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Carl Müller-Braunschweig: etica e ambiguità

Le teorie di Carl Müller-Braunschweig hanno suscitato forti polemiche all'interno del pensiero psicoanalitico. Sembra che questo studioso abbia collaborato con il regime nazista per dimostrare la validità delle tesi di Freud.

Carl Müller-Braunschweig: etica e ambiguità

Ultimo aggiornamento: 11 gennaio, 2021

La storia di Carl Müller-Braunschweig è una pagina oscura nella storia della psicoanalisi. È stato autore di opere interessanti, quasi tutte intorno all’etica. Eppure, la sua figura macchia la pratica analitica perché divenne un collaboratore del nazismo durante la seconda guerra mondiale.

La sua posizione è stata oggetto di molti dibattiti. Da un lato, c’è chi pensa che la psicoanalisi non avrebbe dovuto in alcun modo mettersi al servizio di un regime totalitario.

“L’accettazione ufficiale è il segno inequivocabile che la salvezza ci è stata nuovamente negata. È il segnale più evidente di un fatale malinteso ed è anche il bacio di Giuda.”

-James Agee-

Dall’altro, c’è chi ritiene che la psicoanalisi, in quanto disciplina scientifica soggetta alle leggi dell’epistemologia, si trovi al di sopra delle ideologie o delle forme di potere. In questo senso, non importa se viene praticata nell’ambito di uno stato fascista o liberale.

L’unica cosa importante è che sia conforme agli statuti metodologici che la disciplinano. A quanto pare, Carl Müller-Braunschweig era d’accordo con quest’ultima posizione.

Mente illuminata da vari fasci di luce.

Chi era Carl Müller-Braunschweig?

Carl Müller-Braunschweig nacque l’8 aprile 1881 nella città di Braunschweig, figlio di un falegname tedesco. In seguito, decise di annettere il nome della città natale al proprio cognome.

La sua formazione fu prettamente filosofica. Alcuni dei suoi insegnanti furono: Crock von Brockdorff, Jonas Cohn, Carl Stumpf, Paul Menzer, Georg Lasson e Alois Riehl tra gli altri, tutti grandi pensatori dell’epoca.

Carl Müller-Braunschweig studiò anche altre discipline come fisica, biologia, antropologia, storia, psicologia, chimica ed economia, ottenendo infine il dottorato in filosofia nel 1905 presso l’Università di Berlino.

Fu allora che entrò in contatto con il pensiero psicoanalitico, che catturò immediatamente la sua attenzione. Iniziò a studiare prima Karl Abraham e poi Hans Sachs.

La psicoanalisi affascinò Müller a tal punto che divenne un seguace delle idee di Sigmund Freud. Tuttavia, la sua carriera si sarebbe orientata più verso le attività burocratiche che sulla psicoanalisi.

Carl Müller-Braunschweig e il nazismo

La maggior parte dei pionieri della psicoanalisi erano ebrei. Con la graduale ascesa del nazismo, la loro posizione di intellettuali venne messa in discussione.

A quel tempo, la psicoanalisi non era ancora molto conosciuta: aveva suscitato l’interesse di alcuni gruppi di intellettuali, una percentuale molto ridotta di persone appartenenti alla borghesia medio-alta. In altre parole, il numero di persone interessate alla psicoanalisi non era molto elevato.

Il nazismo esigeva che tutti gli ebrei che occupavano posti di rilievo in enti o organizzazioni scientifiche fossero licenziati. A quei tempi, le più importanti società psicoanalitiche si trovavano a Berlino e a Vienna. Fu allora che Carl Müller-Braunschweig divenne presidente della Società Psicanalitica Tedesca, organismo di stampo chiaramente nazista.

La nuova istituzione poco dopo fu ribattezzata dal governo nazista con il nome di Göring Institute, in onore del suo fondatore, Mathias Göring, cugino di primo grado del famoso maresciallo delle SS. I nazisti si mostrarono molto interessati alla psicanalisi, ma volevano cancellare ogni possibile traccia ebraica al suo interno.

Il dopoguerra

La posizione di Carl Müller-Braunschweig era per certi aspetti molto ambigua. Era un discepolo della psicoanalisi, ma al contempo portava a termine le richieste del regime nazista. Nel 1938 Müller iniziò a soffrire di una profonda depressione.

Gli episodi depressivi si ripeterono più volte nel corso della sua vita. Intorno al 1946, a guerra già finita, intraprese un’opera di ricostruzione della psicoanalisi in Germania, contando sul sostegno di Ernst Jones e Ana Freud.

In seguito, John Rickman venne incaricato di visitare la Germania per valutare la preparazione degli psicoanalisti tedeschi. La missione era determinare se fossero idonei o meno a portare avanti la formazione di nuovi analisti.

Secondo Rickman, Carl Müller-Braunschweig era un incompetente e, a difesa della sua posizione, puntò il dito contro l’evidente deterioramento psichico di cui soffriva da anni.

Tuttavia, molti credono che si sia trattata di una rappresaglia per boicottare la carriera di Müller, in quanto intellettuale che aveva lavorato per i nazisti. Una sorta di punizione nei suoi confronti per aver adottato una posizione ambigua.

Ingranaggi della mente.


Nel 1950 Müller-Braunschweig fondò una nuova società psicoanalitica che, nel tempo, è stato riconosciuta dalla comunità internazionale degli psicoanalisti. Successivamente, si dedicò all’esercizio privato della psicoanalisi e all’insegnamento presso la prestigiosa Università di Berlino.

In molti dei suoi scritti, possiamo riconoscere diversi tentativi di giustificare la sua collaborazione con il nazismo. Morì il 12 ottobre 1958 a Berlino.

Quella di Müller è una storia alquanto oscura, che mostra come i conflitti politici e internazionali abbiano esercitato la loro influenza su una scienza come la psicoanalisi. A volte è difficile prendere una posizione neutrale o una decisione.

C’è chi ritiene che non importa chi sia al potere, l’importante è avanzare nel campo della ricerca scientifica. Naturalmente, a questo punto entrano in gioco anche cruciali questioni legate all’etica e alla morale.

Bisogna sottomettersi per preservare la ricerca? È meglio rinunciare al proprio ruolo o provare a combattere anche se la battaglia è persa in partenza? La ricerca e la scienza dovrebbero elevarsi al di sopra degli interessi politici o economici, ma a volte non è così semplice.

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  • Müller-Braunschweig, C. (1951). “El “Neoanálisis” de Schultz-Hencke, desde el punto de vista psicoanalítico”. Revista de psicoanálisis, 8(2), 284-285.