Cohousing: stile comunitario, più benessere

27 Luglio 2019
Il cohousing, o la coabitazione, non è solo un progetto per chi vuole trascorrere la vecchiaia insieme ad altre persone. Sta coinvolgendo anche le fasce giovani, spesso interessate a un modello abitativo più vicino alla natura.

Cohousing è più che un termine alla moda. Per molte persone è già un progetto per il futuro, un modello abitativo condiviso e autogestito per chi ha scelto di non vivere la propria vecchiaia in solitudine. Case bifamiliari, spazi comuni in cui condividere attività. E tutto in un contesto ecologico in cui godere della natura e della solidarietà reciproca.

Perché no? Se lo sono detti in molti. Perché non fare il grande passo e pianificare ora, con un gruppo di amici, un progetto di questa portata? Casa piccola, spazi comuni, una comunità su misura creata con persone che contano per noi. Ammettiamolo, l’idea tenta, tanto più se consideriamo le dure conseguenze della solitudine e dell’isolamento che spesso affliggono gli anziani.

Ebbene, bisogna ricordare che l’idea non è nuova. Le prime comunità di cohousing comparvero in Danimarca negli anni ’70. Un decennio dopo il modello fu importato negli Stati Uniti, specialmente a Oakland, Berkeley, Bellingham e Washington, sfruttando gli spazi naturali più belli. Oggi la coabitazione è una realtà presente anche in Europa e in Giappone.

Un aspetto importante da sottolineare dal punto di vista clinico e della salute è che questi progetti, se ben organizzati, sono molto positivi. Il modello comunitario preferito ai giorni nostri è quello che facilita l’interconnessione. In una società sempre più connessa e sofisticata, quando si pensa a come si vorrebbe invecchiare, spesso ci si rifà ai modelli più tradizionali.

Il modello delle comunità in cohousing ha un obiettivo chiaro: migliorare la qualità della vita per mezzo di infrastrutture che facilitino l’interazione sociale.

Anziani in cohousing

Cohousing: solidarietà, connessione e migliore qualità della vita

In un contesto di globalizzazione sempre più spinta, le persone con cui entriamo in contatto sono spesso sotto pressione. Il nostro stile lavorativo, ad esempio, non si adatta alla vita personale e familiare. Gli orari, gli spostamenti su lunga distanza, i monolocali e gli ambienti saturi di ogni tipo di inquinamento…

Sono svariati i fattori per cui il cohousing sta prendendo piede, e non solo tra la popolazione più anziana. In realtà i più entusiasti sono i giovani. Lo studio condotto da Jo William, docente all’Università di Manchester, indicano che quello che più ci manca è un’interazione sociale positiva all’interno della nostra comunità più prossima.

Le comunità legate da patti di collaborazione rispondono a un modello architettonico ed ecologico orientato allo stesso scopo: ricreare una forma comunitaria cosciente, solidale e socialmente connessa.

Patti di collaborazione per tutte le necessità (ed età)

Il modello cohousing non è rivolto solo a persone della terza età in cerca di un progetto residenziale. Tra chi ha preso una decisione di questo tipo si trovano i giovanissimi con già le idee chiare sullo stile di vita che desiderano seguire, giovani famiglie, professionisti di successo, divorziati e, naturalmente, anche pensionati.

All’interno di questo universo esistono realtà che offrono una maggiore intimità, nel caso in cui sia prioritaria la tutela della privacy, e case orientate al costante contatto sociale. Ognuno può trovare il proprio modello ideale: resta comunque fermo il principio del cohousing: collaborazione e condivisione di tempo e risorse.

Gruppo di amici nella natura

Cohousing: il segreto sta nell’equilibrio

Ci sono gruppi di amici che hanno creato comunità in cohousing praticamente da zero. Si acquista un terreno, si costruiscono le case. Ma è possibile trovare situazioni abitative ideali già pronte: case bifamiliari, appartamenti con molte stanze, piccoli borghi, etc.

L’aspetto più importante di questo modello è senza dubbio un buon equilibrio tra vita privata e comunitaria. Ognuno ha il proprio ingresso e non è necessario vendere o barattare prodotti con i vicini per sostenere economicamente la comunità.

In quanto all’organizzazione, un progetto in coabitazione in genere prevede:

  • Una casa comune all’interno della comunità. È l’area più importante e di solito prevede una sala per i pasti condivisi, una cucina, una sala per i giochi dei bambini, una sala per la musica, per i laboratori e i libri, una lavanderia, una stanza per le riunioni, etc.
  • La gestione e l’organizzazione di questi spazi è collettiva. Si possono prevedere riunioni periodiche per la distribuzione dei lavori, l’organizzazione degli eventi, dei progetti, etc.

Le comunità in cohousing e l’ecologia

Uno degli aspetti più interessanti di questo fenomeno è senza dubbio il concetto ecologico a cui si rifanno. È, in linea di principio, uno stile molto rispettoso nei confronti dell’ambiente. Non solo vengono scelti preferibilmente contesti naturali, ma le case sono progettate per avvicinare le persone e possibilmente per essere autosufficienti dal punto di vista energetico, ad esempio mediante l’installazione di pannelli solari.

Il cohousing sembra un buon piano per il futuro, un futuro già presente. In quasi ogni paese del mondo questo tipo di comunità intergenerazionale è già realtà. Sono numerosi gli esempi abitativi costituiti da persone anziane o gruppi di amici che dopo la pensione hanno deciso di dare una svolta e di vivere in un contesto amichevole al riparo dalla solitudine.

  • Lietaert, M. (2010). Cohousing’s relevance to degrowth theories. Journal of Cleaner Production18(6), 576–580. https://doi.org/10.1016/j.jclepro.2009.11.016
  • Williams, J. (2005). Designing neighbourhoods for social interaction: The case of cohousing. Journal of Urban Design10(2), 195–227. https://doi.org/10.1080/13574800500086998