Amore platonico: il desiderio perenne di ciò che non abbiamo

Amore platonico: il desiderio perenne di ciò che non abbiamo

Ultimo aggiornamento: 17 luglio, 2017

Platone diceva che amiamo solo quello che desideriamo e che desideriamo solo quello che non abbiamo. Sembra che già all’epoca di questo famoso filosofo, da cui deriva appunto il termina amore platonico, esistesse il devastante sentimento che ancora oggi è presente e si rafforza in ognuno di noi: la perenne insoddisfazione della propria vita.

È come se ci mancasse sempre qualcosa. Non importa se agli occhi degli altri la nostra vita appaia invidiabile o completamente priva di problemi; in noi c’è un vuoto che non sappiamo come colmare.

Questo sentimento si crea spesso nelle relazioni di coppia. Ci sono tante persone che hanno bisogno di un amore su misura, perfetto, ideale. Questa visione nostalgica e romantica delle relazioni, quest’innamoramento verso una persona non concreta è ciò che le rende perennemente insoddisfatte. La loro idea di amore non è basata sulla realtà, ma sulla fantasia di cosa potrebbe essere o essere stato.

Qualche volta, ma ben di rado, questo amore platonico diventa realtà. È allora che l’individuo entra in uno stato di esaltazione in cui si sente ebbro e in cui crede di aver colmato la carenza che prima pativa tanto.

Il problema è che, dopo un po’ di tempo, la persona inizia a perdere l’interesse e riprende piede la medesima dinamica platonica a cui era abituata: desiderare qualcosa di irraggiungibile e crogiolarsi nel proprio dolore.

Desiderio e piacere

Moltissime persone traggono piacere o contentezza solo desiderando. Pare che agognare, sognare, illudersi e idealizzare sia il motore che le rende vive. Tuttavia, quando ottengono l’oggetto del loro desiderio, si annoiano. Una volta che abbiamo ciò che ritenevamo ci completasse, non c’è più spazio per il desiderio e la proiezione.

Ciò che abbiamo raggiunto è qualcosa di meramente reale, imperfetto, che non risponde alle aspettative che nutrivamo desiderandolo.

Cosa succede alla fine? La persona innamorata dei un amore platonico lascia. Scappa alla ricerca di una nuova dose di carenza, di quel desiderio che la fa sentire viva, anche se soffre; per lei si tratta di di una sofferenza dolce, che crea dipendenza. Pensa che debba esistere qualcosa di meglio, qualcosa che mantenga viva la sua illusione giorno dopo giorno come se fosse il primo e, se così non fosse, significherebbe che allora non ha ancora trovato il partner giusto. La sua missione sarà, quindi, riprendere la ricerca.

Troppe volte crediamo che la felicità si trovi da un’altra parte e che, se avessimo accesso a questo luogo che ci sta aspettando, la nostra insoddisfazione troverebbe una fine. Ma poi scopriamo che non è così, che in realtà abbiamo già tutto quello che ci serve per sentirci pieni e che, se fossimo capaci di cambiare qualche piccola sfumatura del nostro quotidiano (modifiche quasi mai legate ai soldi) non dovremmo cercare la felicità altrove.

Il problema è che effettuare questi cambiamenti spesso ci spaventa, ci causa ansia ed insicurezza e rimaniamo aggrappati al pensiero di “quello che sarebbe potuto succedere…”.

Imparare ad amare ciò che abbiamo

Il desiderio di ottenere ciò che non abbiamo ancora raggiunto è sempre legittimo e spesso è anche fonte di una motivazione positiva. Ma quando tale desiderio si trasforma in un bisogno e, di conseguenza, in una dolorosa sofferenza, ci blocchiamo e ci sentiamo vuoti, perennemente scontenti e in attesa.

Paradossalmente, questo modo di vivere non ci lascia vivere. Non siamo liberi, bensì schiavi di un’idea che ci dice come dovrebbe essere la nostra vita.

È necessario, dunque, imparare ad amare ciò che abbiamo, ciò che è già nella nostra vita; può trattarsi del partner, del lavoro, degli amici, della nostra città. Ognuno di questi elementi racchiude una moltitudine di aspetti positivi che tante persone, a loro volta, desidererebbero avere. Si tratta di una particolare visione di se stessi, dobbiamo pulirci gli occhiali appannati dalla routine e dalla delusione, cambiare volontariamente gli aspetti che non funzionano. E bisogna fare tutto questo ricchi di speranza e usando, per quanto possibile, la paura come forma di motivazione.

Se saremo capaci di apprezzare e ringraziare ogni giorno per quello che abbiamo nella vita, il sentimento di vuoto smetterà di relegarci in una costante attesa. Vivremo il presente, gioiremo per quello che ci succede, accetteremo le avversità e trarremo sempre una lezione o un aspetto positivo.

Abbandonate i viaggi mentali verso il futuro, le lamentele continue e ripetute, odiate persino dalla più stoica delle persone. Rimanete lì dove siete, rischiate e cambiate ciò che non vi piace della vostra vita, ma non puntate alla perfezione, a qualcosa di impossibile che non arriverà mai. Quello che avete è già perfetto, è ciò che deve essere. Perché non iniziate ad apprezzarlo e a godervelo?


Questo testo è fornito solo a scopo informativo e non sostituisce la consultazione con un professionista. In caso di dubbi, consulta il tuo specialista.