1917: un angosciante piano sequenza

22 marzo, 2020
"1917" è stato uno dei grandi favoriti al conferimento dell'ambito premio dell'Academy. Eppure, nonostante contasse sul sostegno della critica, ha dovuto accontentarsi del premio alla tecnica. In questo articolo analizziamo alcune delle sue caratteristiche-chiave.

1917 si è presentata come una delle grandi favorite al premio più ambito: gli Oscar. Eppure ha dovuto accontentarsi delle statuette che rappresentano il premio alla tecnica. Parasite è stato, senza alcun dubbio, la vera rivelazione: il film che ha fatto la storia e che si è accaparrato tutti i premi più ambiti.

Il talento non conosce né lingua né frontiere. Un concetto che è diventato più evidente con lo storico premio al miglior film ricevuto da un film sudcoreano. Ma in questo articolo stiamo per parlare dei grandi favoriti, del film che ha trionfato ai BAFTA e ai Golden Globe, ma che non ha fatto altrettanto agli Oscar.

Un passato in parte dimenticato

Sono stati girati un’infinità di lungometraggi sulla Seconda Guerra Mondiale e persino sul Vietnam, ma non sono tanti i titoli di fama internazionale ispirati alla Prima Guerra mondiale. Forse uno dei più conosciuti è Orizzonti di gloria, dell’indimenticabile Stanley Kubrick, e interpretato dall’attore Kirk Douglas, venuto a mancare di recente.

La Prima Guerra Mondiale genera più domande della Seconda e non è così tanto cinematografica come la successiva. Forse il nemico non era così chiaro e il caos da cui è stata caratterizzata ha reso in qualche modo difficile la sua trasposizione cinematografica. Qualunque spettatore che pensi al cinema di guerra non esita a citare titoli in cui il nemico è chiaramente identificato con il nazismo.

Sam Mendes, ispirandosi al alcuni racconti sentiti dal nonno, ha provato a realizzare un film dalla trama semplice e dalla resa cinematografica sublime, con cui immergersi nelle trincee della Grande Guerra.

Dare la chiave di lettura più giusta

Uno scherzo può essere raccontato in modi diversi e di certo in base a chi lo racconta e dal modo in cui lo fa può far nascere in noi una risata oppure no. Questa affermazione, per quanto scontata possa sembrarci, può essere applicata al cinema e, più in generale, all’arte. Il messaggio è fondamentale, non c’è dubbio; se la storia che fa da sfondo non ci cattura, forse non c’è molto da fare. Ma come in qualsiasi barzelletta che si rispetti, anche qui è determinante la capacità di narrazione.

La trama di 1917 non potrebbe essere più lineare: due soldati semplici dell’esercito britannico devono farsi ambasciatori di un messaggio da trasmettere a una delle loro truppe per evitare un massacro per mano del nemico. Proprio allora una cosa così semplice come un messaggio prende vita e conquista l’empatia del pubblico. Un pubblico che sta a guardare in un silenzio tombale, perché sente il cuore in gola e i nervi a fior di pelle dinnanzi a un pericolo così concreto quanto la morte.

Soldati in trincea

Il film conta su alcuni dei più grandi attori del cinema britannico degli ultimi decenni, come Colin Firth o Benedict Cumberbatch. Eppure decide di far pesare tutto il peso interpretativo a due giovani piuttosto sconosciuti.

Di certo un altro tipo di narrazione avrebbe permesso maggiore spazio di indagine sui personaggi secondari e sugli attori già citati, ma la decisione di affidarsi a un numero ridotto di protagonisti consente al pubblico di entrare nel vivo dell’azione.

Le trincee non erano mai state così travolgenti, poetiche e, allo stesso tempo, così asfissianti. Lo spettatore può percepire il terrore, la solitudine, la desolazione. E tutto questo grazie a una tecnica impeccabile, che affonda le proprie radici nella suspense. Come è possibile tutto ciò? Grazie all’impiego di un piano sequenza infinito e illusorio.

1917 e un finto piano sequenza

Non che 1917 abbia portato in scena qualcosa di assolutamente innovativo, visto che lo stesso Hitchcock aveva sperimentato con Nodo alla gola, del 1948, i limiti del taglio. A questo titolo hanno fatto seguito altri più recenti, come Birdman (Joaquin Oristell, 2015) o Victoria (Sebastina Schipper, 2015).

Questi ultimi mescolano ed esplorano le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, così come una tecnica già vista in altre occasioni. Un successo che spinge il pubblico a identificarsi completamente con i protagonisti e a percepire l’azione nel tempo reale.

Sia il lavoro interpretativo che quello tecnico richiedono uno sforzo maggiore, in quanto girare scene così lunghe richiede che tutto sia perfettamente millimetrato e calcolato, persino le condizioni atmosferiche.

L’illusione del piano sequenza, con i suoi tagli millimetrici e quasi impercettibili, ci offre, in veste di spettatori, una sensazione di angoscia. Non siamo più spettatori passivi di una tragedia, bensì complici. Visto che i protagonisti non possono scappare, non possiamo farlo nemmeno noi. In questo senso, sfruttare la luce naturale, gli spazi, i volti e alcuni effetti speciali raffinati enfatizzano l’azione.

Lo spettatore di 1917

Lo spettatore finisce per sentirsi intrappolato in un labirinto di trincee, diventa empatico nei confronti dei protagonisti e percepisce la paura che attraversa lo schermo.

Musica e immagini coniugano una bellezza da brividi con quell’energia che è il segreto. La cinepresa non guarda mai dietro, non retrocede mai, bensì avanza di pari passo con i personaggi e la musica compare nei momenti di maggiore tensione, ricordandoci -in parte- Hitchcock.

La complessità di 1917 sta esattamente nella difficoltà di sfruttare gli elementi naturali, nel gioco di chiaro-scuro, nella luce naturale e nell’immediatezza che pretende di trasmettere, senza dimenticare uno staff che è riuscito a ricreare un’ambientazione ostile, fitta di trincee in cui vivevano e morivano un’infinità di giovani reclutati per una guerra che, come tutte le guerre, è stata assurda.

1917 Guerra in Trincea

1917: un’esperienza cinematografica

La sensazione di guardare un film senza tagli, sebbene sia un’illusione, genera nello spettatore insicurezza. Un’insicurezza sostenuta tragicamente dal taglio più lungo, evidente e pensato del film. Dopo essere stato attraversato da un colpo, la scena diventa nera, di un nero eterno che, lungi dal darci sollievo, fomenta la nostra angoscia. E così, è finito tutto? Adesso vedremo una scena piena di tagli? No, assolutamente no, il taglio drastico serve solo a mettere un punto a una storia che ha ancora tanto da dire, che conserva ancora scene infinite e asfissianti.

Dieci nomination a premi ambiti, ma solo tre statuette; quelle più tecniche, ma non per questo meno importanti. Un film non è altro che una solida sceneggiatura, ma non prende vita solo attraverso questa sceneggiatura. Dagli abiti alla musica, passando per l’interpretazione o la fotografia, il cinema è un’arte complessa, un arduo lavoro di squadra in cui tutti gli elementi sono importanti, fondamentali.

Probabilmente questo è uno dei miei articoli meno imparziali, ma come in qualsiasi critica e per qualsiasi forma d’arte, il gusto personale gioca un ruolo fondamentale. Non sono un’appassionata di film di guerra che diventa pacifista, ma sono una grande ammiratrice di Mendes e di Roger Deakins (il genio incaricato della fotografia di 1917).

Mendes mi aveva conquistata con American Beauty, ipnotizzandomi e invitandomi a immergermi in un film che senza troppi colpi di scena, mi ha catturato a pieno e continua ad affascinarmi ancora oggi. È riuscito a farmi vedere la bellezza in una borsa di plastica e ora è riuscito a sorprendermi e a trovare la bellezza in un ambiente tremendamente ostile.

La guerra al cinema

Tutto questo allestimento scenografico per dirci qualcosa che sapevamo già e che il cinema ha ripetuto in numerosissime occasioni: ed è che le guerre sono assurde, l’essere umano è assurdo, mentre la natura segue il proprio corso. Perché annegare mentre fioriscono i ciliegi non è mai stato tanto significativo; vedere la morte laddove nasce la vita o vedere la distruzione umana in mezzo alla natura che lotta per rinascere suona poetico, catartico, rivelatore.

La natura funge da personaggio addizionale, estranea agli umani ma onnipresente; l’albero, invece, si erge da simbolo più significativo. Un albero presente all’inizio e alla fine, che rende questo film ciclico. Al di là dei tecnicismi, 1917 è una lezione di umanità, un chiaro omaggio a chi ha vissuto la Grande Guerra, a coloro che hanno visto la morte in faccia e alle loro illusioni, sepolte dal fango.

Ho voluto che il paesaggio diventasse un ulteriore personaggio di questa storia; una voce in grado di dare un altro punto di vista sulla guerra. E avrebbero dovuti esserci tempo e spazio per la poesia in un mondo perduto.

-Sam Mendes su 1917