Disturbo di personalità e terapia cognitiva

· 5 Giugno 2019
Grazie alla terapia cognitivo-comportamentale, il paziente affetto da disturbo di personalità acquista sempre più autonomia e modifica gradualmente il suo pensiero dicotomico.

Secondo il DSM-5, la persona con un disturbo di personalità ha un bisogno eccessivo e dominante di essere accudita. Questo la porta ad avere un comportamento remissivo, un attaccamento esagerato alle cose e alle persone e un’esagerata paura della separazione.

Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il disturbo di personalità compare nelle prime fasi dell’età adulta.

Sintomi del disturbo di personalità

Questa patologia si manifesta in diversi contesti con cinque (o più) dei seguenti comportamenti:

  • Difficoltà nel prendere decisioni quotidiane senza il consiglio e il supporto di altre persone.
  • Bisogno che gli altri si assumano le responsabilità delle decisioni che riguardano aspetti importanti della sua vita.
  • Ha difficoltà nell’esprimere disaccordo per paura di perdere il sostegno delle persone o la loro approvazione (nota: non comprende i timori “realistici” relativi alle punizioni).
  • Le è difficile avviare nuovi progetti o agire da sola (a causa della mancanza di fiducia nelle proprie abilità e capacità di giudizio, e non a causa della mancanza di motivazione o di energia).
  • Pur di ottenere l’accettazione e il sostegno altrui, fa volontariamente cose che non ama.
  • Si sente a disagio quando è sola, a causa della paura eccessiva di non essere in grado di prendersi cura di sé stessa.
  • Quando una relazione affettiva termina, cerca urgentemente un’altra relazione per essere assistita e supportata. Ha una paura incontrollata di essere abbandonata e di doversi occupare di sé stessa.

Le persone che soffrono di disturbi di personalità hanno una bassa stima di sé perché pensano di non poter fare  nulla da soli, si sentono “inadeguate e indifese” e gli altri devono “salvarle” perché sono più “forti”.

Chi ha questi pensieri tende a cercare un partner o delle persone che possano prendersi cura della sua vita. Trovare qualcuno che possa dare protezione è la soluzione perfetta per chi si sente debole e inadeguato in un mondo ostile, che fa paura.

La terapia cognitivo-comportamentale nel trattare i disturbi di personalità cerca di modificare questo schema di pensieri migliorando l’immagine che il paziente ha di sé. Per fare questo, utilizza delle tecniche cognitive come la scoperta guidata, il dialogo socratico, gli esperimenti comportamentali e altre tecniche specifiche della psicoterapia.

Donna triste con disturbo di personalità

Come si sviluppa il disturbo di personalità?

Come nella maggior parte dei casi, anche questo disturbo si sviluppa in seguito a esperienze vissute da bambini o da adolescenti. Alla base, c’è una paura estrema della solitudine dovuta alla convinzione che non si è capaci di difendersi dal mondo.

Spesso si tratta di persone che hanno patito carenze affettive durante l’infanzia. Questi individui crescono con un vuoto interiore che procura una sofferenza che cercano di alleviare attraverso il contatto con gli altri, generalmente un partner. Può verificarsi nei casi di bambini adottati o in chi è stato malato per molto tempo e non ha avuto altra scelta che dipendere da altre persone.

Quando si fa affidamento sui genitori e questi sono iperprotettivi, è probabile che si sviluppi un disturbo di personalità.

In generale, possiamo dire che queste persone tendono a cercare un partner che le completi. In questo modo, consolidano la loro dipendenza da qualcuno. Sono persone che hanno disturbi narcisistici della personalità, che impongono le proprie decisioni o che non hanno remore nell’esprimere la propria opinione in modo autoritario, anche se nessuno ha chiesto il loro parere.

La persona che dipende da qualcuno non deve fare nessuno sforzo nella vita di tutti i giorni: il partner è responsabile di quello che si mangia, di come arredare la casa o se avere dei figli o meno.

La terapia cognitivo-comportamentale nel disturbo di personalità

La terapia cognitivo-comportamentale nel disturbo di personalità cerca, in primo luogo, di individuare quale è la principale distorsione cognitiva del paziente. In particolare, si analizza il suo pensiero dicotomico sull’indipendenza.

I soggetti con disturbo di personalità tendono ad avere dei pensieri ricorrenti come “non posso sopravvivere senza qualcuno che si prenda cura di me”, “con le risorse che ho (o potrei avere) non sono capace di gestirmi” o “indipendenza significa vivere solamente per sé stessi”.

Hanno anche un pensiero dicotomico basato sulle loro capacità. Quando viene chiesto loro di fare qualcosa, di solito esprimono il loro pensiero dicendo che qualcun altro è in grado di eseguire quella operazione meglio loro oppure che non sono bravi a fare quella cosa o che non sono mai riuscititi a farla.

Donna durante una terapia psicologica

È necessario modificare questa percezione errata sulla loro autonomia e aiutarli ad abbandonare i pensieri negativi in modo graduale, preparandoli anche a separarsi dal terapeuta. È importante che all’inizio della terapia non si usino termini come “dipendenza” o “autonomia”. Di solito, i pazienti non li riconoscono come parte del loro problema. È preferibile, inoltre, che il soggetto comprenda da solo i problemi e sia capace di esprimerli.

La dipendenza dal terapeuta

Quando si comincia la terapia, un certo grado di dipendenza dal terapeuta è accettabile. In genere, all’inizio, questi fa gran parte del lavoro. In seguito, nel corso delle sedute, questa situazione si modificherà.

Il dialogo socratico diventa molto importante perché garantisce ai pazienti un ruolo attivo. Non va bene che venga spiegato loro perché si sentono in un modo o in un altro, altrimenti si rafforza la loro dipendenza. Il paziente è colui che, a poco a poco, darà il “materiale” per la terapia, deciderà quali argomenti trattare e, attraverso le domande e le risposte, trarrà le sue conclusioni.

Il terapeuta deve procedere con cautela e non deve agire come se fosse il salvatore del paziente. In caso di disturbo di personalità, la terapia può essere lenta e frustrante e molte volte si pensa che il modo più semplice per affrontare la situazione sia dire al paziente cosa fare. Ma così facendo si vanificherebbero i risultati della terapia.

Stabilire dei limiti professionali

È di fondamentale importanza stabilire dei limiti professionali. Non è raro trovare dei pazienti che affermano di essersi innamorati del proprio terapeuta. Deve essere chiaro fin dall’inizio che non c’è alcuna possibilità di andare oltre i limiti stabiliti dalla deontologia professionale.

Una tecnica molto comune è quella di dare al paziente un’agenda dove scrivere gli argomenti che si vogliono trattare durante la terapia. È utile anche tenere un registro su cui appuntare le azioni concrete che hanno messo alla prova le sue capacità personali.

Una gerarchia del processo decisionale

Potrebbe essere utile l’esposizione graduale a situazioni che prima venivano evitate perché si pensava di non poterle sopportare. È importante stabilire una gerarchia del processo decisionale; dalla scelta della frutta da consumare dopo il pranzo a quelle più importanti relative al lavoro e al luogo di residenza.

Per questi pazienti, può essere utile anche la terapia di autocontrollo di Rehm. Questa terapia insegna alle persone a osservarsi, ad auto-valutarsi e a stabilire degli obiettivi realistici da raggiungere. Dato che le persone dipendenti tendono ad avere obiettivi e standard molto alti, sottovalutando però la loro possibilità di ottenerli, la terapia di autocontrollo può essere di grande aiuto.

  • Beck, A., Freeman, A., Davis, D. Terapia cognitiva de los trastornos de personalidad. Paidós. 2º edición (2015)
  • American Psychiatric Association (APA) (2014). Manual de Diagnóstico y Estadísitico de los Trastornos Mentales, DSM5. Editorial Médica Panamericana. Madrid