Quando siete il vostro peggior nemico

· 20 marzo 2016

Essere nemici di se stessi significa provare sentimenti di rifiuto verso quello che siamo, pensiamo e sentiamo. Significa esercitare una critica feroce ed esagerata verso tutto quello che facciamo. Significa evitare ogni opportunità che ci renda felici o ci faccia stare meglio.

Non c’è amore senza odio, così come non c’è odio senza amore. Questi due sentimenti sono come il giorno e la notte: due facce della stessa medaglia. Persino gli affetti più teneri e sinceri possiedono barlumi d’odio, a causa del fatto che ogni forma d’amore implica una certa dose di insoddisfazione. Non esiste l’amore perfetto, poiché non esistono esseri umani perfetti.

Amiamo e siamo amati in modo difettoso. Questo concetto vale anche per l’amore che sentiamo per noi stessi: noi è mai così completo da far sparire ogni magagna o dubbio.

Quanto più è consistente l’amor proprio, più amore possiamo sentire per gli altri. Ma cosa accade quando, invece di amarci, ci odiamo? Cosa succede quando agiamo come se fossimo il nostro peggior nemico?

“Nemmeno il tuo peggior nemico può farti più male di quanto possano fare i tuoi pensieri”.

(Buddha)

Nemico di se stesso, perché?

peggior nemico

Sarebbe logico che ognuno di noi contasse per lo meno su se stesso per avanzare nella vita, ma le cose non vanno sempre così: spesso, siamo proprio noi a trasformare la nostra vita in un inferno.

Nessuno nasce odiandosi, anzi: al principio della nostra vita chiediamo tutto e non diamo nulla. Non abbiamo dubbi riguardo alla legittimità delle nostre necessità e dei nostri desideri. È proprio durante l’infanzia che cominciano a bollire in pentola quelle terribili fantasie negative su noi stessi, che possono segnarci per tutta la vita.

Quello che ci porta a questa tremenda convinzione è la presenza di una figura che ci fa credere tutte queste cose. Può trattarsi di una persona amata e fondamentale durante la nostra crescita, come un papà, una mamma o entrambi. A volte è l’intera struttura familiare oppure qualcuno da cui dipendiamo.

Quel che è certo è che questa figura o questa struttura è incapace di accogliere con amore un nuovo essere. In generale, è presente una catena di “disamore”: i genitori o la famiglia ripetono quello che loro stessi hanno vissuto durante la loro infanzia.

Quasi sicuramente hanno vissuto relazioni in cui prevaleva l’indifferenza davanti ai bisogni degli altri, davanti alla tristezza, la vergogna e l’aggressività. Sono stati testimoni di infiniti gesti di abbandono (o di minaccia di abbandono) e di rifiuto.

Pesanti silenzi, negazione dei sentimenti. Rifiuto e castigo di fronte agli atti di auto-affermazione. Severità nei giudizi e repressione delle emozioni. In un ambiente del genere, è difficile avere le condizioni per costruire un sano senso di apprezzamento di se stessi e degli altri.

Il circolo vizioso

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Il disprezzo per se stessi si sviluppa sia in modo consapevole che inconsapevole. Tutti portano dentro di sé una componente di istinti autodistruttivi, i quali crescono e si potenziano quando l’ambiente circostante li alimenta.

Ciò che ne consegue è, ovviamente, una storia difficile: il bambino diventa adolescente e poi adulto, e la sua vita è perennemente invasa da sentimenti di tristezza, ira e senso di colpa. La cosa peggiore è che questi sentimenti sono altamente indefiniti: la tristezza, l’ira e il senso di colpa possono nascere da qualsiasi circostanza e possono essere diretti verso tutto e niente.

A questo punto, nel pensiero, nascono alcuni automatismi: “non ci riesco”, “non ne sono capace”, “ho paura”, “sono un buono a nulla”, “nessuno tiene davvero a me”. Questi pensieri intaccano anche l’opinione sugli altri: “non possono”, “non sono capaci”, “hanno paura”, “sono dei buoni a nulla”, “nessuno tiene a loro”.

Così, si crea un circolo vizioso in cui la relazione nociva con se stessi si trasforma in una relazione distruttiva con gli altri. Ciò genera delle esperienze che alimentano l’idea di essere persone cattive o indegne.

In questa mancanza di amor proprio, è presente un meccanismo detto “identificazione con l’aggressore”: ciò significa che l’individuo “vittima” finisce per assomigliare alle persone che gli hanno fatto del male. Ovviamente, si tratta di un meccanismo inconsapevole.

Da bambini, desideravate amore, apprezzamento e rispetto, ma forse avete ricevuto tutto l’opposto. Tuttavia, invece di riflettere e migliorare, finite per copiare i comportamenti di coloro che vi hanno rifiutato, abbandonato o aggredito.

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Finite per rimanere intrappolati in uno specchio, per continuare a riprodurre lo sguardo negativo che avete ricevuto, per interiorizzare l’odio e il rifiuto di cui siete stati vittime, per accettare questi sentimenti.

Storie di questo tipo sono la radice di molti problemi comuni, come la depressione. In essa, permane l’assenza di oggettività durante l’analisi di quello che ci viene detto o fatto e, dunque, accettiamo passivamente il fatto che ci meritassimo tutto ciò. È così che finiamo per sopportare un peso che non ci spetterebbe.

Immagini per gentile concessione di Ryohei Hase