Estimità, rendere pubblico ciò che è privato

Viviamo in un mondo in cui l'estimità o l'esposizione della vita privata attraverso la rete è quasi una necessità. Perché non farlo equivale a non esistere, e avere visibilità in quel mondo per alcuni è quasi più importante di essere presenti nel mondo reale.
Estimità, rendere pubblico ciò che è privato

Ultimo aggiornamento: 20 dicembre, 2020

Nella realtà in cui viviamo ciò che è privato viene spesso manifestato nella sfera pubblica. Quasi senza rendercene conto, siamo diventati guardoni che ogni giorno spiano la vita altrui, quella che viene pubblicata intenzionalmente sui social media. L’estimità, intesa come l’atto in cui il privato diventa pubblico, sta trasformando completamente il modo in cui vediamo il mondo.

Ammettiamolo, pubblicare un pensiero, la nostra colazione o la musica che stiamo ascoltando è sempre più semplice. Se tutti lo fanno, perché noi no? Le nuove tecnologie hanno creato un ambiente comune e condiviso in cui siamo tutti guardoni innocenti ed esibizionisti discreti.

Divulgare, condividere o pubblicare informazioni private non è solo un modo di fare comunità con chi lo fa a sua volta. Rendere pubblico ciò che è privato ci rende visibili, presenti all’interno di uno scenario tecnologico e digitale in cui spesso quello che traspare è che se non appari, non esisti.

L’estimità è ormai una realtà quotidiana. Cerchiamo quindi di capire in cosa consiste questo concetto che, per quanto curioso possa sembrare, non è esattamente nuovo.

Mano che tiene cellulare.

Estimità, cos’è e come si manifesta?

La parola “estimità” è stata coniata dallo psicoanalista francese Jacques Lacan. Per lui, questo concetto rappresentava una condizione in cui l’uomo è detentore di ambiti privati che acquisiscono senso solo nel mondo esterno. L’inconscio, ad esempio, è uno stato psichico interno, che però non finisce per esprimersi all’esterno.

Lo psichiatra francese Serge Tisseron ha preso in prestito questo termine lacaiano alcuni anni fa per applicarlo al mondo moderno. L’estimità al giorno d’oggi non è una condizione, è un meccanismo per cui le nuove tecnologie ci spingono a mostrare una parte della nostra vita privata e psichica al pubblico e, in particolare, nel mondo digitale. Questo significa forse che siamo diventati improvvisamente esibizionisti?

Non esattamente. A grandi linee non lo siamo, perché ognuno di noi sceglie ciò che vuole mostrare e spesso quello che pubblichiamo non corrisponde nemmeno alla realtà. Siamo selettivi, infatti; in media scegliamo molto bene cosa mostrare, come e quando. Non siamo ciò che si vede nei social, siamo ciò che decidiamo che gli altri vedano.

Estimità, una risorsa per stabilire legami autentici

Ci piace guardare, è vero. Siamo interessati a osservare le vite degli altri per scoprire, vedere, capire, desiderare, ammirare, imparare e persino invidiare. Non dimentichiamo, però, che ci piace anche emozionarci. L’estimità è una risorsa ideale per creare un impatto emotivo su chi ci osserva, su chi mette gli occhi nello spioncino dei propri schermi per entrare nell’alterità, nel mondo altrii.

I grandi marchi, i guru dei social e gli influencer di Instagram sanno che un modo per attirare follower è lasciare intravedere piccoli momenti di vita privata. Quando rivelano fatti della propria vita, nel momento in cui ci danno accesso ai loro momenti di privacy ben selezionati, ci sembrano improvvisamente più vicine. All’improvviso, ci identifichiamo con questi sconosciuti, proviamo empatia per loro e non vediamo l’ora che pubblichino qualcosa.

Tuttavia, ricordiamo che questo avvicinamento caratteristico dell’estimità non significa assolutamente che stiamo vedendo una persona per quello che è con autenticità e sincerità, vediamo piuttosto ciò che desidera rappresentare.

Condividere il privato per renderci visibili e reinterpretarci

La scena digitale, i social, i mezzi di comunicazione e tutto ciò che si trova dietro lo schermo formano un’altra realtà, parallela alla nostra. Il cellulare, la posta elettronica, le chat, i programmi di messaggistica, i social network… Tutto crea uno scenario in cui anche noi vogliamo essere presenti e per questo dobbiamo proiettarci, praticare l’estimità.

Rendere pubblico ciò che è privato ci pone in quel mondo alternativo in cui si può creare un nuovo sé, dove possiamo essere presenti come quasi tutti gli altri. Perché non essere presenti in quel contesto equivale a non esistere, e chi più chi meno vuole far parte di questa nuova cultura, di questo ambiente che ogni giorno acquisisce più importanza.

Uomo guarda il cellulare.

L’estimità e la fissazione con l’immediatezza

Al giorno d’oggi l’estimità è caratterizzata da un elemento molto particolare: l’immediatezza. “A colazione con il mio lui”, “Già sul treno per andare a lavoro”, “Meditazione“. Quando una persona sblocca il cellulare, l’estimità si rivela attraverso ciò che accade qui e ora. È la cosa più importante. Quello che è successo ieri o l’altro ieri è irrilevante. La maggior parte di noi vuole “consumare” o vedere ciò che accade in questo istante.

I dati privati che riveliamo senza saperlo

La maggior parte di noi pubblica nuove foto, video, idee e pensieri di propria volontà. Ciò significa rendere pubblici piccoli ritagli dell’universo privato in modo consapevole, ma costantemente filtrato. Trascuriamo, però, che esiste una estimità nascosta.

I dispositivi elettronici hanno una fotocamera e un microfono. Le applicazioni che usiamo e i social network a cui ci iscriviamo hanno algoritmi e bot che registrano tutto quello che facciamo all’interno di questi mondi digitali. Siamo osservati, ascoltati e analizzati.

La nostra privacy viene resa pubblica a causa del pericolo intrinseco di una tecnologia volta a raccogliere il massimo delle informazioni su di noi e a poterle quindi vendere alle grandi aziende. Il privato non solo viene reso pubblico, ma diventa merce di scambio.

Siamo arrivati a un punto in cui il privato e il pubblico si stanno amalgamando sempre di più, e questo ci mette a rischio. Teniamolo presente, chiediamoci se l’estimità ci avvantaggia o ci danneggia e in che misura.

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  • Alain Miller, Jacques (2010) Extimidad. Paidós