Sindrome Genovese: la solitudine della vittima

17 Aprile 2019
La sindrome Genovese può aiutarci a prendere coscienza degli aspetti sociali in cui possiamo migliorare, in modo che certi eventi non si ripetano mai più.

Quello di sindrome Genovese è un concetto usato per riferirsi al fenomeno psicologico per cui una persona non aiuta, ma rimane immobile, quando osserva una situazione di emergenza. Dovrebbe dare il suo supporto a un’altra persona che si trova in una situazione di pericolo, eppure non lo fa. Sembra paradossale, non trovate?

Il nome della sindrome Genovese si deve a un crimine avvenuto nel 1964 negli Stati Uniti. Una donna di nome Kitty Genovese fu accoltellata davanti al suo appartamento all’alba e davanti a decine di testimoni. Nessuno, tuttavia, fece nulla per salvarle la vita.

L’impatto della notizia fu tale che dal 1968 la psicologia sociale ha cercato di rispondere a questo fenomeno. Perché i testimoni non sono intervenuti? Secondo la ricerca, sembra che le probabilità di aiuto da parte degli altri aumentino in modo marcato quando sulla scena del crimine o del pericolo sono presenti meno persone.

La sindrome Genovese si ispira al caso di Kitty Genovese

Sindrome Genovese

Il 13 marzo 1964, Kitty Genovese fu assassinata a New York. E sebbene ci fossero già molti esempi della solitudine di chi vive nelle grandi città e della mancanza di interesse reciproco tra i suoi abitanti, questo caso è diventato un simbolo dell’apatia sociale che caratterizza le metropoli moderne.

Gli eventi che hanno dato origine alla sindrome Genovese

Il resoconto degli eventi, secondo il rapporto della polizia, è il seguente: Kitty Genovese stava tornando a casa all’alba dopo una dura giornata di lavoro. Parcheggiò molto vicino al suo appartamento e quando scese dalla macchina fu attaccata da un uomo che corse velocemente verso di lei e la pugnalò due volte nella schiena.

Le sue grida di aiuto annegarono nella solitudine dell’alba, nell’indifferenza dei vicini che non mossero nemmeno un dito. Dopo pochi minuti, il suo aggressore riuscì a fuggire, lasciandola gravemente ferita.

Dopo pochi istanti, l’assassino tornò sulla scena del delitto e trovò la sua vittima distesa sul pavimento della hall del condominio e continuò la sua crudeltà per circa un’altra trentina di minuti. Solo dopo questo secondo attacco, un testimone oculare decise di chiamare la polizia. Quando arrivarono i soccorsi, non poterono fare più nulla per salvare la vita alla ragazza. Kitty morì nell’ambulanza che la stava portando in ospedale.

L’aggressore di Genovese

Pochi giorni dopo gli investigatori riuscirono a risalire all’aggressore, un certo Winston Moseley. Si trattava di un macchinista di professione che era sposato e aveva tre figli. Incalzato dalle autorità, non solo confessò il crimine di Kitty, ma si dichiarò colpevole di altri due efferati omicidi.

L’esame psichiatrico di Moseley dimostrò che esibiva un comportamento necrofilo e che possedeva una personalità antisociale. Fu condannato all’ergastolo. L’omicidio di  Kitty Genovese causò una grande commozione nel paese e divenne subito oggetto di controversie. Soprattutto, quando si venne a sapere che almeno 38 persone avevano assistito all’aggressione in alcune delle sue fasi.

Un totale di 38 cittadini furono spettatori di un omicidio, ma nemmeno uno tentò di aiutare la vittima, nessuno chiamò la polizia, se non alla fine dell’assalto e quando ormai la situazione era irrimediabilmente compromessa. Ma perché nessuno fece nulla per aiutarla?

Riflettendo sull’argomento e lasciandoci alle spalle le teorie psicologiche, questo evento dovrebbe farci riconsiderare la qualità della società che stiamo costruendo. In special modo sui valori su cui si basa e anche sulla possibile assenza di questi.

Ombra tetra su parete

Teoria della diffusione di responsabilità

Il caso genovese provocò un grande sconvolgimento sociale e diede il via a numerosi studi psicologici e psicosociali. John Darley e Bibb Latanè analizzarono a fondo il caso e svilupparono la teoria sulla diffusione di responsabilità.

Questa teoria si basa sul cosiddetto “effetto spettatore” o sindrome Genovese. Quando ci sono molte persone, il singolo è meno propenso a intervenire e aiutare in situazioni di pericolo, cosa che invece farebbe se si trovasse da solo.

Questo fenomeno può essere spiegato con il principio secondo cui coloro che osservano la scena tendono a pensare che “qualcun altro” interverrà, motivo per cui alla fine tutti si asterranno dal farlo. Darley e Latanè giunsero a queste conclusioni dopo il loro interessante studio sociale.

Le 3 ragioni fornite per spiegare questo risultato includono:

  1. Gli spettatori vedono che anche gli altri non stanno aiutando.
  2. Sono convinti che ci sarà sempre qualcuno più qualificato di loro per aiutare la vittima.
  3. Si sentono insicuri o provano vergogna all’idea di doversi esporre dinanzi a un gran numero di sconosciuti.

Considerazioni finali

Analizzando questo fenomeno, si evince chiaramente quanto sia pericolosa la passività umana e quanto tragiche possano essere le sue conseguenze.

In realtà, se non siamo a conoscenza di questa realtà come cittadini e non ci sforziamo di contrastarla, si può entrare in una situazione di negazione di sostegno sociale e reciproco.

La sindrome Genovese può però aiutarci a prendere coscienza degli aspetti sociali in cui possiamo migliorare, in modo che eventi come quello del 1964 non si ripetano mai più.

  • Gallegos, W. A. (2015). Conducta prosocial y psicología positiva. Avances en Psicología23(1), 37-47.
  • J. M. Darley & B. Latane. (1968). Bystander intervention in emergencies: Diffusion of responsibility. Journal of Personality and Social Psychology 8, 377-383.
  • Manning, R., Levine, M., & Collins, A. (2007). The Kitty Genovese murder and the social psychology of helping: The parable of the 38 witnesses. American Psychologist62, 555-562.