cinema e delle sue risorse stilistiche per dar vita a un’atmosfera clasutrofobica, terrificante e disperata.

Il film, in realtà, è un adattamento dell’omonimo romanzo di Ira Levin, la cui versione cinematografica fu inizialmente pensata da Hitchcock, con Jane Fonda nei panni di Rosemary, per finire dopo varie vicissitudini nelle mani di Polanski,

Un risultato sconvolgente e bellissimo che dispiega l’intero immaginario cinematografico, ma che ha ottenuto solo un Oscar, quello di Ruth Gordon per l’interpretazione di Minnie Castevet. Nonostante tutti i cambiamenti, Polanski fece sua la sceneggiatura, realizzando un’esperienza onirica senza pari, che mette in discussione realtà e fantasia, che sconcerta lo spettatore e mette l’orrore in bella mostra.

Indubbiamente, ci troviamo di fronte a uno dei migliori horror di tutti i tempi, una pellicola per la quale l’obsolescenza o l’età non trovano posto, ma che fa appello al subconscio, alla sensazione quasi animale dello “stato di allerta”, come se durante la visione del film dovesse accadere qualcosa di eccezionale.