Trauma transgenerazionale: che cos’è?

· 29 novembre 2017

Il trauma transgenerazionale è un impatto, il trasferimento di un dolore emotivo, fisico o sociale di una persona alle nuove generazioni in modi che vadano oltre il semplice comportamento appreso. Parliamo soprattutto di epigenetica e dell’influenza dell’ambiente nell’espressione genetica.

L’argomento non è nuovo, di fatto il trauma transgenerazionale o intergenerazionale è stato oggetto di studio già nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Diverse ricerche hanno dimostrato che le generazioni successive a quelle che vissero l’Olocausto manifestarono determinati comportamenti (incubi, problemi affettivi e di comportamento) evidenziando un trasferimento ai nipoti del trauma originario dei nonni, anche se con modalità differenti.

Potremmo senz’altro dire che dipende dallo stile e dal modello educativo, dal peso del ricordo e dalla narrativa consapevole o meno che avvolge tutta la dinamica familiare, lì dove il passato continua a farsi sentire in diversi modi. Tuttavia, anche la genetica potrebbe avere un ruolo importante.

Pensiamo agli effetti della malnutrizione. Pensiamo all’impatto genetico che potrebbe generare la paura e la sofferenza espresse con elevati livelli di cortisolo che negli anni causano danni all’organismo. Riflettiamo sui traumi non canalizzati, non sfogati e trasformatisi in stress post-traumatico e depressione cronica.

Le generazioni successive a chi ha sofferto quel trauma originario non necessariamente svilupperanno gli stessi disturbi, ma saranno più vulnerabili di altri all’ansia, allo stress e alla depressione. Vediamolo in dettaglio.

Mani dei membri di una famiglia

Un esempio di trauma transgenerazionale

Anna ha subito abusi sessuali da parte di un membro della famiglia per buona parte della sua infanzia e adolescenza. È cresciuta in un ambiente destrutturato in cui anche la madre veniva maltrattata da piccola. Quando ha avuto la possibilità di uscire da questo scenario, al compimento della maggiore età, non ha voluto chiedere aiuto psicologico per affrontare questo trauma. Voleva solo dimenticare, voltare pagina il prima possibile.

La ferita, la traccia è ancora presente in diversi modi: ansia, disturbi alimentari, scarsa autostima, ipervigilanza, depressione, insonnia… A questo si aggiunge un sistema immunitario fragile, con basse difese che la rendono vulnerabile alle infezioni, all’influenza, alle allergie.

Anna adesso ha un bambino di 7 anni. È la sua ragione di vita, tutto il suo mondo. Ha trovato stabilità e forza, oltre a un motivo per prendersi più cura di sé. Si è resa conto, però, che educare suo figlio è sempre più difficile: dorme male, ha problemi di attenzione, fa tanti capricci e ha un comportamento provocatorio. Quando la chiamano da scuola, Anna ha la sensazione di essere giudicata come una cattiva madre, al punto di chiedersi se sta sbagliando qualcosa.

Ragazza triste

Il trauma non superato e l’impatto sulla genetica

L’ultima cosa che dovrebbe fare la nostra protagonista è dubitare di se stessa come madre. Peter Loewenberg, studioso di storia e docente presso l’Università della California, è uno dei maggiori esperti sul trauma transgenerazionale. Afferma che i dolori e gli eventi traumatici non affrontati hanno un significativo impatto sulle generazioni successive.

  • Non dimentichiamo, ad esempio, che elevati livelli di cortisolo nel sangue durante la gestazione influiscono sullo sviluppo del feto. Come ha dimostrato la psicobiologa BeaVan Den Bergh, sperimentare alti livelli di stress e ansia durante la gravidanza può “programmare” certi sistemi biologici nel feto predisponendolo a soffrire di diverse malattie e disturbi emotivi.
  • Secondo quanto afferma Peter Loewenberg, un dolore non affrontato o un trauma mal gestito generano una specie di cortocircuito neuronale. Questo impatto raggiunge il DNA, alterandolo, così i futuri discendenti rimangono intrappolati, senza saperlo, in una sorta di solidarietà collettiva e inconsapevole con il trauma originario.

L’epigenetica e il trauma transgenerazionale

A scuola ci hanno insegnato che riceviamo i geni dei nostri genitori e che il nostro materiale genetico definisce le nostre caratteristiche fisiche, la nostra intelligenza e a volte anche la nostra predisposizione a determinate malattie. Accettare l’idea che anche i traumi vengono trasmessi ai cromosomi di una stessa linea familiare è piuttosto difficile.

L’epigenetica rappresenta un salto qualitativo dalla genetica più ortodossa per spiegare vari fenomeni. Il primo è che il nostro stile di vita, l’ambiente in cui viviamo, la dieta che seguiamo e determinati eventi traumatici possono generare cambiamenti genetici nella nostra discendenza.

Tutto questo si spiega grazie a una piccola “etichetta” denominata epigenoma. Questo piccolo elemento è affascinante e determinante allo stesso tempo: modifica l’espressione di detemrinati geni in base alle variabili prima menzionate.

Matrioska

Diversi scienziati del Monte Sinai Hospital hanno dimostrato che gli effetti dello stress post-traumatico dei sopravvissuti all’Olocausto hanno attivato questo epigenoma in grado di alterare l’espressione genetica della persona. La ferita traumatica si è così trasferita in diversi modi alle generazioni successive.

Tuttavia, come abbiamo anticipato all’inizio dell’articolo, ereditare il trauma transgenerazionale non significa che il dolore sperimentato dai nostri genitori o nonni determini il nostro modo di essere al 100%. Esiste una probabilità più elevata di soffrire di depressione, disturbi del sonno, problemi emotivi, iperattività.

La donna del nostro esempio, Anna, dovrebbe prima trovare i meccanismi e le strategie adeguate per chiudere i ponti con il passato e superare il trauma subito durante l’infanzia. La forza che otterrà da questo processo le permetterà di dare il meglio di se stessa anche con il figlio, comprendendone le necessità, di lavorare sul suo comportamento per renderlo una persona felice, forte ed emotivamente matura.