Teoria dell’automedicazione: origine delle dipendenze

· 19 ottobre 2018

La ricerca di erbe medicinali e il desiderio di assumere varie sostanze per scopi medici o ricreativi è un fenomeno che risale all’alba dei tempi. Può anche darsi che siano stati proprio questi impulsi a far sì che oggi si conosca e si consumi una grande varietà di sostanze psicotrope. La teoria dell’automedicazione indaga proprio su questo.

Da questa tendenza sono scaturite opinioni e credenze diverse a seconda dell’epoca. Ad esempio, agli inizi del XX secolo, i tossicodipendenti erano considerati esseri deprecabili, ma soprattutto dei fannulloni a cui mancava  la forza di volontà necessaria per reprimere i propri impulsi.

Fu Khantzian, uno psicoanalista che aveva in cura alcuni tossicodipendenti presso l’Università di Harvard, il primo a chiedersi quale fosse il fine o il motivo che spingeva tali soggetti al consumo di suddette sostanze. Khantzian sviluppò infatti la teoria dell’automedicazione, secondo la quale la causa principale del consumo di sostanze psicotrope è l’incapacità dei soggetti di tollerare le situazioni negative.

La dipendenza da sostanze stupefacenti è uno dei maggiori problemi per quanto riguarda l’attuale sanità pubblica: ha un forte impatto sulla società e gravi conseguenze a livello sociale, giudiziario e politico. È per questo che giorno dopo giorno si cerca di comprendere le cause e le conseguenze di questo disturbo.

Ragazzo si copre gli occhi

In cosa consiste la teoria dell’automedicazione?

Khantizan osservò che tutti i suoi pazienti avevano assunto almeno tre diverse sostanze stupefacenti prima di sviluppare la dipendenza per la quale erano in cura. Fu allora che iniziò a chiedersi perché avessero scelto proprio quella sostanza e non un’altra. Ebbene, giunse a una sorprendente conclusione: a seconda del disturbo psichiatrico latente di cui soffre il paziente, egli è portato a scegliere la sostanza capace di attenuare il più possibile i sintomi psicopatologici che presenta.

Per esempio, un uomo d’affari molto timido ricorreva all’alcool per lasciarsi andare e aumentare così le proprie vendite. Allo stesso modo, un adolescente con problemi di aggressività finiva per assumere eroina per controllare meglio i propri impulsi. Tutti loro provavano a intuito una droga dopo l’altra fino a trovare quella che gli sembrava più efficace. Ovviamente, questo abuso di sostanze psicotrope finiva per generare un ulteriore problema, quello della tossicodipendenza.

Oggigiorno, per diagnosticare quello che nel  DSM-5 viene chiamato “disturbo da consumo di sostanze”, il soggetto deve manifestare due o più dei seguenti comportamenti in un arco di 12 mesi:

  • Il soggetto assume la sostanza oggetto della dipendenza in grandi quantità o per un periodo più lungo del previsto.
  • Manifesta un forte desiderio di limitare il consumo di tale sostanza, ma i suoi sforzi si rivelano vani.
  • Impiega la maggior parte del proprio tempo a procurarsi e consumare la droga oppure nel tentativo di guarire.
  • Desidera costantemente assumere la sostanza.
  • Non porta a termine i propri compiti in ambito accademico, lavorativo o domestico a causa della sua dipendenza.
  • Continua ad assumere stupefacenti nonostante i continui problemi nella sfera interpersonale causate o esacerbate dagli effetti dell’assunzione di sostanze psicotrope.
  • Finisce per rinunciare a importanti attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’assunzione di droghe.
  • Assume costantemente stupefacenti, al punto da mettere a rischio la propria vita.
  • Assume sostanze psicotrope pur essendo consapevole di soffrire di un disturbo fisico o psicologico che potrebbe nascere o peggiorare in seguito all’assunzione di suddette sostanze.
  • Manifesta tolleranza verso una o più sostanze stupefacenti.
  • Soffre di astinenza da sostanze stupefacenti.
Ragazza introversa

Esistono prove a sostegno della teoria dell’automedicazione?

Secondo questa teoria, i pazienti svilupperebbero un disturbo da consumo di sostanze perché soffrono di disturbi psicopatologici che li conducono (direttamente o indirettamente) al consumo di sostanze stupefacenti come una sorta di “auto-trattamento”.

Questa ipotesi deriva dalla scoperta dei ricettori oppioidi nel sistema nervoso centrale (SNC):

  • Qualunque sostanza produce degli effetti sul SNC, il che implica l’interazione con determinate strutture celebrali.
  • Le sostanze in questione (cocaina, eroina), agiscono ripetutamente sulle diverse aree cerebrali, scatenando una serie di reazioni che portano l’individuo allo sviluppo di una dipendenza.

Anche se inizialmente quest’ ipotesi fu sollevata osservando gli oppiacei e gli psicostimolanti, essa è valida anche nel caso dell’alcol. Ovviamente, esistono prove a supporto della teoria dell’automedicazione, ma anche prove che la confuterebbero. Una prova parziale della sua validità sono sicuramente i pazienti schizofrenici e le persone affette da disturbi della personalità.

Oltre alla teoria di Khantzian, nel corso della storia sono state sollevate diverse ipotesi. Il dibattito è infatti tuttora aperto. La cosa certa è che non tutti i pazienti sono uguali e ognuno ha bisogno di una propria diagnosi e di un trattamento su misura. Il fatto che questa teoria sia supportata da alcune prove scientifiche non significa che tutti i tossicodipendenti soffrano necessariamente di altri disturbi.