Solitudine in amore: ci sei, ma ti ignoro

Sappiamo che l'amore non è la cura per la solitudine, anzi non c'è peggior sofferenza che aver trovato l'amore della nostra vita e improvvisamente sentire la solitudine dell'indifferenza, della distanza e della freddezza emotiva.
Solitudine in amore: ci sei, ma ti ignoro

Ultimo aggiornamento: 15 aprile, 2021

Sei al mio fianco, ma non ti sento. La solitudine in amore può essere devastante; è quasi come percepire la presenza di una finestra aperta da cui entra il freddo. Al tempo stesso, svaniscono la passione, l’interesse e la complicità che accendevano carezze e sorrisi.

Quasi senza sapere come, a questa indifferenza seguono ostilità improvvise, rimproveri e quegli sguardi che, lungi dal cercarsi, cominciano ad evitarsi. Certamente tutti noi vorremmo che tutto l’amore che professiamo a qualcuno ci venga ricambiato con la stessa intensità (tanto do, tanto ricevo).

Ci piacerebbe che ci fosse sempre un equilibrio perfetto e assoluto nelle relazioni affettive. Amare ed essere amati allo stesso modo, con la stessa energia, forma e passione. Tuttavia, ognuno di noi lo fa a modo suo, con il suo linguaggio, con capacità migliori e peggiori.

Da questo punto di vista, poche esperienze causano tanta sofferenza quanto avvertire la progressiva indifferenza del partner. Per quanto ci possa sembrare sorprendente, la ragione di tutto ciò non si trova sempre nella mancanza d’amore.

A volte, questa realtà è tipica delle persone emotivamente inaccessibili, così come degli alessitimici e di coloro che semplicemente non capiscono che l’amore è qualcosa di più della presenza fisica. L’amore autentico richiede azione, emozione, connessione e reciprocità.

“La solitudine è ammirata e desiderata quando non è sofferta, ma il bisogno umano di condividere le cose è evidente”.

-Carmen Martín Gaite-

Coppia distante.

La solitudine in amore, una realtà molto comune

Il semplice fatto di avere un partner non offre alcuna salvaguardia contro la solitudine. Questo fatto è dimostrato dai dati ottenuti negli studi sulla solitudine che vengono pubblicati ogni anno.

Sappiamo, per esempio, che la solitudine è già un’epidemia tra la popolazione anziana; tuttavia, negli ultimi anni stiamo scoprendo come anche la fascia più giovane evidenzi significativamente questa realtà.

Ecco perché è importante parlare di ciò che intendiamo come “solitudine percepita”. Cioè, quello che appare nonostante il fatto che la persona abbia un partner, una famiglia o abbia una vasta rete sociale. Come ci ha insegnato Robert Weiss, psicologo sociale ed esperto in questo campo, “la solitudine è ciò che sperimentiamo quando sentiamo la mancanza di qualcosa di cui abbiamo bisogno”.

Analogamente, è questo autore che ha stabilito la differenza tra la solitudine sociale e quella emotiva. Quest’ultima è quella che sorge soprattutto a livello di coppia, dove mancano l’attaccamento, l’impegno e quei nutrienti affettivi che compongono un legame felice e sano.

Allo stesso modo, fino a non molto tempo fa, non si prestava particolare attenzione a questo tipo di solitudine; tuttavia, dal punto di vista clinico sappiamo che queste situazioni generano alti livelli di angoscia. Le implicazioni per la salute mentale e fisica sono enormi.

Uomo triste.

La solitudine in amore ha molte facce

María Teresa Bazo, sociologa ed esperta in benessere sociale e qualità della vita, sottolinea che “è del tutto possibile che la peggiore solitudine sia quella vissuta in compagnia” (Bazo, 1989).

La verità è che la solitudine in amore può essere sentita per anni, e anche decenni, senza porre rimedio a questo grave fatto. Tuttavia, è importante saper riconoscere i fattori che mediano, poiché possono essere tanto diversi quanto sorprendenti.

  • Prima di tutto, bisogna sottolineare che alcune persone iniziano una relazione proprio per estinguere la propria solitudine, le proprie paure e il proprio vuoto. È il caso di chi ha un trauma o bassa autostima. Raramente si sentiranno felici o supportati dalla relazione. Sentiranno sempre che manca loro “qualcosa”, la sensazione di solitudine non risulta mai alleviata.
  • Esistono, d’altra parte, anche profili con serie difficoltà a condividere, a parlare dei loro sentimenti o a convalidare emotivamente il partner. Non capiscono il linguaggio dell’affetto; perché non lo conoscono, non possono o non vogliono.
  • La solitudine in amore può apparire anche a causa del peso della routine. Ci lasciamo trasportare dalla quotidianità, dalle pressioni, dai lavori e dalle occupazioni, dimenticando di assistere e nutrire la cosa più importante: la relazione affettiva.
  • Ultimo ma non meno importante, c’è l’elemento più comune: la disaffezione.

Effetti della distanza emotiva

Quando compaiono la solitudine in amore e la distanza emotiva, sperimentiamo una serie di realtà psicologiche molto comuni. Lo stress nasce di fronte all’incertezza, all’angoscia, alla paura di non essere amati e, a volte, anche all’ostilità.

Non ricevere spiegazioni o essere sospesi in quel limbo dove né la rottura né il tentativo di risolvere la situazione generano frustrazione.

Possono apparire rimproveri, discussioni e altre prese di distanza. Tutto questo ha delle ripercussioni sul lavoro e nel resto delle nostre relazioni. Si tratta senza dubbio di situazioni molto delicate.

Litigi e solitudine in amore.

Cosa dobbiamo fare quando sperimentiamo la solitudine in amore?

La solitudine sana è sempre preferibile a quella eretta al fianco di qualcun altro. Sappiamo che la solitudine sociale o fisica è dolorosa, ma quella emotiva è più profonda e particolare proprio perché svaluta la dignità e l’autostima.

Mantenere una relazione in cui si estende l’abisso della freddezza emotiva e dell’indifferenza non ha senso. Di fronte a queste realtà, ci sono solo due opzioni: risolvere il problema o terminare la relazione.

In questi casi uno psicologo di coppia potrà essere di grande aiuto per poter lavorare sulle difficoltà e trovare la soluzione risposta.

In ogni caso, è chiaro che la solitudine in amore è più comune di quanto si pensi. E il costo è purtroppo immenso.

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  • Russell, D., Peplau, LA, y Cutrona, CE (1980). La Escala de Soledad de UCLA revisada: evidencia de validez concurrente y discriminante. Diario de la personalidad y la psicología social , 39 (3), 472-480. https://doi.org/10.1037/0022-3514.39.3.472