Vuoto esistenziale, sentire che la vita non ha senso

· 25 Aprile 2019
Il vuoto esistenziale è una spirale senza fine. Una sensazione straziante in cui scompare il senso della vita e rimane solo la sofferenza, unita all'esperienza di disconnessione con il mondo esterno.

La vita non ha senso, questa è la convinzione principale di chi sperimenta la sensazione straziante del vuoto esistenziale, unita al peso dell’ingiustizia e a una sorta di disconnessione da ciò che li circonda.

In genere sono persone riflessive, che indagano su argomenti rilevanti, come la morte o la mancanza di libertà, e che non riescono a separarsi dal profondo vuoto esistenziale che le risucchia sempre di più. Vuoto a cui la società contribuisce con i suoi messaggi improntati ai valori dell’individualità e della soddisfazione immediata.

Ci sono anche persone che navigano nei piaceri con il solo scopo di anestetizzare la sofferenza. Ma neanche questo è sufficiente a riempire il vuoto.

Sia per l’una che per l’altra, non esistono ragioni di vita. Niente le riempie, niente le soddisfa e finiscono per rimanere intrappolate in uno stato psicologico di sofferenza. Nella maggior parte dei casi, questa situazione porta a una depressione profonda o a un comportamento autodistruttivo.

Vuoto esistenziale: la sensazione che la vita non abbia senso

Il vuoto esistenziale è una spirale senza fine. Riconoscere se stessi come qualcuno che vede il mondo da una prospettiva diversa per via delle incongruenze continue o perché si è lasciato trasportare nella ricerca del piacere per evitare la sofferenza. Un fenomeno molto diffuso attualmente.

Donna triste

La profondità dell’abisso

Lo sviluppo della propria ricerca di significato della vita può risultare frustrato dal non raggiungimento degli obiettivi. Quando lo scontro tra aspettative e realtà è così forte che rimane solo la delusione o quando le situazioni di crisi minacciano il senso di sicurezza e certezza, senza neanche possedere gli strumenti adeguati per affrontarle.

Tutto ciò porta a un profondo stato di frustrazione esistenziale che svuota la persona e che può condurla in un abisso di dolore. Come se al suo interno ospitasse un deserto, in cui l’irragionevolezza domina l’esistenza e dove si perde la capacità di relazionarsi e sentire gli altri.

Lo psicologo Benjamin Wolan, chiamava questo stato con il nome di nevrosi esistenziale e lo definiva come “l’incapacità di trovare un significato alla vita; la sensazione di non avere un motivo per vivere, per combattere, per avere speranza… di essere incapace di trovare un obiettivo o una direzione nella vita, la sensazione che anche se le persone si impegnano a fondo nel proprio lavoro, in realtà non hanno alcuna aspirazione”.

Alcuni autori, come lo psicoterapeuta Tony Anatrella, indicano la costante ricerca di soddisfare l’ego come causa della perdita di significato, dato che si tratta di azioni egoistiche che impediscono la capacità di trascendenza personale.

Il vuoto esistenziale e la perdita di significato

In relazione a quanto detto sopra, altri autori affermano che la perdita di significato è associata alla scomparsa dell’altro, alla supremazia dei valori individualistici e all’ottenimento del piacere come meccanismo – errato – per essere felici. In questo modo, la persona si aggrappa ai propri desideri individuali, indebolendo il senso dei riferimenti sociali, come la convivenza, la solidarietà o il rispetto reciproco.

Quando la realtà diventa confusa e i mezzi per raggiungere la felicità diventano fini a se stessi, c’è il rischio di cadere nel vuoto. Emozioni di piacere a breve termine, come divertimento o gioia, procurano piacere, ma non l’autorealizzazione, e come ogni piacere, portano con sé il pericolo di creare schiavitù o dipendenza.

In un certo senso, l’uomo ha bisogno di fare qualcosa della sua vita, che non sia solo qualcosa di buono, ma anche qualcosa di creato da lui. Il significato della vita è dunque legato al destino che l’uomo desidera e di cui ha bisogno; poiché attraverso questo desiderio, egli cerca di portare libertà alla sua evoluzione, giacché quando vive pienamente, quando la libertà supera i limiti dell’immanenza, comprende che il significato della sua vita non è ridotto solo a qualcosa di materiale e finito, ma va oltre.

Il problema incorre quando ciò non avviene come previsto, quando le circostanze non soddisfano le aspettative del suo progetto di vita e il nonsenso porta all’abisso del vuoto esistenziale.

Uomo afflitto dal senso di vuoto esistenziale

La dimensione noetica dell’uomo

Secondo lo psichiatra svizzero Viktor Frankl, l’uomo è caratterizzato da tre dimensioni principali:

  • Somatica. Comprendente la sfera fisica e biologica.
  • Psichica. Riferita alla realtà psicodinamica, ovvero l’universo psicologico ed emotivo.
  • Noetica. La dimensione spirituale. Comprende gli scopi fenomenologici dell’anima. Questa dimensione trascende gli altri due. Inoltre, grazie ad essa, l’essere umano può integrare le esperienze dannose dell’esistenza e sviluppare una vita sana a livello psicologico.

Quando la persona sperimenta un profondo stato di noia, avversione e si perde nel labirinto della sua esistenza, nascono conflitti nella sua dimensione spirituale. Non è in grado di integrare le sue ferite e potrebbe anche non essere in grado di individuarle. E nemmeno di trovare una ragione per la sua esistenza, in maniera tale da annegare nella sofferenza, sperimentando una mancanza di significato, coerenza e scopo, ovvero: il vuoto esistenziale.

Frankl afferma che questo vuoto è la radice di molti disturbi psichici. Ovvero, la rottura della dimensione noetica o spirituale, quella sensazione per cui l’esistenza non ha significato, e che si esprime nella dimensione psicologica attraverso tre gruppi di sintomi principali:

  • Sintomi depressivi
  • Sintomi aggressivi, con o senza controllo degli impulsi.
  • Dipendenze.

È come se le persone intrappolate nel vuoto esistenziale si coprissero gli occhi e i sentimenti con un velo inconscio, che impedisce loro di trovare il significato della vita e che le porta all’insoddisfazione e alla disperazione cronica. Cosa bisogna fare per trovare questo significato?

“Agisci così, come se vivessi per la seconda volta e la prima volta lo avessi fatto male come stai per farlo ora.”

-Viktor Frankl-

La ricerca del significato

Secondo lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung, l’uomo ha bisogno di trovare un significato per continuare a farsi strada nel mondo. Senza questo significato, si perde nel nulla, nella terra di nessuno, vagando nel labirinto dell’esistenza.

Frankl sottolinea che la strada verso il significato è mediata da valori e che la consapevolezza sociale è lo strumento che la rivela. Orbene, anche se i valori nascono nell’intimità personale, finiscono per culminare in valori universali, che coincidono con i sistemi culturali, religiosi o filosofici.

La relazione con l’altro è importante per non perdere il senso della vita. Così come il mantenimento dei legami affettivi, purché non si riponga in essi la propria responsabilità di essere felici. In un certo senso, la vita con un significato è una vita radicata nel sociale.

Il sociologo e filosofo francese Durkheim riflette molto bene sul problema dello sradicamento sociale e le sue conseguenze: “[quando l’individuo] si individualizza oltre un certo punto, se si separa troppo radicalmente dagli altri esseri, uomini o cose, si ritrova isolato dalle stesse fonti attraverso le quali dovrebbe naturalmente nutrirsi, senza avere più nulla a cui attingere. Facendo il vuoto intorno a sé, ha creato un vuoto dentro di sé e non gli rimane più niente su cui riflettere se non la sua stessa infelicità. Non gli resta altro oggetto di meditazione che il nulla in esso e la tristezza che ne è la conseguenza”

Donna di spalle che guarda il mare

Il vuoto esistenziale e il significato della vita

Non si tratta di cercare né colpevoli né salvatori, ma piuttosto di adottare un atteggiamento riflessivo e responsabile che ci permetta di indagare interiormente, trovare uno scopo e uscire dal vuoto esistenziale. Perché è vero che non esiste un dubbio più complesso per noi, del significato della vita.

È giusto affermare che esistono svariati modi per definire il significato della vita, tanti quante sono le persone. E persino ciascuno di noi può cambiare il proprio scopo nella vita durante la sua esistenza. Ciò che conta, come affermava Viktor Frankl, non è il significato della vita a livello generale, ma il significato che gli attribuiamo in un dato momento.

Inoltre, Frankl afferma che non dovremmo indagare sul significato della vita, quanto comprendere che è per noi stessi che siamo preoccupati. Ovvero, potremmo replicare alla vita rispondendo alla nostra stessa vita. Ciò significa che la responsabilità è l’intima essenza della nostra esistenza.

Perché sebbene abbiamo investito tempo, energia, sforzo e cuore, a volte la vita è ingiusta. E anche se in questi momenti abbattersi è totalmente comprensibile, abbiamo due opzioni: accettare che non possiamo cambiare quanto accaduto, che non c’è niente da fare e siamo solo vittime delle circostanze o, accettare che effettivamente non possiamo cambiare ciò che è successo, ma possiamo invece cambiare il nostro atteggiamento nei suoi confronti.

Conclusioni

Siamo responsabili delle nostre azioni, delle nostre emozioni, dei nostri pensieri e delle nostre decisioni. Per questo motivo, abbiamo la possibilità di decidere perché e davanti a chi o a cosa ci riteniamo responsabili.

Il significato della vita cambia sempre. Ogni giorno e ogni momento abbiamo l’opportunità di prendere le decisioni che determineranno se saremo soggetti alle circostanze o se agiremo con dignità, ascoltando il nostro vero sé con responsabilità e liberi dalle trappole del piacere e della soddisfazione immediata.

“L’essere umano non è una cosa in più tra le altre, le cose si determinano a vicenda; ma l’uomo, alla fine determina se stesso. Quello che diventerà, entro i limiti delle sue capacità e dell’ambiente lo realizzerà da solo”.

-Viktor Frankl-

 

  • Adler, A. (1955): “El sentido de la vida”. Barcelona, Luís Miracle.
  • Bauman, Z. (2006). Modernidad líquida. Buenos Aires: Fondo de Cultura Económica.
  • Frankl, V. (1979): “Ante el vacío existencial”. Barcelona, Heder.
  • Rage, E. (1994): “Vacío existencial carencia de un sentido vital”, Psicología Iberoamericana., 2(1): 158-166