C’è un dolore che insegna, incide e ci connette con gli altri

· 1 agosto 2017

Esistono due tipi di dolore: uno in grado di farci chiudere in noi stessi, che crea traumi, quel dolore che non permette di fare entrare luce dalle ferite. L’altro è quello che insegna, che ci conferisce un cuore di grafene e quella forza incommensurabile in cui, inoltre, si ravviva in noi la capacità di connetterci molto meglio con gli altri, di essere più sensibili e ricettivi nei confronti della sofferenza altrui.

Dante diceva che chi conosce il dolore conosce tutto. Ebbene, significa forse che siamo praticamente obbligati a soffrire per acquisire un vero insegnamento dalla vita? Ci sono delle sfumature. In realtà, potremmo dire che per quanto riguarda l’aspetto psicologico e allo scenario più intimo, atomico e strano al tempo stesso che caratterizza il nostro universo interiore, ci sono dettagli che bisogna analizzare, affinare e imbastire.

Il primo aspetto da tenere in considerazione è che il dolore nasce nel cervello. Quest’ultimo, quando riceve determinati impulsi dall’ambiente circostante, dal corpo o dai sensi, li interpreta in pochi secondi e decide all’istante di generare o meno una sensazione di dolore. È come una sveglia, come chi preme il pulsante di allarme quando viene attaccato, quando qualcosa o qualcuno attenta al nostro benessere fisico ed emotivo. Contro la nostra stessa sopravvivenza.    

Tuttavia, e questo è senza dubbio l’aspetto più interessante, tutti i segnali di dolore provati e percepiti hanno un fine. Sono segnali d’allerta che non possiamo ignorare e rispetto ai quali dobbiamo reagire. Quando tocchiamo il fuoco, il cervello ci invia un segnale di dolore intenso, ma quando togliamo la mano dal fuoco, lo stesso invia subito una serie di neurochimici che serviranno ad alleviare la sofferenza.

Sul piano fisico accade quasi lo stesso che sul piano emotivo. Quando soffriamo un trauma, quando viviamo una disillusione, una rottura, il cervello le interpreta come aggressioni, come autentiche “scottature”. Il dolore è un invito diretto a reagire, ad agire, a trovare strategie per affrontare la situazioni, a togliere la mano dal fuoco… E l’insegnamento che otteniamo non si dimentica mai.

Il dolore e la felicità

Fu Aldous Huxley a dire che vivere in un interminabile stato di piacere può dar vita a società distopiche, come emerge dal romanzo “Il mondo nuovo”. Anche se l’idea di piacere ci risulta idilliaca, la realtà è ben diversa. In qualche modo, potremmo dire quasi senza errare, che l’essere umano necessita di piccoli tocchi o punture di dolore, per sperimentare il contrasto con il piacere.

Ad esempio, poche cose possono essere confortanti come tornare a casa in una fredda notte d’inverno ed assaporare una cioccolata calda. Gli atleti, dal canto loro, provano una notevole euforia dopo un intenso sforzo fisico, laddove le endorfine e altri oppiacei endogeni fungono da mediatori tra la sensazione di benessere che appaga, in un certo modo, il dolore di un corpo portato al limite.

Se diciamo che in un certo senso il dolore può, in realtà, aumentare il senso di piacere e la felicità, non cadiamo in contraddizione, non facciamo dell’ironia. Sono molti gli studi pubblicati su questa relazione, ad esempio quello pubblicato sulla rivista Personality and Social Psychology Review, in cui si spiega che la sofferenza puntuale e adeguatamente gestita ed affrontata promuove la sensazione di piacere e ci mantiene connessi con il mondo che ci circonda.      

Pensiamo, ad esempio, a tutte le volte che, durante la nostra vita, abbiamo dovuto essere forti. Quei momenti in cui non ci restava altra opzione che essere coraggiosi. Forse a causa di una malattia, di una perdita, per la più grande delusione della nostra vita o per la più traumatica delle umiliazioni.

Aver superato le peripezie di questo viaggio interiore, lacerante a momenti, sempre duro quanto personale, ci permette adesso di avere una sorta di eccezionale capanna psicologica. Grazie ad essa, ci sentiamo liberi, più degni e in possesso di migliori strumenti per godere e costruire la nostra felicità.

Gestire il dolore, imparare a smettere di soffrire

Dicevamo all’inizio che la sofferenza emotiva è interpretata dal cervello come una vera e propria scottatura. È una metafora semplice, una realtà evidente dimostrataci da una ricerca pubblicata poco tempo fa sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences. 

Grazie alla neuroscienza, sappiamo che quando qualcuno dice “il dolore è nella tua testa”, non si sbaglia, ha ragione, perché esiste una struttura particolarmente complessa, la corteccia cingolata anteriore, che non distingue il dolore psichico da quello fisico, che lo avverte come uguale e che rende la sofferenza emotiva così devastante…

Ebbene, se la sofferenza è nella nostra testa e dipende dal cervello… Possiamo “disattivarla”? Il primo pensiero di molte persone saranno i farmaci. Ebbene, è importante ricordare che né gli analgesici né gli antidepressivi sono la soluzione, perché l’azione che sortiscono sulla corteccia cingolata è addormentare il dolore, non spegnerlo o risolvere l’angoscia emotiva.

Il dolore, e questo bisogna ricordarlo, è un campanello d’allarme. È il faro incandescente che ci avvisa dalla riva di un rischio imminente, che stiamo per andare a sbattere contro gli scogli. Se decidiamo di nasconderci in stiva, non risolveremo il problema: il rischio continuerà ad essere lì.

L’unica via di uscita possibile, pertanto, è modificare la rotta, spiegare le vele e prendere con forza il timone delle nostre vite per cercare mari più tranquilli, correnti più favorevoli e venti più speranzosi.  L’insegnamento ottenuto dopo questa esperienza, non solo ci renderà unici, ma ci connetterà anche con la vita.