Simbolo della psicologia (Ψ): storia e mito

7 luglio 2018 in Psicologia 0 Condivisi
Amore e Psiche simbolo della psicologia

La storia del simbolo della psicologia racchiude qualcosa di mitologico e una curiosa evoluzione del temine “psi” (Ψ), non esente da una certa originalità. Inizialmente, questa ventitreesima lettera dell’alfabeto greco venne traslitterata dai romani per formare la parola psyche, che significava farfalla, e più tardi evolse fino a diventare ventata di aria, soffio, stimolo, energia e, infine, anima.

Tutti coloro che hanno studiato psicologia ricorderanno questo simbolo, presente quasi in ogni dove sin dal primo giorno all’università. Sui libri, negli uffici dei professori, nei documenti informativi… Anche chi è affascinato da questa scienza saprà riconoscerlo, non a caso rientra in quella cultura di simboli tipica di alcune discipline come, ad esempio, la lettera“fi” (Φ) in filosofia.

L’origine della parola psicologia sta nella fusione di due parole greche: ψυχή (psyche) e λογία (logia).
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Talvolta accettiamo l’iconografia senza andare troppo oltre. Ancor peggio, a volte diamo per buone alcune piccole leggende urbane che tergiversano la magia delle nostre origini. Di conseguenza, è molto comune ascoltare la versione secondo cui il simbolo della psicologia (Ψ) è un tridente, il tridente del diavolo.

Questa teoria fasulla risale all’epoca in cui le malattie mentali erano considerate mali diabolici. Disturbi che rispondevano a influenze soprannaturali, a sortilegi e atti di stregoneria, lì dove l’uomo non poteva aiutare l’uomo. Era tutto nelle mani della chiesa e, come no, dei roghi. Niente di più lontano dalla realtà. Vediamo adesso qual è la vera origine del simbolo della psicologia.

Simbolo psicologia bianco su sfondo nero

La storia del simbolo della psicologia (Ψ), la scienza dell’anima

In greco antico la parola psyche, come abbiamo segnalato all’inizio, significava farfalla. Questo insetto simboleggiava inoltre il respiro vitale, una ventata d’aria, una brezza di vita… A poco a poco, e anche per influenza dell’Impero Romano, questa parola finì per simboleggiare l’anima umana, concetto che racchiudeva l’energia vitale dell’essere umano o il ka della cultura egizia.

I greci e i romani avevano una precisa visione dell’animo umano. Quando qualcuno falliva, questo respiro, questo “ka” del quale parlavano anche gli egizi, emergeva come in una ventata d’aria. E lo faceva sotto forma di farfalla. In questa immagine non vi era nulla di terrificante, nulla di cui dispiacersi o da temere, dato che la farfalla era un essere che rappresentava la luce, il cambiamento, la speranza.

Il simbolo della psicologia prese il concetto di psiche per unirlo in seguito alla “logia” (ψυχή e λογία). Con il tempo, etimologicamente passò da “scienza dell’anima” a “scienza della mente”, e il simbolo Ψ ne era la sua massima rappresentazione.

Mani con farfalla

Il mito di Amore e Psiche

Nella mitologia greca la parola “psiche” non significa solo farfalla, anima o mente. Psiche è una dea, una bella creatura con ali di farfalla che ha vissuto uno degli amori più belli, quello che è stato immortalato da Apuleio nella sua opera Le Metamorfosi (o L’asino d’oro).

Lo scrittore latino ci racconta che una delle tre figlie del re dell’Anatolia era talmente delicata, attraente e piena di allegria da suscitare l’invidia della stessa Venere, che vedeva nella fanciulla una rivale. La sua gelosia la portò a ordinare al figlio Eros di lanciare una delle sue frecce alla giovane Psiche per farla innamorare dell’uomo più brutto, spietato e vile di tutta l’Anatolia.

Tuttavia, accade qualcosa di inatteso: per un banale errore fu proprio Eros a innamorarsi di Psiche. Il giovane dio, incapace di resisterle, decise di portarla nel suo palazzo e vegliare ogni notte sull’alcova della giovane per conquistarla e farla sua. E fu così che Psiche si innamorò perdutamente di un estraneo che ogni notte le faceva visita restando al buio. Un dio che voleva preservare la sua identità per non porre fine a quel magico idillio.

Amore e Psiche

Tuttavia, quando Psiche parlò con le sue sorelle di quella relazione, queste le consigliarono di porvi fine poiché forse l’amante non si faceva vedere per via della sua natura malvagia. La giovane diede loro ascolto e, approfittando del fatto che Eros dormiva sul suo letto, avvicinò una lampada a olio per illuminargli il volto, ma ecco che una goccia d’olio cadde bruciando il viso del suo amante che se ne andò adirato.

Le prove di Psiche

Sconsolata, abbattuta e pentita, la figlia del re dell’Anatolia andò persino da Venere per chiederle aiuto. La dea vide allora un’opportunità per vendicarsi, per eliminare dal mondo una donna che era rivale in bellezza della stessa dea dell’amore. Le propose 4 prove, quattro imprese che doveva superare se voleva indietro il perdono e l’affetto di Eros; tra queste la più difficile era discendere negli Inferi e chiedere a Proserpina un po’ della sua bellezza, quella che conservava in un’ampolla.

Psiche dette prova non solo di bellezza, ma anche di ingegno, coraggio e determinazione. Tuttavia, proprio quando ebbe affrontato ogni difficoltà e dopo essere riuscita a prendere l’ampolla di Proserpina, la giovane peccò di curiosità e vanità e decise di aprirla per vederne il contenuto. Fu allora che cadde vittima di un sonno profondo, ma ecco che una mano familiare le tolse quella maledizione. Una pelle conosciuta la confortò, un volto pieno di speranza le restituì subito la gioia: Eros che, avendola perdonata, accorse in suo aiuto.

Il finale di questa mitologica coppia non avrebbe potuto essere più felice. Venere si libera della sua invidia nei confronti dell’amata del figlio e danza gioiosa al loro matrimonio. Giove allora decide di rendere immortale Psiche, donna bella e coraggiosa che, con le sue ali di farfalla, rappresenta anche il simbolo della psicologia “Ψ”.

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