Sawubona, il bel saluto di una tribù africana

· 31 ottobre 2018

Fra le tribù del Natal, in Sudafrica, il saluto più comune è sawubona. Letteralmente significa “ti vedo, sei importante per me e ti apprezzo”. Si tratta di un modo di visualizzare gli altri, accettarli come sono, con le proprie virtù, sfumature e anche con i loro difetti. In risposta a sawubona spesso si usa shikoba, “allora io esisto per te”.

Il Natal fu una delle quattro provincie originali del Sudafrica. In essa si trovava il bantustan di KwaZulu o terra degli Zulu. La maggioranza delle informazioni in nostro possesso su questa regione e sulla sua gente risale alla famosa guerra con la Gran Bretagna alla fine del XIX secolo.

Tuttavia, a volte i libri di storia non parlano di questo patrimonio culturale, umano e filosofico così interessante, che affonda le sue radici in uno dei più antichi popoli africani.

Sawubona: tutta la mia attenzione è con te, ti vedo e mi permetto di scoprire i tuoi bisogni, intravedere le tue paure, approfondire i tuoi errori e accettarli. Ti accetto proprio come sei e sei parte di me.

Nonostante possa sembrare curioso, il termine sawubona ha acquistato importanza negli anni ’90 grazie a un libro di ingegneria e organizzazioni intelligenti. In La quinta disciplina: l’arte e la pratica dell’apprendimento organizzativo, Peter Senge, professore dell’Università di Stanford, parlava degli Zulu e del loro magnifico modo di interagire e gestire i problemi. Non fu certo un caso se arrivarono a essere una delle civilizzazioni più potenti del continente africano.

Sawubona simbolizzava l’importanza di dirigere la propria attenzione all’altra persona. Capire la sua realtà senza pregiudizi né rancori. Essere coscienti dei bisogni altrui per dare visibilità all’individuo all’interno del gruppo. Permettergli di integrarsi come un pezzo di valore nella propria comunità.

Sawubona, io ti vedo

Sawubona: ti vedo in tutta la tua realtà

Nella nostra cultura occidentale, il saluto più comune probabilmente è “Ciao, come stai?. La maggioranza delle persone utilizza queste parole in modo fugace e senza aspettare una risposta vera e propria.

Si tratta di un’introduzione a una conversazione, un modo veloce per non fare brutte figure e concludere velocemente. Non ci si guarda quasi mai negli occhi. La vita ci incalza, ci spinge e ci proietta principalmente verso i nostri bisogni. Difficilmente ci aiuta a scoprire altri sguardi per intuire bisogni reali.

Il popolo Zulu, invece, promuoveva il bisogno di vedere l’altra persona in maniera cosciente e pacata. Cercava quell’istante dove mantenere un contatto visivo rilassato, in cui guardare e vedere. Provare e ascoltare. Abbracciare l’anima dell’altra persona, nonostante questa fosse piena di angoli oscuri, ferite e azioni che esigessero una certa correzione da parte della comunità.

Sawubona è una parola che ci permette di far sentire a chi abbiamo davanti la nostra fiducia, dare enfasi al fatto che la nostra attenzione è su di lui. Mettere in evidenza un desiderio autentico di capire, di prendersi cura dei bisogni, desideri, paure, tristezze, bellezze e virtù altrui.

A chi non piacerebbe essere visto in questo modo? Sono poche le cose che arricchiscono tanto come visualizzare gli altri, dare loro uno spazio, una presenza, una rilevanza nel nostro cuore e importanza all’interno del gruppo, della casa, della comunità o dell’organizzazione.

Uomo africano con la mano sul petto

C’è chi trova una certa somiglianza fra il termine sawubona e namaste, saluto della lingua hindi. Più che semplici saluti, si tratta di modi riverenti per illuminare l’altra persona comunicando animo, volontà e reciprocità. C’è una bellezza immensa in questi gesti così estranei al nostro mondo. C’è qualcosa di curativo e addirittura catartico che può ispirarci nel nostro quotidiano.

Shikoba, mi sento felice di sapere che esisto per te

Quando qualcuno della comunità Zulu commetteva un’azione poco corretta, sbagliata oppure offensiva, si richiedeva la sua presenza al centro del villaggio.

I suoi vicini, amici e familiari formavano un cerchio al centro del quale doveva mettersi la persona in questione. Dopodiché, per due giorni si dirigevano a questa persona con il saluto sawubona, con la famosa riverenza per poi iniziare a ricordarle le sue buone azioni, le sue virtù, i suoi successi passati e tutte le sue qualità.

Per il popolo del Natal e la comunità Zulu, proprio come per Rousseau, nessun uomo nasceva malvagio. A volte affrontiamo delle crisi che ci allontanano da questo centro di bontà naturale. Il proposito di queste riunioni era ricordare alla persona il percorso per tornare alla nobiltà d’animo.

Mostrare l’importanza della sua presenza per tutti gli altri componenti della comunità. La finalità era lodare la persona, metterla in mostra affinché tornasse sui suoi passi, verso il sentiero del bene, dell’armonia e dell’allegria.

Perdono: il momento per ricominciare

Ogni volta che un membro della comunità si dirigeva a lui con la parola sawubona, l’altro doveva rispondere con il termine shikoba. Questa espressione generava uno stato di sollievo e felicità.

Chi in un principio poteva essersi allontanato dal gruppo per le sue azioni sbagliate, ora aveva l’opportunità di tornare. Gli si concedeva spazio, rilevanza e vicinanza. Era il momento per ricominciare.

Mani unite

Gli Zulu conservano l’idea che gli esseri umani esistono solo se gli altri li vedono e li accettano. È la comunità che fa la persona e non c’è niente di più soddisfacente che essere perdonati dopo un errore. Bisogna abbandonare la solitudine nella quale si abita dopo un’azione poco assennata per tornare alla comunità. Un’unione, un gruppo che vede, che ama e che accetta.

Impariamo da questa tribù africana a “vedere”, a prestare attenzione a chi ci sta vicino proprio come mostra il saluto sawubona: ti vedo, ti accetto così come seiFacciamo uno sforzo cosciente per percepire i bisogni, perdonare gli errori e favorire la coesione in ognuno degli scenari sociali di cui facciamo parte.