Il significato della parola “namasté”

16 marzo 2015 in Curiosità 491 Condivisi

Lo yoga è un’antica pratica che gode di una certa popolarità al giorno d’oggi, grazie ai suoi benefici fisici e mentali ampiamente dimostrati. Chi lo pratica conosce sicuramente la parola “namasté”, in genere proncunciata come un saluto finale quando termina la lezione. È una parola che deriva dalla lingua sanscrita e in pochi conoscono il suo significato. Chi non lo conosce potrà scoprirlo continuando a leggere questo articolo.

L’origine arcaica della parola “namasté”

Le origini della parola “namasté” sono remote, risalgono all’ancestrale cultura indù. Una delle tante lingue parlate in India è il sanscrito, che gli indiani considerano una lingua sacra. Il sanscrito, inoltre, è una lingua perfetta e completa dal punto di vista grammaticale, secondo i linguisti.

Gli indù utilizzano la parola “namasté” come forma di saluto e di arrivederci, ma anche per ringraziare, per chiedere qualcosa, come segno di rispetto, in genere accompagnandola con il gesto (o “mudra”) che consiste nell’avvicinare i palmi delle mani in segno di preghiera, collocandole al centro del petto.

Qual è il significato della parola “namasté”?

Approfondiamo ora l’etimologia di questa antica parola. Innanzitutto, bisogna sottolineare che “namasté” è una parola composta. Il termine “namas” significa “saluto” o “reverenza” e deriva etimologicamente da “nam” che significa “prostrarsi”, “inchinarsi”. Il suffisso “te”, invece, è un pronome personale simile a quello italiano che significa “a te”.

Allora, se uniamo i significati, scopriremo che “namasté” significa qualcosa come “ti saluto”, “mi inchino a te” o “ti ammiro”. Tuttavia, il significato di questa parola non si esaurisce qui.

Namasté, spirito e yoga

Oltre all’aspetto strettamente semantico della parola “namasté”, l’aspetto filosofico-spirituale della lingua sanscrita conferisce un significato più profondo a questa parola.

Così, per esempio, il termine “namas” può essere interpretato come “niente di mio”, nel senso che l’ego si riduce al nulla, sottolineando un atteggiamento di umiltà di fronte agli altri. Se questo saluto viene dal cuore, si stabilisce una connessione genuina con le persone, al di sopra delle aspettative e delle maschere sociali.

Un’altra sfumatura spirituale di questa parola multisfaccettata risiede nella credenza che esista un scintilla divina in ognuno di noi. Quando pronunciamo la parola “namasté” accompagnandola con il gesto delle mani, o mudra, in segno di preghiera e con la testa inclinata, quindi, stiamo silenziosamente riconoscendo la presenza divina in noi e nell’altro. Se lo esprimiamo con altre parole, suonerebbe come: “La scintilla divina che è in me riconosce la scintilla divina che è in te”.

Anche se le lezioni di yoga terminano con la parola “namasté” come se fosse un saluto finale, in realtà, come vi abbiamo anticipato, è sia un saluto che una forma di congedo. Di conseguenza, l’ideale sarebbe anche iniziare la lezione di yoga con “namasté”, come forma di introduzione e di preparazione. Tuttavia, poiché alla fine della lezione l’ambiente e la mente sono più sereni, in generale, gli istruttori di yoga preferiscono ricorrere a questo mantra quando l’energia è più propizia.

A partire da questo momento, cari lettori, quando ascoltate o dite la parola “namasté”, ricordate che secondo questa antica cultura state partecipando consapevolmente al processo di evoluzione spirituale che questa parola così speciale fa scaturire dentro di voi.

Immagine per gentile concessione di Kristin.

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