La codardia alimenta la tristezza

· 21 settembre 2016

La tristezza sembra essere uno dei tratti distintivi dei nostri tempi. È come se la depressione fosse diventata la condizione universale del mondo contemporaneo. Di fatto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha condotto diverse ricerche che rivelano un aumento dei casi di depressione, al punto di parlare di pandemia.

Sotto l’etichetta “depressione” rientra qualsiasi forma di tristezza o di malessere d’animo. Ma non è solo questo, è anche una condizione che è diventata perfettamente tollerabile e addirittura esaltata nella vita quotidiana. È normale sentire parlare di persone “depresse” che “oggi non escono perché sono giù di morale”. Quella che fino a qualche decennio fa era un’entità psichiatrica, ora è diventata una realtà quotidiana che viene confusa con la tristezza.

Poco a poco abbiamo finito per privilegiare le distrazioni, gli intrattenimenti e le manie per sopportare un’esistenza che non risulta piacevole o degna di essere vissuta. Ci siamo del tutto scollegati dalla nostra natura e nei momenti in cui la percepiamo, quando ci sovvengono le grandi domande, ci lasciamo sopraffare.

La tristezza cronica e la salute mentale

Esistono seri sospetti circa gli interessi che, in parte, potrebbero sottostare a questa epidemia di depressione. Si promuove un discorso scientifico che dà un valore enorme ai fattori biologici e genetici coinvolti nella tristezza, in modo tale che le persone non abbiano alcuna responsabilità di fronte alla sofferenza che le tormenta. Si tratta allora di assumere un farmaco qualsiasi ed è fatta. Le industrie farmaceutiche sono i più grandi beneficiari di questa “epidemia”.

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Nell’antichità, il disturbo dell’umore che spingeva le persone ad avere un atteggiamento passivo, invalidate dalla tristezza e prigioniere della mancanza di voglia di vivere, era attribuito ad un’alterazione degli “umori” corporei.

Nel Medioevo, invece, questa tristezza cronica prese il nome di “accidia” ed era uno dei sette peccati capitali, prima che questo concetto fosse inglobato da quello di “pigrizia”. Dante, il sommo poeta, riteneva che le persone affette da una tristezza permanente che non facevano nulla per superarla dovessero stare nel purgatorio, a lamentarsi di tutto il tempo perso

Nel XIX secolo, lo psichiatra Joseph Guislain definì questo stato permanente di tristezza come “dolore di esistere”. Successivamente, Sèglas parlò di “ipocondria morale”.

Nel XX secolo la psichiatria elaborò il concetto di “depressione” propriamente detto, definendolo un disturbo caratterizzato da sconforto, sensi di colpa ricorrenti, ansia, apatia verso il mondo, perdita di amor proprio e uno stato permanente di auto-accusa o auto-rimprovero che si ripercuote in maniera significativa sullo stile di vita.

È Lacan a definire la tristezza cronica come un effetto della codardia morale. Non si tratta di un’accusa, ma di un punto di vista che rivendica un fatto importante: c’è qualcosa che ognuno deve sapere sulla propria tristezza. Ci sono modi di affrontare e comprendere questa tristezza ed è responsabilità di ognuno di noi costruire questa conoscenza.

La tristezza e la codardia

Chi percepisce una tristezza cronica prova un forte sentimento di mancanza di autenticità. È come se la vita di queste persone si sviluppasse in uno scenario che non appartenesse a loro. Manifestano anche quella che si potrebbe chiamare una sensazione di “esilio” da tutto ciò che accade nel mondo. Come se il pianeta terra girasse e loro rimanessero fermi. Il presente sembra estraneo, il futuro è visto come un augurio di nuove sofferenze e il passato è l’inventario delle perdite, sulle quali continuano a rimuginare.

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Le persone depresse si chiedono: “Che senso ha la vita?”. E di solito accompagnano questa domanda con la seguente affermazione: “Sarebbe stato meglio se non fossi nato/a”. La domanda e l’affermazione in sé sono due trappole.

Ovviamente, la vita non ha senso di per sé perché siamo noi a dargliene uno. Non esiste un libro, un manuale o una legge che dica “questo è il senso della vita”. E di fronte ad una affermazione del tipo “meglio non essere nati”, anche lì c’è un errore: siamo nati e siamo qui. È un fatto compiuto.

Sia la domanda sia l’affermazione spogliano la persona della sua responsabilità. “Se la vita non ha già un senso, allora non mi interessa”, sembra dire. O “se non ho chiesto io di nascere, perché vengono a chiedermi di rendere la mia esistenza degna di essere vissuta?”.

In questo modo, queste persone diventano “oggetto” della tristezza, non soggetti della stessa. Ecco dove sta la loro codardia morale. Per alcune persone, inoltre, essere tristi può diventare motivo di orgoglio: è la prova della loro condizione “speciale” e permette loro di costruire tutto un discorso in cui sono eterne vittime.

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Di certo non tutti veniamo al mondo con le stesse carte a disposizione. Non siamo figli desiderati, siamo poveri, ci maltrattano, abusano di noi quando non siamo in grado di reagire o possono capitarci mille altri situazioni che sono per noi fonte di dolore. Magari questi precedenti dolorosi danno origine a nuove mancanze e nuove delusioni.

Alla fine, però, siamo noi a decidere il tipo di lettura da dare a queste situazioni. È questa la nostra responsabilità e non possiamo attribuirla alle carte che ci sono capitate in mano nel gioco della vita perché, rinnegando la stessa vita, ci dipingiamo come perdenti malinconici dell’allegria.