Tre manifesti a Ebbing, Missouri: la rabbia racchiusa nel dolore

· 25 agosto 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri ci invita a una profonda riflessione sulla rabbia e la disperazione racchiuse nel dolore. E il dolore è quello di una madre, Mildred Hayes, che utilizza tre manifesti nel sua cittadina per denunciare la passività della polizia dopo lo stupro e l’omicidio di sua figlia. Tuttavia, questo messaggio, lungi dal ricevere una risposta empatica da parte dei suoi concittadini, viene accolto con grande disagio.

Durante la famosa serata degli Oscar della Hollywood Academy of Film Arts and Sciences, per molti era già chiaro che, nonostante i numerosi premi e riconoscimenti già ricevuti, Tre manifesti a Ebbing, Missouri non non avrebbe vinto il premio per il miglior film.

“Attraverso l’amore arriva la calma, e attraverso la calma arriva il pensiero. E a volte è necessario capire le cose, Jason. Questo è tutto ciò di cui hai bisogno. Non hai nemmeno bisogno di una pistola. E sicuramente non hai bisogno di odio. Perché l’odio non risolve mai nulla, ma la calma sì. Provaci. Provatelo solo per cambiare”.
-Willoughby, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Se questi tre manifesti rossi posti in una piccola cittadina da una madre disperata hanno segnato la comunità, il film non è stato da meno ed è stato accolto con lo stesso disagio da varie fasce della popolazione americana. Per cominciare, la vicenda è ambientata in una città del Missouri, nel cuore degli Stati Uniti, sottile metafora non casuale.

Ci troviamo in un territorio apparentemente normale dove scopriamo che la giustizia viene elusa e che la violenza costituisce un linguaggio capace di modificare quasi ogni spazio. Lo vediamo in quei poliziotti che non esitano a ricorrere alla tortura, lo vediamo nelle distinzioni di genere, nella passività di alcuni cittadini che scelgono di voltarsi dall’altra parte, e anche in quell’umorismo nero nel quale tutti i personaggi portano le loro ferite, traumi in cui la rabbia a volte è anche l’unico canale di redenzione.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri non è un film semplice da digerire, è un ritratto arrabbiato e indignato di una donna in cerca di giustizia. Ma è anche molto di più, perché come in ogni favola (anche se è acida e amara) assistiamo a una trasformazione finale. Perché la speranza è quella sfumatura che deve sempre esistere anche nelle situazioni più avverse e disperate.

Frances McDormand in Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, una riflessione sulla rabbia contenuta nel dolore

Poche cose possono essere più devastanti della perdita di un figlio. Tuttavia, la sofferenza è ancora più grave se la perdita avviene in seguito a una morte violenta, un omicidio, uno stupro. Conosciamo tutti alcuni casi e forse per questo motivo non ci è difficile metterci nei panni di Midred Hayes, donna con un’espressione sospetta e segnata dalla rabbia, che è ancora in attesa di risposte 7 mesi dopo la tragica perdita della figlia adolescente.

All’inizio questo personaggio dovrebbe indubbiamente causarci un certo disagio per via del suo comportamento: è imprevedibile, i suoi dialoghi traboccano di repulsione e disprezzo, infatti non esita a usare la violenza in più di un’occasione. Ma Mildred Hayes è il motore emotivo del film ed è impossibile non essere empatici con lei, è inevitabile non capire il motivo di ogni suo gesto, di ogni suo movimento, di ogni sua azione a volte segnati da estrema violenza.

Si tratta di un personaggio meravigliosamente interpretato da Frances McDormand, che usa la rabbia come risposta all’impotenza e alla vulnerabilità. In un certo senso è l’incarnazione di quella rabbia che viene dall’amore e che non può fare altro che gridare, rendere visibile la sua disperazione attraverso tre manifesti, in attesa di veder emergere qualche risultato.

Frances MacDormand e Woody Harrelson

L’amore che ci trasforma

Il regista di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, Martin McDonagh, è stato criticato per essere un drammaturgo anglo-irlandese che ha voluto mostrare un ritratto dell’America guidato da un semplice cliché: razzismo, omofobia, ignoranza, famiglie disfunzionali, poliziotti violenti, una popolazione senza obiettivi nella vita, violenza sessuale, maschilismo

Fermarci alla superficialità, a una semplice critica di quella scomoda tipologia di persone che abita molte regioni negli Stati Uniti, equivarrebbe a lasciarsi scappare l’autentica grandezza contenuta in Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Ogni personaggio mostra in parti uguali la stessa capacità di agire con violenza e con la bontà più indescrivibile. Quelle persone che volevamo odiare all’inizio del film sfuggono dalla casella in cui le avevamo messe, ci confondono e si trasformano davanti ai nostri occhi in qualcosa di nuovo e di speranzoso.

Il virtuosismo psicologico del film è immenso, perché nonostante la durezza della trama, con una madre che denuncia la passività della polizia di fronte al caso di sua figlia, c’è spazio per la commedia, per l’amicizia e, soprattutto, per una lettera fiduciosa che parla di amore. E che cambia tutto.

È un mix tra l’assurdo e il trascendente che porta a un risultato in cui le emozioni sono sempre le vere protagoniste, danno un senso reale a un ambiente strano in cui i personaggi, pur avendo sempre comportamenti estremi, ci ammaliano.

Locandina di Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Anche se Tre manifesti a Ebbing, Missouri non si basa su una storia vera, la sua trama ci è tristemente familiare. È la simbologia e la catarsi di tutti coloro che hanno perso i loro figli e che, ancora oggi, sono senza risposta, che vivono nel vuoto e nel silenzio di una società che li ha già dimenticati. Quei manifesti in periferia sono la nostra coscienza, scomodi per molti e l’unica risorsa per altri.