Teoria della felicità della savana

23 aprile 2018 in Curiosità 0 Condivisi
Donna in città teoria della felicità della savana

La teoria della felicità della savana nasce in seguito a una ricerca scientifica pubblicata sul British Journal of Psychology. Sebbene non sia ancora stata teorizzata a sufficienza, rappresenta un approccio interessante che si basa su dati empirici.

È cominciato tutto quando un gruppo di ricercatori ha deciso di realizzare un ampio sondaggio sulla felicità. Lo scopo era quello di stabilire se essa si relaziona con l’ambiente in cui le persone vivono. Insomma, si pretendeva verificare il grado di felicità vissuto dagli abitanti di località rurali rispetto a quello degli abitanti di località urbane.

“l’uomo grande è colui che in mezzo alla folla conserva con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine.”
-Emerson-

Sono stati raccolti anche i dati demografici e il quoziente intellettivo (QI) degli intervistati. In totale, sono stati intervistati 15.000 adulti tra i 18 e i 28 anni. Ciò ha portato a postulare la teoria della felicità della savana, i cui risultati commentiamo a seguire.

Teoria della felicità della savana

Prima conclusione

Una delle prime conclusioni, oltre che una delle più sorprendenti, riguarda la relazione tra quoziente intellettivo e ambiente preferito. Secondo lo studio, le persone più intelligenti preferirebbero abitare in località urbane. Allo stesso tempo, chi possiedono un QI inferiore, dimostrerebbe una speciale predilezione per la campagna.

Profilo di donna

Si tratta di uno degli aspetti chiave della teoria della felicità della savana. I ricercatori si sono chiesti per quale motivo i più intelligenti preferiscono un ambiente urbano che, ovviamente, risulta molto più stressante e difficile da sopportare.

La risposta è che il cervello conserva molte tracce ancestrali. Una di esse ci rende inclini a cercare ambienti rurali in quanto più facili da reggere. Proprio come fecero i nostri antenati vivendo nelle grandi savane, da cui il nome della teoria della felicità della savana.

Tuttavia, il cervello si è evoluto ed è diventato capace di adattarsi agli ambienti ad alta densità demografica, sebbene più stressanti. Le persone con un QI maggiore aggirerebbero meglio in queste condizioni. Non riuscirebbero a determinare la loro vita e, al contrario, offrirebbero maggiori opportunità per sviluppare i propri progetti.

La solitudine: un fattore chiave

Il sondaggio riguardava anche la quantità e qualità delle relazioni sociali degli intervistati. I dati portarono alla scoperta di un altro dato importante. Le persone con un QI più alto si sentirebbero più felici con poche interazioni sociali. Mentre nelle persone con un QI minore si verificherebbe il contrario: maggiori interazioni sociali, maggiore felicità.

I ricercatori spiegano che chi possiede un QI più alto impiega la solitudine proprio come un meccanismo per superare con maggiore successo lo stress urbano. Un modo per ridurre il numero di stimoli è limitare le relazioni con gli altri. Ciò li aiuterebbe a evitare l’angoscia e permetterebbe loro di investire più tempo in progetti a lungo termine.

Una città

Dal canto suo, chi possiede di un QI minore si sentirebbe più felice quando può interagire con frequenza con altre persone. Di fatto, si tratta di un fattore che diminuisce lo stress e l’angoscia; ecco allora che queste persone investirebbero buona parte del proprio tempo produttivo nelle relazioni sociali. Ecco di nuovo l’applicarsi della logica dell’antenato della savana.

Validità della teoria della felicità della savana

Per concludere, la teoria della felicità della savana propone che i più intelligenti sarebbero più urbani e solitari. Le persone con un QI minore, invece, sarebbero più socievoli, tenderebbero a unirsi al “gregge” e preferirebbero un ambiente rurale. Mentre i primi preferirebbero stare soli che mal accompagnati, i secondi troverebbero davvero poca soddisfazione nella solitudine.

Probabilmente è un po’ precipitato considerare la teoria della felicità della savana totalmente valida perché, per quanto si basi su uno studio molto ampio e dati validi, avrebbe bisogno di maggiore teorizzazione. Nessuna teoria solida può costruirsi sulla base di un unico studio, per quanto possa essere esteso e tecnico.

Non sembra molto affidabile nemmeno il fatto di attribuire un valore così grande al QI nel comportamento. Questo metro di giudizio, infatti, è da sempre oggetto di polemica. Nella storia si è anche parlato di “geni sociali” e “geni solitari”. Mozart faceva parte dei primi, mentre Beethoven dei secondi. Detto ciò, lo studio sembra interessante e aprirà senz’altro il cammino a nuovi sviluppi al riguardo.

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