Una ferita che non guarisce, il lutto irrisolto

Quando nella nostra vita è presente una ferita aperta, ci accompagna un costante dolore di fondo. Risolverlo significa lasciar andare la persona, la situazione o l'oggetto amato che non tornerà più indietro, cominciare a costruire nuovi legami possibili e andare avanti.

Ultimo aggiornamento: 13 gennaio, 2020

Superare un lutto non è scontato né facile. Certo, il tempo aiuta, ma senza una narrazione personale di ciò che è accaduto, è probabile che sentiremo a lungo gli effetti di una ferita che non guarisce. Potremmo anche smettere di provare dolore, almeno in modo cosciente, ma esso continuerà a gravitare nella nostra vita in modi inaspettati.

Separarsi da chi si ama, che sia in seguito a un abbandono, una rottura, un decesso, è sempre doloroso. È un’esperienza che può capitare a qualunque età e in diverse circostanze della vita. A volte una perdita può lasciare una ferita insanabile e così il dolore diventa uno stile di vita.

Elaborare un lutto significa ristrutturare il nostro mondo psichico; è un lavoro che compiamo su noi stessi, che ci porta all’accettazione dell’evento e a una trasformazione del nostro modo di essere e di vivere. Soltanto quando si produce questa metamorfosi sentiremo calare l’intensità del dolore e chiudersi la ferita.

“Ride delle cicatrici d’amore chi non ha mai avuto una ferita.”
~ -William Shakespeare- ~

Il lutto

Il lutto ha due facce: la prima è afflizione, sofferenza per aver perso l’oggetto del nostro amore. La seconda è lotta. Da un lato, la tristezza e il desiderio che torni qualcosa che non c’è e non ci sarà più. Dall’altro, la nostra lotta interiore. Nel dolore esiste necessariamente una tensione tra il passato e il futuro, che si coagula nel presente.

Il lutto non si prova solo nei confronti delle persone; lo viviamo anche quando siamo costretti ad abbandonare una situazione che ci rende felici o quando perdiamo un oggetto. Questo oggetto può essere la gioventù che ci ha lasciato per sempre, i soldi andati in fumo o, semplicemente, qualcosa che non siamo arrivati a vivere mai.

Ogni persona vive la sofferenza a modo suo. Ciò dipende dalla struttura psichica di ognuno di noi e dalle circostanze in cui è avvenuta la perdita. Di solito, tuttavia, si tende a negare a oltranza. Con il tempo, alcuni arrivano ad accettare, in altri è presente invece una certa resistenza.

Il lutto, prendersi cura di una ferita

Un lutto irrisolto è una ferita che non guarisce. È un dolore che resta vivo e non si risolve con il tempo. Può restare coperto o possiamo ignorarlo, ma è comunque presente, come uno sfondo nella nostra vita. Nessuna storia di lutto è semplice, e questo è un problema in un’epoca che rifiuta tutto quello che è difficile. Spesso è lento a guarire, una tragedia nella nostra cultura dell’istantaneo.

Per un diverso lasso di tempo, seconda del tipo di perdita e dell’intensità del dolore, non riusciamo più a vivere “normalmente“. Tristezza e disinteresse prevalgono sulle altre emozioni. Probabilmente ne risentirà il lavoro o lo studio e sarà difficile stare bene in compagnia degli altri. La sofferenza sarà, per lo più, tutto quello che abbiamo.

La perdita è il primo momento del lutto. Naturalmente si tratta di una circostanza che è fuori dal nostro controllo, altrimenti non causerebbe dolore. Elaborare il lutto, invece, significa perdere per la seconda volta quello che amiamo; adesso, però, in modo volontario, come effetto del lavoro di ristrutturazione sui pensieri e sui sentimenti. A volte, ci rifiutiamo di affrontare questo processo.

Sintomi di una ferita che non guarisce

Si dice che la durata media del lutto sia un periodo compreso tra sei mesi e due anni. Certamente uno dei più difficili da superare è la perdita di un figlio. Tanto duro, eppure non esiste, stranamente, una parola per indicare questo tipo di perdita. Vi sono l’orfano e il vedovo, ma non abbiamo una termine per indicare un padre o una madre che abbiano perso un figlio.

Una ferita che non cicatrizza ci parla di un lavoro sul lutto che non è stato portato a termine. Per prima cosa, c’è la resistenza ad accettare l’accaduto. A volte questa resistenza assume la forma del cinismo o dell’evasione. In questi casi si diventa ipersensibili alle sciocchezze e si perde il contatto genuino con se stessi. Si vive in modo meccanico.

In altri casi, reprimere il dolore porta ad ammalarci, a sviluppare un disturbo emotivo o fisico. È possibile anche che si diventi aspri, autodistruttivi o irresponsabili. Ogni perdita che non porta a una trasformazione positiva è sospetta e richiede di essere affrontata.

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  • Neimeyer, R. A., & Ramírez, Y. G. (2007). Aprender de la pérdida: una guía para afrontar el duelo. Paidós.