Vincent Van Gogh e il potere della sinestesia nell’arte

· 15 novembre 2017

Vincent Van Gogh spiegava nei suoi scritti che per lui i suoni avevano dei colori e che certi colori, come il giallo o l’azzurro, erano come fuochi artificiali che accarezzavano i suoi sensi. Ecco perché i suoi “Girasoli” e la sua “Notte stellata” sono tuttora tele palpitanti dotate di vita, di movimento. Sono tutti evidenti segnali della sinestesia del celebre genio post-impressionista.

Questo dato può risultare nuovo per molte persone. Tuttavia, viene messo in rilievo da diverso tempo mediante l’analisi di molti di quegli scritti che Van Gogh inviava al fratello Theo o tramite l’analisi dei suoi dipinti. L’associazione americana di sinestesia (ASA), ad esempio, ha dimostrato la presenza del “fotismo” nel suo stile pittorico, o meglio, di un tipo di risposte sensoriali sperimentate da chi presenta la cromestesia.

La cromestesia è un esperienza dei sensi con la quale la persona associa suoni e colori. I toni più acuti, ad esempio, provocano la percezione di colori più intensi, più vividi e splendenti. A sua volta, anche il colore può indurre a sensazioni uditive o musicali. È ciò che capitava a Franz Liszt mentre componeva ed era anche ciò che sperimentava Van Gogh, questo genio a metà strada fra la pazzia e la sindrome maniaco-depressiva, che ha lasciato questo mondo senza essere consapevole di ciò che stava succedendo, né della importanza che le sue opere avrebbero avuto nell’arte.

Notte stellata sul Rodano di Van Gogh

Vincent Van Gogh e il mondo dei colori

Nel 1881, Vincent Van Gogh scrisse una lettera a suo fratello. Nella lettera gli spiegava che ogni pittore aveva la sua tavolozza preferita e che queste tonalità predilette fossero il mezzo il quale l’artista avrebbe potuto attraversare il buio del suo cuore per trovare la luce. A sua volta, affermava anche che alcuni pittori avessero la maestosa qualità di usare le loro mani col virtuosismo di un violinista e che determinate opere erano pura musica.

Qualche anno dopo, per l’esattezza nel 1885, Van Gogh decise di studiare pianoforte. Tuttavia, quell’esperienza durò poco e terminò nel peggior modo possibile. Poco dopo aver cominciato le lezioni, l’artista dichiarò che l’esperienza di suonare era strana: ogni nota gli evocava un colore. Il suo docente, allarmato da tali dichiarazioni, decise di cacciarlo dal centro, e spiegò la sua decisione affermando semplicemente che “era pazzo”.

Questo fatto non può che farci sorridere. Perché, di tutte le patologie delle quali soffriva Vincent Van Gogh, quella di sperimentare sensazioni cromatiche di fronte a stimoli musicali si è senza dubbio rivelata il suo più grande dono, una sfumatura che forse ha conferito alla sua arte un’espressività eccezionale e una ricchezza sensoriale poco conosciuta fino a quel momento. Le sue pennellate vigorose, ad esempio, davano movimento a ogni dettaglio, ed è così che il giallo gli permetteva di sperimentare il suono dell’allegria, il tintinnio di quella speranza che in alcuni momenti è mancata tanto a Van Gogh.